C’era una volta a… Hollywood (2019)

CALIFORNIA DREAMIN

All’ultimo Festival di Cannes, dove il film è stato presentato in concorso, molti critici hanno storto il naso, definendolo un “Tarantino minore”. Anche la giuria, presieduta da Alejandro González Iñárritu, ha completamente snobbato il film dal palmarès. Beh, dopo aver visto C’era una volta a… Hollywood, posso assicurarvi che il nono film di Tarantino è uno spettacolo fenomenale. Il regista ci scaraventa “fisicamente” nei ruggenti anni 60, tra colori, canzoni, costumi e scenografie perfette. La storia è quella di Rick Dalton, attore in cerca di nuovi ruoli da interpretare, e di Cliff Booth, stuntman e assistente di Rick. Il tutto ambientato nel 1969, anno della famosa strage di Beverly Hills. E’ sicuramente un Tarantino diverso dal solito (poche parolacce, poca violenza), ma il suo marchio è inconfondibile già dalle prime scene. Un tuffo nel cinema, attraverso il cinema. Il crepuscolo di un’era che ha fatto storia, raccontata in maniera impeccabile da un autore che riesce a incollare alla poltrona lo spettatore con “semplici” dialoghi. Mostruoso il cast, a partire dall’indimenticabile coppia formata da Leonardo DiCaprio/Brad Pitt (nomination all’Oscar please) e dalla meravigliosa Margot Robbie. Un viaggio nel tempo e nella storia come non l’avete mai visto. E abbiamo l’ennesima prova che Quentin Tarantino è uno dei più grandi registi viventi.

trash
“assente”

cult
“l’incredibile visione di Tarantino e una coppia di attori magistrale”

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IT – Capitolo 2

SBIRULINO

Sapevamo perfettamente che adattare per il grande schermo il romanzo capolavoro di Stephen King era un’impresa complicata. Dopo aver visto il primo capitolo, il nostro hype per una conclusione degna di tale nome era alle stelle. Ok, magari il capitolo 1 non era il film della vita, poco horror e molto Goonies, ma gettava delle basi interessanti per il capitolo finale. Peccato che Muschietti abbia mandato tutto in malora. Secondo Stephen King, il ritorno a Derry dopo 27 anni era un viaggio adulto per affrontare e sconfiggere definitivamente le paure. Paure primordiali, paure dell’anima, paure della vita. Basta mostri nell’armadio, da adulti la vita ti sbatte in faccia i veri problemi, e le paure si trasformano un qualcosa di agghiacciante. Ma se nel libro, tutto questo risultava perfetto e spaventoso, nel film crolla in qualcosa di involontariamente ridicolo. Il regista, dopo averci mostrato in fretta e furia i protagonisti diventati grandi, non li approfondisce psicologicamente e li banalizza inserendoli in sequenze mai paurose. C’è un grande tecnica, questo sì, ma manca il cuore e l’anima. Il cast “adulto” (incredibilmente) funziona molto meno del cast “bambino”, nonostante ottimi attori come Jessica Chastain, James McAvoy e Bill Hader. Persino il Pennywise di Bill Skarsgård è sacrificato, e in molti momenti la sua assenza rallenta il film. Insieme ad Annabelle 3, IT – Capitolo 2 è uno dei film horror più deludenti dell’anno. Per fortuna esistono film come Midsommar.

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“troppi momenti “comici” e un Pennywise troppo sacrificato”

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“un paio di scene azzeccate”

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Joker (2019)

BALLATA TRISTE DI UN CLOWN

Arthur Fleck, un uomo timido e asociale, sogna di diventare un grande comico. Ma il suo destino lo porterà ad affrontare un viaggio nella follia e nel caos. Straordinario e anomalo “cinecomic” diretto da un sorprendente Todd Phillips, che analizza le origini di uno dei più grandi nemici di Batman. Dimenticate tutto quello che sapete sui fumetti, qui si fa sul serio. Violento, crudo, potente, visionario, perfetto. Joker è una parabola tragica e dolorosa su un uomo che voleva far ridere le persone, ma che in realtà le farà sprofondare nel caos di disperato. Immensa interpretazione di Joaquin Phoenix, tragico Quasimodo moderno che si mangia in un sol boccone tutti gli altri Joker cinematografici (senza nulla togliere agli splendidi Jack Nicholson e Heath Ledger). Il nuovo Joker è arrivato, niente sarà più come prima. Ad un passo dal capolavoro.

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“tutti i prossimi cinecomics che arriveranno”

cult
“Joaquin Phoenix, il vero Joker”

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Babyteeth (2019)

IL SENSO DI MILLA PER LA VITA

Il direttore di Venezia 76, Alberto Barbera, durante la conferenza stampa di presentazione del Festival, ha dichiarato che non ama i film che trattano il tema della malattia, ma questo Babyteeth l’ha conquistato. Devo dire che sono d’accordo con Barbera. Anche io non amo i film strappalacrime sulla malattia, ma questo Babyteeth è diverso. La regista esordiente Shannon Murphy ci racconta la storia di Milla, ragazzina minorenne malata di cancro, che vive con due genitori benestanti ma complessati e una tribolata love story con lo spacciatore Moses. Con freschezza, semplicità e colore (tanto colore), la Murphy riesce a costruire, tramite micro capitoli, una storia delicata, frizzante ed emozionante, senza mai cadere nel patetico o nel “già visto”. Con stile indipendente ed essenziale, la storia di Milla (interpretata da una promettente Eliza Scanlon) coinvolge, diverte (tanto) e scorre piacevolmente fino ad un finale intenso e “giusto”. Perfetto e affiatato il cast, in particolare un Ben Mendelsohn che si lascia alle spalle i soliti ruoli da villain (e protagonista, sempre nel finale, di uno dei momenti più intensi della pellicola). Babyteeth è una piccola sorpresa che, siamo convinti, tra qualche anno diventerà un cult.

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“qualche caduta di ritmo (stiamo parlando comunque di un esordio)”

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“uno stile registico semplice ma efficace ed un cast perfetto”

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Guest of Honour (2019)

IL SENSO DI MILLA PER LA VITA

Signori, siamo di fronte al film più brutto di Venezia 76. Ed è un peccato dirlo perché Atom Egoyan è un grande regista. Negli anni novanta era esploso con pellicole splendide (Exotica, Il Dolce Domani, Il Viaggio di Felicia) per poi perdersi in thriller piuttosto commerciali. Secondo il direttore Barbera, Guest of Honour doveva essere il ritorno di Egoyan al suo cinema d’autore. Niente di più sbagliato, visto che Guest of Honour è probabilmente il punto più basso di tutta la sua carriera. Il regista egiziano ci racconta di un uomo che di lavoro fa l’ispettore sanitario nei ristoranti, e che dovrà risolvere un mistero che coinvolge sua figlia, ora in carcere. Con procedere lentissimo e poco appassionante, Egoyan costruisce uno pseudo-psico thriller dell’anima, scritto malino, interpretato con superficialità (ad eccezione del protagonista David Thewlis), pieno di banalità e di scene assurde. Tra cacche di coniglio, zampe di coniglio, personaggi inutili (il prete Luke Wilson) e personaggi odiosi (la figlia Laysla De Oliveira è insopportabile), si arriva ad un finale tanto brutto quanto insensato. Per fortuna la sofferenza dura poco. Alla prossima Atom.

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“Guest of Honour nella sua totalità”

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“salviamo solo il protagonista David Thewlis”

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Ad Astra (2019)

FATHER AND SON IN SPACE

C’era tanta attesa intorno a questo film. Fantascienza d’autore firmata James Gray con Brad Pitt protagonista assoluto (anche produttore). In parte il film convince, ma… procediamo con calma. La storia racconta della missione verso il pianeta Nettuno del Maggiore Roy McBride. Il suo obiettivo è trovare suo padre scomparso 16 anni prima. Ah, come se non bastasse, deve salvare anche il mondo. Iniziamo col dire che Brad è sempre Brad: bello, bravo, buono e ancora bello. È praticamente in ogni scena e in molti punti è veramente un leone. Poi c’è James Gray alla regia. Anche lui è bravo a dirigere, ma in questo caso è bravo “solo” a dirigere. Immagini incredibili, spettacolari, stupende (merito anche della fotografia di Hoyte Von Hoytema) che ci riempiono gli occhi. Il problema arriva in fase di sceneggaitura. Uno dei grandi problemi di Ad Astra è proprio lo script. Saccheggiando grossolanamente tra i classici della letteratura (Cuore di Tenebra e Moby Dick) e i classici del cinema di fantascienza (2001: Odissea nello Spazio, Gravity, Solaris, Interstellar), Gray non riesce a creare una struttura solida e in alcuni momenti, il rischio “trash” è molto alto (vedi la scena horror con il babbuino o la sequenza dei “pirati della luna”, ebbene sì). Persino il rapporto padre/figlio risulta superficiale e poco ispirato, quando in realtà, dovrebbe essere la colonna portante del progetto. Forse le ambizioni del regista erano troppe elevate e “l’effetto Icaro” arriva inesorabilmente. Magari serve solo un po’ di tempo per digerire questo Ad Astra e, sempre magari, tra qualche anno diventerà anche un cult, ma per il momento non riesce a sfondare in questi primi giorni veneziani.

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“pirati lunari e scimmie spaziali”

cult
“la straordinaria fotografia di Hoyte Von Hoytema”

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Il Re Leone (2019)

(SENZA) CUOR DI LEONE

Che negli ultimi anni la Disney stia spingendo sui remake dei suoi capolavori d’animazione anni 90, lo si era capito. Anche se i risultati, a livello artistico, non sono entusiasmanti, la Disney continua a incassare milioni su milioni. Dopo aver visto Aladdin, diretto col pilota automatico da Guy Ritchie, è arrivato il momento di rifare Il Re Leone. Personalmente, Il Re Leone è uno dei miei film animati preferiti. Saranno le musiche, saranno i personaggi, sarà la storia, ma tutte le volte che vedo quel cartone animato, vado in brodo di giuggiole. E vi dirò, quando la Disney ha annunciato la lavorazione del live action diretto da Jon Favreau, mi è venuto un brivido lungo la schiena. Non tanto per Jon Favreau (che ha già diretto il bellissimo live action de Il Libro della Giungla), ma per la resa finale. Insomma, stiamo parlando di animali che parlano, cantano e ballano. Come è possibile rendere “credibile” un film di questo tipo? Beh, ora posso dirvi che il live action de Il Re Leone ci è riuscito, ma solo in parte. Lo straordinario realismo degli animali (veramente sbalorditivo) è sicuramente uno dei punti deboli della pellicola, perchè se da una parte la meraviglia digitale crea la realtà, da un lato perde completamente il cuore. I volti di tutti gli animali hanno esattamente le espressioni “da animali” e non riescono a trasmettere vera emotività, cosa che nel film originale, grazie all’animazione “cartoonesca”, avveniva. E’ un problema di impostazione del racconto attraverso la tecnologia. La storia è completamente identica, replicata scena per scena, ma il problema tecnologico rende tutto più ingessato. Vedi per esempio le scene cantate. Se nel film del 1994 erano un’esplosione di colori e ritmo, qui diventano praticamente inutili e senza pathos. Per non parlare del mitico duo Timon e Pumbaa, che non riescono mai ad esplodere o scatenarsi come dovrebbero. Ci sono alcune idee carine sparse qua e là (come l’omaggio a La Bella e la Bestia da parte di Timon), ma è poca cosa per salvare un remake inutile e freddo come il marmo. Il Re Leone 2019 resta un film che piacerà sicuramente alle nuove generazioni, ma per chi ha amato l’originale, non c’è paragone.

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“un remake completamente senza cuore”

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“un struttura visiva da applausi”

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Crawl (2019)

CI SON DUE COCCODRILLI ED UN ORANGOTANGO

Se cercate acqua rinfrescante cinematografica in questa calda estate, il film che fa per voi è sicuramente Crawl di Alexandre Aja. Prima di tutto è ambientato nel bel mezzo di un urgano. Inoltre i nostri protagonisti sono intrappolati in uno scantinato allagato. Come avrete capito, l’acqua non manca. Se amate anche il brivido e la tensione, aggiungete un sacco di alligatori affamati e incazzati. E il thriller estivo staccaspina è servito. Sam Raimi produce questo b-movie veloce, secco e ansiogeno, lasciando ad Alex Aja il comando della barca e scaraventando Kaya Scodelario e Barry Pepper nel bel mezzo della tempesta a fare da esche vive per i lucertoloni. Tutto funziona se si prende il film con le dovute pinze e tralasciando le varie assurdità che ci vengono mostrate. Aja e Raimi conoscono perfettamente i tempi cinematografici ed i meccanismi del survival movie e riescono ad incollare alla poltrona, nonostante la trama non brilli per originalità. Se cercate 90 minuti di acqua, tensione e ancora acqua (senza pensare troppo), Crawl è il film che fa per voi.

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“la “sceneggiatura” praticamente inesistente”

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“la regia “ritmica” di Alexandre Aja”

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Hotel Artemis (2019)

PENSIONE MARINELLA

Los Angeles, 2028. A causa di un colpo finito male, due rapinatori feriti, si rifugiano all’Hotel Artemis, albergo/ospedale per soli criminali. Se dopo aver visto Hotel Artemis vi sale il déjà-vu selvaggio e incazzato, tranquilli è tutto nella norma. Sì, perchè è inevitabile pensare all’Hotel Continental della saga di John Wick. Stesse regole, stessa logica. Ma se nei film con Keanu Reeves, il tutto assumeva un tono reale e riuscito, qui purtroppo non riesce a convincere. Drew Pearce, celebre sceneggiatore di Hollywood, qui al suo debutto dietro la macchina da presa, prova costruire uno sci-fi/action/thriller con un cast stellare, ma il risultato finale è un divertente B-movie senza grinta e senza sostanza. Un’occasione sprecata per un film che poteva diventare un piccolo cult, ma che in realtà verrà dimenticato molto presto. La cosa che fa veramente andare su tutte le furie è lo spreco di un super cast degno di un kolossal. Jodie Foster (insieme alla spalla Dave Bautista) è forse l’unica a tenere in piedi la baracca con la sua solita classe, mentre tutto il resto viaggia sul minimo sindacale (imperdonabile gestire in questo modo Jeff Goldblum). Qualche scena azzeccata, una buona scenografia e poco altro. Hotel Artemis è uno dei favoriti al premio “Miglior pellicola fantasma” del 2019. Siamo pronti per il check out.

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“poca originalità insieme a un super cast sprecato”

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“la solita, brava, Jodie Foster”

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Fast & Furious – Hobbs & Shaw (2019)

SOLO PARTI NON ORIGINALI

La saga a base di automobili, furti, spionaggio e famiglia (come sottolinea ogni volta il protagonista e produttore Vin Diesel) festeggia quest’anno la maggiore età con questo spin-off che non rientra nei capitoli ufficiali: Diesel ha infatti annunciato già i capitoli 9 e 10 della saga, un po come a dire che “non finirà mai”.  Fast & Furious – Hobbs & Shaw è senza ombra di dubbio la pellicola più originale delle 11 uscite dal 2001 ad oggi, che si potrebbe riassumere con una corposa digressione su chi ce l’abbia più lungo tra i due personaggi, Luke Hobbs (Dwayne Johnson) e Deckard Shaw (Jason Statham) per l’appunto. Un agente federale ed un ex-agente delle forze speciali britanniche, nonostante non si sopportino, devono loro malgrado instaurare una collaborazione forzata a Londra, per neutralizzare il temibile Brixton Lore (Idris Elba), un killer invincibile grazie a innesti cibernetici che intende diffondere un virus letale per eliminare gli umani ritenuti “indegni” di vivere nel nuovo mondo che lui ed i suoi superiori hanno in mente. A complicare ulteriormente la situazione, il coinvolgimento di Hattie Shaw (Vanessa Kirby), sorella minore di Deckard ed unica della famiglia a non essersi mai data ad attività illecite. Carico di scene action paradossali, girate splendidamente dal regista David Leitch, questo Hobbs & Shaw si discosta volutamente da ciò che è accaduto negli episodi precedenti, salvo alcune menzioni fugaci ed il ritorno di Helen Mirren nei panni di Magdalene Shaw. L’intento sembra quello di non volersi affidare eccessivamente al filone principale, per rendere più coinvolgente l’intreccio. Il divertimento è assicurato, soprattutto per chi non è fortemente legato alla saga, in quanto si sente un po’ la mancanza delle “parti originali”.

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“Elba, un cattivo senza sostanza”

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“la coppia Johnson Statham che insieme sono davvero una bomba”

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Men in Black: International (2019)

MIB: RAGNAROK

Anche se la saga di Men In Black non è tra le mie preferite (salvo solo il primo film), questo riavvio del franchise mi aveva incuriosito. La coppia Chris Hemsworth/Tessa Thompson (che aveva fatto faville in Thor: Ragnarok) come protagonista, F. Gary Gray alla regia (che non sarà il miglior regista del mondo, ma il suo lavoro lo sa fare), gli sceneggiatori di Iron Man ed effetti speciali all’avanguardia. Sulla carta poteva risultare veramente una sorpresa e un vero e proprio nuovo inizio per il franchise. Ma qualcosa è andato storto. Se la coppia Hemsworth/Thompson funziona, tutto il resto lascia un po’ a desiderare. Si perchè Men in Black: International non vuole rinnovare la formula, vuole semplicemente riproporre gli stessi ingredienti ma con meno grinta. Al di là degli scontri avvenuti sul set tra regista e produzione, il film soffre di una storia poco accattivante che non riesce mai a decollare, nonostante le nuove location in giro per il mondo. Il regista F. Gary Gray, che viene dal mondo di Fast & Furious, prova in tutti i modi a dare una spinta alla storia, ma gli manca il tocco “cartoonesco” che aveva Barry Sonnenfeld e il suo approccio risulta troppo “rigido”. Altro grande problema della pellicola sono gli alieni. Senza il contributo del maestro del make-up Rick Baker, gli extraterrestri, che erano fondamentali nella precedente trilogia, sono creati totalmente in CGI e sono mal integrati con gli attori in carne e ossa. Manca “l’artigianalità” delle maschere in gomma e degli animatronics, vero marchio di fabbrica della saga. Per non parlare del villain finale, assolutamente orribile. Visto il flop al botteghino, dubito vedremo altri episodi della saga dei MIB e forse è giusto così. Meglio attendere Chris Hemsworth e Tessa Thompson nel prossimo Thor: Love and Thunder.

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“gli orribili alieni in CGI”

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“la coppia Chris Hemsworth/Tessa Thompson”

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Midsommar – Il Villaggio dei Dannati (2019)

NEL SOLE

Che il regista Ari Aster fosse un autore da tenere d’occhio, lo sapevamo già. Il suo film d’esordio, Hereditary, è uno dei migliori horror dello scorso anno e attendavamo con ansia la sua opera seconda. Ed eccola qui. Midsommar è l’ideale prosecuzione di Hereditary, almeno nella testa di Aster. Ma andiamo con ordine. Dani e Christian, giovane coppia “in crisi”, decide di andare in Svezia per partecipare ad uno stravagante culto pagano. Se inizialmente gli abitanti del luogo sembrano essere cordiali e ospitali, con il passare del tempo verranno “alla luce” le loro vere intenzioni. E’ complicato recensire Midsommar in poche parole, tanto è complicata e stratificata l’opera di Aster. E’ un folk-horror/drama perennemente illuminato dalla luce del sole, dove la coppia formata da Dani e Christian è al centro di “tutto”. Il “tutto” è infarcito di strani rituali, disegni antichi, bevande psicotrope, oracoli deformi, danze infinite e tanto, tanto sole. Impossibile rimanere indifferenti di fronte allo show pagano di Aster che, con una straordinaria padronanza registica, ci rende partecipi dei festeggiamenti e non spettatori. L’horror si trasforma in una danza macabra inquietante e disturbante (alcune scene sono difficili da sostenere), senza jumpscare (impara la lezione, Annabelle 3) e con una visione “solare” del male. Straordinaria anche l’interpretazione di Florence Pugh, che riesce a rappresentare magnificamente tutta la drammaticità fisica e psicologica della sua Dana. Midsommar è una vera e assoluta esperienza cinematografica, lontano anni “luce” dagli horror per bimbi michia (sì, sempre Annabelle 3). Quindi lasciatevi andare, portate la crema solare e fatevi un bagno di sole.

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“Annabelle 3”

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“una meravigliosa Florence Pugh ed un regista destinato a diventare un grande del cinema horror”

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Serenity – L’Isola dell’Inganno (2019)

L’INGANNO

C’è una certa atmosfera nella prima parte di Serenity che sicuramente non lascia indifferenti. Vuoi la location tropicale, vuoi Matthew McConaughey ubriaco, vuoi Anne Hathaway biondona, ma la prima parte del film funziona. Steven Knight inizia a costruire il suo thriller con una certa intelligenza e in qualche modo vuoi sapere come andrà a finire. Poi a metà film, tutto crolla. Letteralmente. Non voglio fare spoiler in questa (breve) recensione, ma sappiate che questo Serenity si candida prepotentemente ad essere uno dei film più imbarazzanti dell’anno. E stupisce il fatto che dietro a questa baracconata ci sia Steven Kinght, grande sceneggiatore e regista del bellissimo Locke. Se lo scopo della pellicola è quello di stravolgere lo spettatore, beh, diciamo che ci riesce, ma nel peggiore dei modi. La voglia di depistare lo spettatore in tutti i modi prende il sopravvento, e i ridicoli colpi di scena risultano senza senso e senza un filo logico. Persino Matthew McConaughey e Anne Hathaway sono completamente fuori parte. Vabbè, meglio lasciar perdere va. Serenity è un pasticcio completo e indifendibile. Fine della recensione.

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“Serenity – L’Isola dell’Inganno”

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“lo splendido mare dei Caraibi”

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Spider-Man: Far From Home (2019)

GRATTA GRATTA

E chi se lo aspettava che la saga di Spider-man riacquistasse così tanta freschezza dopo la non esaltante saga di Amazing con Andrew Garfield (interrotta dopo 2 film)? Merito di Kevin Feige e dei Marvel Studios che sono riusciti a soffiare (in parte) il personaggio alla Sony a inserirlo nella squadra degli Avengers, e merito, ovviamente, di Tom Holland, perfetto Peter Parker e degno erede di Tobie Maguire. Dopo l’ottimo Homecoming, bellissimo racconto di formazione “al contrario”, in questo Far From Home, Peter dovrà vedersela non solo con creature provenienti da un altra dimensione, ma anche con i “pruriti” dell’adolescenza e tutte le sue complicazioni. Continua quindi il percorso della maturità di Parker/Spider-Man e, se da un lato, la natura umana fa il suo inevitabile corso, dall’altra ci sono Nick Fury e Mysterio ad aiutare l’arrampicamuri nella battaglia contro gli dei. Eh si, proprio Mysterio interpretato da un sempre bravo Jake Gyllenhaal che in alcuni momenti riesce addirittura a rubare la scena a tutti quanti. Di più non si può dire, perché le sorprese sono tante, ma sappiate che questo Spider-Man Far From Home è assolutamente da non perdere. Perfettamente coreografato da Jon Watts, Far From Home è l’universo cinematografico Marvel al suo meglio. Dinamico, veloce, solare, avvincente, divertente, spettacolare. Brava Marvel. E la voglia di vedere Spider-Man 3 è già tanta. P.S. Non fate la cavolata di alzarvi prima dei titoli di coda. Ma questo lo sapete già !!!

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“boh (cit)”

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“un incredibile e carismatico Jake Gyllenhaal”

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Suspiria (2018)

BALLANDO COL DIAVOLO

Dopo il grande successo (meritato) di Chiamami col tuo nome, il regista Luca Guadagnino è diventato di colpo uno dei registi più chiaccherati degli ultimi mesi. E pensare che i suoi primi film (Melissa P, Io Sono L’Amore, A Bigger Splash) sono praticamente passati inosservati in Italia (e anche un po’ massacrati dalla critica). Pertanto, la notizia che Guadagnino avrebbe diretto il remake di Suspiria, horror epocale diretto nel 1977 da Dario Argento, ha suscitato molta curiosità. Iniziamo dicendo che questo film non è proprio un remake, ma è più una reinterpretazione “alla Guadagnino” dell’horror originale, e questo è un bene. Un gran bene. Guadagnino ambienta la storia nella Berlino degli anni 70, tra attacchi terroristici ed echi della Seconda Guerra Mondiale. Poi ci sono le streghe ballerine. Il film non fa paura (neanche un po’), ma riesce comunque ad inquietare. Forse l’ambientazione, forse le scenografie, forse una maestosa Tilda Swinton, forse non so, ma Guadagnino costruisce un thriller d’autore psicologico e funebre che in qualche modo acchiappa fino alla fine nonostante le 2 ore e mezza, ma non riesce a convincere pienamente. Ci sono grandi scene (la morte di Olga e la danza/saggio sono indimenticabili), ma anche scivoloni spaventosi (il sabba finale è forse una delle sequenze più involontariamente ridicole degli ultimi anni) che rendono l’operazione molto squilibrata. Il cast non aiuta nell’impresa e solo Tilda Swinton (in ben 3 ruoli) illumina completamente scena. Sicuramente dividerà il pubblico e sicuramente se ne parlerà per molto tempo. Serve altro?

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“il ridicolo sabba finale”

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“la morte di Olga”

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Il Testimone Invisibile (2018)

HITCHCOCK SUL LAGO DI MOLVENO

Un thriller d’altri tempi dal concept molto sofisticato (i miei preferiti per intenderci) fanno de Il Testimone Invisibile un bel film one shot: un uomo è accusato di omicidio, tutto è contro di lui e non pare poterne uscire, ma il suo avvocato lo mette in contatto con una specialista per tirarlo fuori da quella situazione. Insieme hanno poche ore per elaborare una linea di difesa che possa scagionarlo. Il finale, sul quale lo spettatore viene delicatamente accompagnato, è un mix di intrigo alla Hitchcock e colpi di scena che però non alzano mai la tensione (è voluto, non è un difetto). Il lavoro sui personaggi e sulle location è sublime ed è qua che risiede il suo vero fascino, non tanto sulla vicenda, per molti aspetti simile a quelle di pellicole di maggior spessore. I ruoli sono semplici ma determinanti, anche se i veri protagonisti della vicenda non riescono a prendere la scena sui personaggi secondari che con l’esperienza ed una battaglia dialettica significativa, spostano la concentrazione dello spettatore. Il tempo che stringe, un mistero da svelare e moltissimi intrecci fanno de Il Testimone Invisibile un film affascinante che accompagna senza forzare, facendo riscoprire un stile che era assente da troppo tempo sul grande schermo.

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“Miriam Leone: apprezzabile l’impegno ma non è la vera amante perfetta”

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“Maria Paiato e le location sui tornanti di Molveno”

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Venom (2018)

IL TUO VENOM DELLA PORTA ACCANTO

Venom, il primo film Sony dedicato ai nemici di Spider-Man, è una chiavica. Scusate la schiettezza, ma non ci sono altre parole per definirlo. Doveva essere un film dark, violento, pauroso, minaccioso, estremo. In realtà è comico, leggero, piatto, ridicolo. Della serie, chi ben incomincia…. E pensare che le premesse per fare un film della madonna c’erano tutte: Una grande fumetto come base, Tom Hardy come protagonista, il divieto ai minori (in realtà potrebbero proiettarlo addirittura in canonica dal prete), grandi scene action. Non voglio sparare sulla croce rossa, ma qui non c’è niente di quello promesso dalla Sony e dal regista Ruben Fleischer. Esatto, Ruben Fleischer, il principale responsabile di questo scempio. La sua regia è talmente anonima e noiosa che in confronto l’Angelus del Papa la domenica è più sconvolgente. Mancano idee, manca la grinta. E lasciamo stare la sceneggiatura, tremendamente penosa e “vecchia” che manco gli anziani al bar riescono a scrivere. E Tom Hardy? Tom Hardy fa quello che può, ma qui è veramente imbarazzante. Un incrocio tra un ubriaco, Nicolas Cage e Jim Carrey in The Mask. Rimane ancora un grandissimo attore, per carità, ma in questo film non siamo neanche al minimo sindacale. Ok, ma gli effetti speciali saranno ultra-mega-iper spettacolari, giusto? Assolutamente no. Capisco non fosse facile ricreare il simbionte, ma la CGI è talmente scialba che lo scontro finale (che doveva essere stra-epico) è un casino totale. L’unica parte che si salva è la scena post-credit dove viene introdotto il villain del sequel. Oddio, un sequel? Purtroppo sì. Che Spider-Man ci aiuti.

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“Venom”

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“L’Angelus del Papa la domenica”

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Ride (2018)

RIDE CLUB

Che il cinema italiano non riesca ad uscire da una sorta di buco nero artistico, ormai è cosa nota. Solite commedie (piatte), soliti registi (piatti), soliti personaggi (piatti), solite storie (piatte). Ma ogni tanto (purtroppo non tanto spesso) arriva la sorpresa che riaccende la speranza. La sorpresa che ti fa sperare in un futuro del cinema italiano migliore. La sorpresa che non ti aspetti. Oggi la sorpresa si chiama Ride. Il duo Fabio Guaglione/Fabio Resinaro, registi e sceneggiatori di quel piccolo gioiello di Mine, scrivono e producono un action-fanta-thriller italiano, ma dall’anima internazionale. Aiutati dal regista Jacopo Rondinelli, Guaglione e Resinaro riescono a realizzare un film assolutamente anomalo per il panorama cinematografico del Bel paese centrando perfettamente l’obiettivo. La storia è quella di due bikers professionisti che vengono “reclutati” per partecipare ad una gara mozzafiato in mezzo alla natura incontaminata. Ma la gara avrà delle regole. Meglio non dire altro. Tramite l’utilizzo di videocamere Gopro, Rondinelli ci scaraventa in un terreno di gioco dove niente è quello che sembra, tra corse spericolate e monoliti ultratecnologici. Ottimo anche il cast, a partire dai protagonisti Lorenzo Richelmy e Ludovic Hughes perfettamente caratterizzati. C’è qualcosa di nuovo in Italia. Qualcosa che, speriamo, potrebbe diventare il primo universo cinematografico italiano. Scusate se è poco.

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“una leggera “confusione” in alcune scene”

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“Ride è cult !!!”

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The Sisters Brothers (2018)

SPECIALE VENEZIA 75

L’arrivo della civiltà nel lontano west, dove Eli e Charlie Sisters, due fratelli cacciatori di taglie, si guadagnano da vivere. Sognando una vita migliore, tra spazzolini da denti, lozioni e la maniacale corsa all’oro, i Sisters Brothers sono pistoleri che vogliono smettere di lavorare per l’uomo potente che li manda ad ammazzare chi gli serve di vedere morto. Un incontro inaspettato, li porterà a riconsiderare quello che nella vita è veramente importante. Un western insolito, talvolta dai risvolti umoristici, che però ruota in maniera eccellente sui suoi personaggi, sulle loro certezze e sulle tante fragilità, che anche uno spietato pistolero ha nei suoi momenti più intimi e personali. Il passato che proviamo a dimenticare, continua irrimediabilmente a riemergere e possiamo solo imparare ad affrontarlo. In fondo, un po come tutti noi, no ?

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“il carismatico Rutger Hauer che non spiaccica parola”

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“il sorriso di John C. Reilly ed un fantastico Joaquin Phoenix”

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The Mountain (2018)

SPECIALE VENEZIA 75

Anni 50. Un timido ragazzo che ha appena perso il padre, decide di seguire uno strambo medico che pratica lobotomie. The Mountain è uno di quei film che quasi sicuramente (anzi, eliminiamo il “quasi”) non verrà distribuito in Italia. La spiegazione è semplice. E’ un film realizzato esclusivamente per il suo autore. Il regista Alverson ha le idee chiare sul “tipo” di cinema che ha in mente, ma è un tipo di cinema NON pensato per il pubblico. Un vero peccato perchè visivamente parlando, il film è notevole. Alverson crea dei veri e propri quadri in movimento, che in qualche risultano affascinanti (in alcuni momenti si nota lo stile di Roy Andersson). Ma il vero problema è la narrazione. Ritmo lento, sceneggiatura assurda, dialoghi ancora più assurdi. Nemmeno il cast riesce ad elevare quest’opera; Jeff Goldblum (il migliore) fa quello che può, ma Tye Sheridan ha la stessa espressione di un termosifone per tutta la durata della pellicola, mentre il delirante personaggio interpretato da Denis Lavant è veramente irritante. In conclusione, The Mountain risulta un’opera lenta, inutile e soporifera. Forse un pregio c’è in questo film, ovvero la durata. 106 min non sono tantissimi. O forse si ?

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“The Mountain di Rick Alverson”

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“i 106 Minuti”

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Mission: Impossible Fallout (2018)

LUNGA VITA A RE TOM

Quando arriverò all’età 56 anni, voglio essere come Tom Cruise. Sarà dura, ma ci provo. Il perchè potete già immaginarlo, ma voglio dirvelo lo stesso. Tom Cruise è veramente l’Imperatore del cinema action. Lasciate perdere Dwayne Johnson, lasciate perdere Jason Statham, lasciate perdere Vin Diesel. Tom, con Mission: Impossible – Fallout, raggiunge la completa perfezione nel cinema action, costruendo scene talmente complesse e spericolate che in confronto la saga di Fast & Furious sembra una gara di Micro Machines. Lo avevamo lasciato attaccato ad un aereo nell’incipit di Rogue Nation, lo ritroviamo in questo Fallout che si lancia con il paracadute, guida elicotteri, salta come una cavalletta, corre come un pazzo, fa a cazzotti. Cruise è l’anima di una saga che migliora ad ogni film, gestendo perfettamente non solo i momenti d’azione, ma anche i personaggi secondari (anche se è sbagliato parlare di personaggi secondari) e le emozioni. Il regista Christopher McQuarrie (che torna dietro la macchina da presa dopo Rogue Nation) è forse il regista che ha saputo valorizzare maggiormente il franchise, cercando un equilibrio sempre più raffinato tra azione ed emozione. Ottimo tutto il resto del cast, a cominciare dalle “vecchie” conoscenze (Simon Pegg e Ving Rhames sempre una garanzia, mentre Rebecca Ferguson è incantevole), ma la vera sorpresa della pellicola è un massiccio Henry Canvill, agente baffuto spaccaossa assolutamente incredibile (la storia dei baffi ormai la sanno tutti, quindi non sto a ripeterla). Se vogliamo fare i pignoli e trovare un punto debole, allora possiamo criticare qualche dialogo un po’ assurdo e un intreccio narrativo che a volte si fa fatica a seguire, ma è veramente poca cosa rispetto all’impressionante risultato generale. Sicuramente il miglior blockbuster dell’estate. Lunga vita al Re TOM !!!

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“Dwayne Johnson, Jason Statham, Vin Diesel”

cult
“Tom Cruise”

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Shark – Il Primo Squalo (2018)

TAMARRO VS PESCECANE GROSSO

Shark – Il Primo Squalo si può riassumere in una sola scena: il piccolo cagnolino pippin che si tuffa in mare e nuota verso l’enorme megalodonte. Questo è il “tono” con cui la Warner Bros ha deciso di portare sullo schermo il famoso romanzo di Steven Austin, Meg. Niente di male per carità, ma dopo un’attesa di tanti anni (la Disney aveva acquistato i diritti prima della Warner), questa trasposizione cinematografica è talmente brutta che mi chiedo come abbia reagito Austin dopo aver visto il film. Non voglio rovinarvi la “sorpresa” (sai che sorpresa), ma sappiate che in questo film potete trovare:

– Jason Statham che interpreta Jason Statham mentre prova ad imitare Bruce Willis in Armaggeddon
– Un megalodonte preistorico (realizzato in una bruttissima CGI) super intelligente che inspiegabilmente riesce a nuotare a pochissimi metri dalla riva
– Tanti cinesi
– Il solito attore di colore che fa da spalla comica (e non fa ridere a nessuno)
– Un ecosistema marino pieno di mostri fosforescente (che servono ad illuminare la scena)
– Ancora tanti cinesi su salvagente colorati

Il tutto, diretto maldestramente da un Jon Turtletaub senza verve e dal taglio televisivo. A questo punto mi chiedo quale possa essere il senso di un film che sarebbe risultato perfetto negli anni 90, ma che, nel 2018, diventa un pastrocchio trash imbarazzante per bimbiminchia, scritto male e interpretato peggio. Poi pensi a quello che ha fatto Steven Spielberg nel 1975 e capisci che i 150 milioni di budget sono stati spesi malissimo.

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“lasciamo perdere”

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“evitiamo che è meglio”

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Ocean’s 8 (2018)

8 DONNE E UNA COLLANA

In principio fu Frank Sinatra e Dean Martin (Colpo Grosso, 1960), poi arrivarono George Clooney e Brad Pitt (diretti da Steven Soderbergh) per ben 3 film (Ocean’s Eleven, Ocean’s Twelve, Ocean’s Thirteen). Ora tocca a Sandra Bullock e Cate Blanchett riformare la squadra. Ma questa volta in rosa. Ocean’s 8 nasce da un periodo storico molto particolare (lo scandalo Weinstein e il movimento Mee Too) e prova a rilanciare un nuovo franchise “cult”. Soderbergh si limita alla produzione e in cabina di regia arriva Gary Ross (Pleasantville, Hunger Games). Con un cast pazzesco a disposizione (Sandra Bullock, Cate Blanchett, Helena Bonham Carter, Anne Hathaway, Rihanna), l’operazione sembrava assolutamente vincente. Ma qualcosa (forse) è andato storto. Intendiamoci, Ocean’s 8 è simpatico, veloce e fila liscio come l’olio, ma con un materiale così “glamour” ci aspettavamo qualcosa di più. Primo problema, la regia. Gary Ross prova a “rifare” Steven Soderbergh copiando lo stile, ma non riesce ad essere così efficace e qualche caduta di ritmo si sente eccome. Secondo problema, la sceneggiatura. La storia, un po’ troppo meccanica, non offre particolari nuovi spunti, anzi risulta avere la stessa identica struttura della trilogia originale e, cosa ben più grave, manca un vero “villain” (una sorta di Andy Garcia al femminile). Anche il “colpo di scena” finale non risolleva il film dal baratro del già visto. Resta comunque un prodotto estivo che in qualche modo si lascia guardare (grazie alla classe delle protagoniste), ma difficilmente rimarrà nella memoria. Aridatece Clooney e Pitt !!!

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“una regia poco ispirata e una sceneggiatura senza grinta”

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“il “glamour” delle protagoniste”

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Hereditary (2018)

A CASA TUTTI BENE

Il “caso” Hereditary è finalmente sbarcato anche in Italia dopo la trionfale presentazione al Sundance Film Festival. Opera prima del giovane regista Ari Aster, racconta la storia di una famiglia costretta ad affrontare un grave lutto. La tragica circostanza porterà a galla agghiaccianti misteri. Ok, voglio essere onesto, Hereditary è un film pazzesco. Nella sua lunga durata (più di due ore), il regista ci accompagna su una giostra che parte lenta, anzi lentissima e che aumenta con il passare dei minuti, fino ad un finale vorticoso e sconvolgente. Senza dimenticare i grandi horror del passato (su tutti Rosemary’s Baby, L’Esorcista e Shining), Aster padroneggia con grande classe la macchina da presa e riesce veramente a spaventarci, senza ricorrere a jump scare banali o scontati. La paura che aleggia per tutta la pellicola è una paura ancestrale e misteriosa che penetra sotto pelle e nello stomaco. Una grande prova di una maturità cinematografica e artistica, ampliata da un cast in stato di grazia, in particolare una mastodontica Toni Collette, attrice straordinaria che resterà per molto tempo nella nostra testa. Un film intelligente e disturbante che diventerà col tempo un cult assoluto.

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“tutti i prossimi horror che verranno dopo Hereditary”

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“una mastodontica Toni Collette”

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Tully (2018)

CARTOLINE DALL’INFERNO

Lo ammetto, ho sempre pensato che Diablo Cody fosse una sceneggiatrice sopravvalutata. Ok, il premio Oscar per lo script di Juno (suo primo lavoro) è meritatissimo, ma il suo talento non è mai esploso nelle altre sceneggiature da lei scritte. Per fortuna il regista Jason Reitman ha sempre creduto in lei e con Tully, Diablo è tornata ai vecchi fasti della sua opera prima. La coppia Reitman/Cody chiude un’ideale trilogia sulla donna iniziata appunto con Juno e proseguita con Young Adult. E Tully è forse il loro film migliore. Marlo è una madre depressa con 3 figli di cui uno appena nato. La sua estenuante routine quotidiana la porterà ad assumere una baby sitter notturna. Tra le due donne si instaurerà una forte amicizia. L’argomento non era facile: raccontare la depressione post parto in chiave tragicomica, ma l’operazione è riuscita perfettamente. Charlize Theron (straordinaria) plasma corpo e anima per raccontare una madre distrutta, incapace di reagire e incapace (quasi) di amare. L’arrivo della baby sitter Tully (bravissima Mackenzie Davis), si trasformerà in un confronto con il passato, tenero ma allo stesso tempo brutale e inevitabile. Diablo Cody e Jason Reitman costruiscono una bellissima prima parte, dove l’inferno di Marlo viene perfettamente rappresentato, mentre nella seconda tirano il freno a mano per riprendersi con un finale amaro e “giusto”. Un piccolo grande film, che incanta grazie a due splendide attrici e ad una sceneggiatura equilibrata e “spietata”. Da vedere.

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“una parte centrale un po’ “frenata””

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“Charlize Theron nel ruolo della vita”

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Una Vita Spericolata (2018)

UNA VITA COME QUELLE DEI FILM

Diciamoci la verità : Marco Ponti non è Quentin Tarantino o Guy Ritchie e in questo Una Vita Spericolata, il tentativo è apprezzabile, ma il mix che ne esce genera un po’ di confusione. A ben 17 anni dal suo Santa Maradona, di cose ne sono cambiate. Un percorso on the road assolutamente grottesco, che però, lentamente e timidamente, inizia ad affascinare. Una fuga pazzesca attraverso tutto lo stivale, dalle montagne di Sestriere al mare di Santa Maria di Leuca, in cui i tre protagonisti, Rossi, BB e Soledad, asserragliati da una banda di criminali squinternati e dei poliziotti ancora più miserabili, cercheranno di compiere la loro missione. Quale ? Beh non possiamo stare qui a raccontare proprio tutto tutto, altrimenti gli ultimi impulsi per farvi uscire di casa e spendere il prezzo del biglietto, andranno via via ad esaurirsi. Un film che sicuramente non vi farà litigare con i presenti in sala (nel senso che probabilmente non troverete nessuno), quindi armatevi di tanta voglia di cinema e di una buona compagnia.

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“la gang sgangherata dei malviventi”

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“lo stile indiscusso di Matilda De Angelis”

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Green Room (2015)

NAZISTI CONTRO PUNK

Una band punk a corto di serate accetta da un roadie scalcagnato di suonare ad un ritrovo di skinhead d’estrema destra da provincia americana. Giunti in loco, la serata si svolge in uno scenario di grande tensione, ma il vero incubo inizia a spettacolo finito, quando prima di andarsene sono involontari testimoni di un omicidio a sangue freddo da parte degli organizzatori. Rinchiusi in una stanza sanno che tutti lì fuori li vogliono morti e, a differenza loro, sono perfettamente in grado di ucciderli. Il cinema di Jeremy Saulnier è un cinema fatto di colori. Il suo secondo lungometraggio, Blue Ruin, è uno splendido revenge movie circondato da un bagliore blu accecante e disperato, vero protagonista del storia. Alla sua terza opera, Saulnier decide di utilizzare il colore verde per raccontare una follia punk scatenata e violentissima. E se Blue Ruin, ci racconta la tragica resa dei conti di un uomo con il suo passato, in Green Room, assistiamo ad una guerra senza esclusione di colpi tra due surreali gruppi. La bravura di Saulnier sta nel gestire l’azione, calibrando perfettamente scene splatter e tensione senza mai scadere nel ridicolo. Anzi, nonostante l’argomento “nazisti contro punk” potrebbe risultare comico/trash, il regista non ha voglia di scherzare e ci mostra senza paura ad un paio di scene veramente crude. Proprio per questo motivo, il cast è straordinario: un inedito Patrick Stewart ci regala una delle sue interpretazioni più particolari e riuscite, mentre il compianto Anton Yelchin è un bravissimo protagonista (ci mancherà il suo viso angelico ma determinato). Green Room è la prova definitiva che Jeremy Saulnier è uno degli autori più promettente nel panorama indie, capace di perle d’autore “colorate” e splendide.

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“assente”

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“un inedito e cattivissimo Patrick Stewart”

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Solo – A Star Wars Story (2018)

SOLAMENTE TU

C’è un problema di fondo in Solo: A Star Wars Story, secondo spin-off della saga di Guerre Stellari. Bellissima scatola, ma completamente vuota. E i problemi produttivi avuti durante le riprese sono la prova che forse è meglio rivedere il progetto di rilancio Star Wars. L’occasione, molto stuzzicante, era di narrare le gesta del giovane Han Solo, contrabbandiere galattico reso leggendario da Harrison Ford. Le buone intenzioni c’erano tutte: due giovani e bravi registi (Phil Lord e Chris Miller), un giovane e talentuoso attore (Alden Ehrenreich) e uno sceneggiatore con una grande esperienza (Lawrence Kasdan). Poi le cose sono andate diversamente: I due registi licenziati a riprese già iniziate (sostituiti da Ron Howard), un attore che non ha il giusto carisma e una sceneggiatura poco originale. Poteva essere un disastro assoluto, ma Ron Howard, da grande volpe del cinema, salva in qualche modo la baracca e, con grande capacità tecnica, realizza uno spin-off divertente, ma i problemi restano. Lasciamo perdere il ritmo altalenante e la lunghezza finale della pellicola, il vero problema è la mancanza di cuore. Howard & Co. ce la mettono tutta a provocare una reazione “nostalgica” allo spettatore (il primo incontro tra Han e Chewbecca è carino, così come l’ingresso all’interno del Millennium Falcon), ma il tutto risulta così “meccanico” che non arriva mai a “scaldare” il cuore. Intendiamoci, tecnicamente la pellicola è formidabile e in alcuni punti godibilissima, ma non riesce a raggiungere alti livelli emotivi. Dopo il flop al botteghino, alla Disney è arrivato il momento per ricostruire l’universo cinematografico di Star Wars, provando a percorrere nuove strade e nuovi personaggi. E che la forza sia con loro.

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“il poco carisma di Alden Ehrenreich e un ritmo altalenante”

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“la rapina al treno e ottimi effetti speciali”

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Mary e il Fiore della Strega (2018)

STREGA COMANDA COLORI

La piccola Mary Smith ritrova nel bosco un misterioso fiore blu che le fa ottenere i poteri magici di una strega. Si ritroverà catapultata in un mondo magico e apparentemente idilliaco. Il primo film dello Studio Ponoc, nato da un gruppo di animatori dello Studio Ghibli, profuma dell’arte del grande maestro Hayao Miyazaki. Il regista Hiromasa Yonebayashi, allievo del grande maestro, con il quale ha realizzato Arrietty – Il mondo segreto sotto il pavimento e Quando c’era Marnie, conosce perfettamente i meccanismi che hanno reso leggendario lo Studio Ghibli e l’operazione funziona: i personaggi sono tutti azzeccati, il ritmo è alto e l’animazione è ovviamente eccellente. Quello che manca però è la poesia unica che contraddistingue tutte le opere dello studio di Hayao Miyazaki e Isao Takahata. In Mary e il fiore della strega, Yonebayashi e il suo team creano uno spettacolo godibilissimo, colorato e per tutte le età, ma che rimane confinato nella categoria “buon prodotto” senza mai toccare livelli elevati. Lo Studio Ponoc omaggia Kiki – Consegne a domicilio, La Città Incantata, Il Castello Errante di Howl e addirittura Harry Potter, regalandoci 102 minuti divertenti e mai noiosi. Ma l’arte di Miyazaki risiede da tutt’altra parte.

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“manca completamente la poesia dello Studio Ghibli”

cult
“la bellissima animazione”

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À l’Intérieur – Inside (2007)

FATTI MANDARE DALLA MAMMA

Sarah, giovane fotografa al nono mese di gravidanza, fatica a superare la perdita del fidanzato, morto qualche mese prima in un incidente stradale. Durante la vigilia di Natale, Sarah riceve visita da una misteriosa donna. Sarà l’inizio di un incubo sanguinoso e terrificante. Il duo Alexandre Bustillo e Julien Maury appartiene all’ondata horror francese che ha sconvolto il cinema mondiale (e che purtroppo Hollywood ha saccheggiato con diversi, discutibili, remake), e questa loro opera di debutto, À l’intérieur, è uno dei migliori horror degli ultimi 15 anni. Immaginate uno scontro all’ultimo sangue tra una ragazza incinta e una donna che fa di tutto per aprirle la pancia e prendere il bambino. Ora aggiungete ancora del sangue. E ancora. Occorre avere uno stomaco d’acciaio per sopportare certe sequenze, ma la bravura dei due registi riesce ad incollare lo spettatore allo schermo con ritmo pazzesco e ipnotico. I due giovani autori evitano intellettualismi inutili e ci conducono in un gioco al massacro veloce, secco e brutale, dove la cupa e claustrofobica location diventa un labirinto senza scampo. Bravissima la protagonista Alysson Paradis, ma Beatrice Dalle è uno straordinario angelo della morte che non dimenticherete facilmente. Peccato che Alexandre Bustillo e Julien Maury non sono riusciti a ripete il miracolo À l’intérieur con altri film (il loro ultimo lavoro è Leatherface, anonimo prequel di Non Aprite Quella Porta), ma il talento c’è e questo film è già un cult imperdibile.

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“fiumi di sangue”

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“Beatrice Dalle in versione Angelo della Morte”

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Jurassic World: Il Regno Distrutto (2018)

IL REGNO DEL FUOCO

Nel 2015, Jurassic World ha sbancato i botteghini di mondo, diventando uno dei film più visti di sempre. Il regista Colin Trevorrow è riuscito (in parte) a dare una nuova spinta alla saga dopo il disastroso Jurassic Park 3, creando un nuovo franchise. A dirla tutta, il film di Trevorrow è in realtà una reinterpretazione più futuristica, e neanche troppo originale, dell’inarrivabile Jurassic Park di Steven Spielberg. E il pubblico ha apprezzato. 3 anni dopo, ecco l’inevitabile sequel. Trevorrow si limita a scrivere e produrre, mentre in cabina di regia arriva il talentuoso regista spagnolo J.A. Bayona. Jurassic World: Il Regno Distrutto parte dalla fine del primo film. L’isola dove ospitava l’ormai abbandonato parco Jurassic World è minacciata da un vulcano che mette in pericolo tutti i dinosauri. La squadra capitanata da Claire Dearing, ex direttrice di Jurassic World, e da Owen Grady proveranno a salvarli. Si respira aria di novità in questa seconda avventura. O meglio, si respira aria di “future” novità. Questo film mette le basi per una (possibile) decisiva svolta nel terzo capitolo, stuzzicando sicuramente lo spettatore, ma lasciando un fastidioso senso di déjà vu. Bayona dirige molto bene, e la sua tecnica è di gran lunga superiore a quella di Colin Trevorrow, ma la sceneggiatura poco accattivante rovina, in parte, l’operazione. Il primo atto, ambientato sull’isola, è banalotto e già ampiamente visto, mentre nel secondo atto, l’azione fortunatamente cambia e Bayona, con grande intelligenza, ci infila qualche momento horror (l’ambientazione finale nella villa sembra uscita da un film di Guillermo Del Toro, maestro artistico di Bayona). Per quanto riguarda il cast, funziona bene la coppia Chris Pratt/Bryce Dallas Howard, mentre risultano assolutamente inutili le new entry (inclassificabili Jeff Goldblum, Geraldine Chaplin e Toby Jones). Purtroppo siamo ancora lontani dal coraggio registico del maestro Steven Spielberg e questo nuovo franchise sembra restare sulla strada “sicura” del family movie, ma qualche segnale di cambiamento sembra arrivare. Vedremo in Jurassic World 3.

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“una sceneggiatura poco originale”

cult
“la regia “horror” di J.A. Bayona”

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Kill List (2011)

DEATH NOTE

Due ex soldati vengono ingaggiati da un misterioso individuo per portare a termine 3 omicidi. La missione si trasformerà in un viaggio all’inferno e nella paranoia. Con questo gioiello, il regista Ben Wheatley è letteralmente esploso nel panorama cinematografico odierno. Kill List è uno di quei film che ha molti volti, molte sfumature, molta violenza. Inizia come un dramma famigliare, prosegue come un gangster movie fino ad un finale puramente horror (omaggio al cult The Wicker Man di Robin Hardy). Wheatley gioca benissimo con lo spettatore, rimescolando completamente le carte e mettendo a dura prova il nostro stomaco (la sequenza del tizio preso a martellate è dura da digerire). Evitando la spettacolarizzazione delle scene, si ha l’impressione di sprofondare veramente in un tunnel dell’anima, buio e senza uscita, dove la psiche del protagonista verrà risucchiata per sempre. Kill List è uno dei migliori horror-british degli ultimi anni, capace di entrare sotto pelle e rimanerci. E Ben Wheatley diventa improvvisamente uno dei registi più talentuosi da tenere d’occhio.

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“il massacro con il martello”

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“il finale alla The Wicker Man”

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Il Sospetto (2012)

STORIA DI ORDINARIO BIGOTTISMO

In un piccolo paesino della Danimarca, Lukas, insegnante in un asilo, viene accusato da una bambina di molestie sessuali. La falsa notizia inizierà a circolare per tutto il paese e Lukas sarà costretto a difendersi da questa “caccia al mostro” per riottenere dignità e fiducia. Il regista Thomas Vinterberg, torna a dirigere un feroce dramma umano, dopo il folgorante Festen. Se in quel film, la famiglia “perfetta” veniva completamente disintegrata all’interno da un suo membro, ne Il Sospetto è la comunità di un paese che decide di massacrare un uomo basandosi su delle voci non confermate. Lukas diventa improvvisamente un mostro da isolare e combattere. Una vera e propria “caccia” (come il bellissimo titolo originale, The Hunt, suggerisce), che il popolo decide di iniziare senza pietà, provocata da una mentalità chiusa e bigotta. Vinterberg punta il dito sull’uomo e sulla sua falsità, sul popolo sovrano che accusa senza una vera accusa, e che mette al patibolo persone solo per il gusto di farlo. Straordinaria l’interpretazione di Mads Mikkelsen, volto duro segnato, che riesce a trasmettere dolore e rabbia con un solo sguardo (la scena in chiesa la notte di Natale è da applausi). Un film “aggressivo” e pungente, che prende lo stomaco e ti obbliga a riflettere per giorni e giorni.

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“assente”

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“la sequenza ambientata in chiesa la notte di Natale”

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Dogman (2018)

SONATA PER GLI UOMINI BUONI

Matteo Garrone è un regista che, nelle sue opere, riesce a ritrarre personaggi semplici ma allo stesso complessi. Basti pensare a Peppino Profeta de L’Imbalsamatore, o il Luciano di Reality. Personaggi veri, “reali”, che decidono di dare una svolta alla loro vita, nel bene e nel male. Il Marcello di Dogman è un “omino” che vive una vita tranquilla nel suo quartiere. Ha un piccolo negozio di toelettatura per cani e una figlia. Tutto scorre. Poi c’è Simoncino, un cocainomane violento che terrorizza tutto il quartiere e che prende di mira Marcello. La “svolta” sarà drammatica e inaspettata. Tra atmosfere puramente western, Garrone ci porta in un luogo sospeso nel tempo e nello spazio. Ci immerge in un racconto crudo e senza speranza, ma allo stesso tempo tenero e commovente. Un racconto che parla di amicizia, di padri, di violenza, di sangue, di cani, di vendetta. Straordinaria la coppia di attori composta da Marcello Fonte (vincitore a Cannes) e Edoardo Pesce, perfette maschere destinate ad uno scontro decisivo dove solo il più determinato (e non il più forte) sarà vincitore. Un film di pancia e di testa, capace di incollare lo spettatore allo schermo fino allo splendido e visionario finale. Emozioni che solo il grande Cinema riesce a darti. Grazie Garrone. E già non vediamo l’ora di vedere il tuo Pinocchio.

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“assente”

cult
“gli straordinari Marcello Fonte e Edoardo Pesce”

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Kedi – La Città dei Gatti (2018)

OCCHI DI GATTO

I gatti di Istanbul sono diventati “cittadini ufficiali” della città. Da tantissimo tempo, interagiscono con la popolazione, entrano ed escono dalle case, vivono e “salvano” vite. I gatti SONO Instanbul. E’ questo il significato di Kedi – la Città dei Gatti, splendido documentario della regista turca Ceyda Torun. Questi felini sono l’anima di una città dal fascino decadente ma affascinante, costretta a fare i conti con il futuro. I gatti sono in perfetta simbiosi con le persone e li osservano come esseri alla pari. La regista li segue attraverso i vicoli, i bar, le abitazioni, i nascondigli, raccontando le loro abitudini, le loro caratteristiche, le loro debolezze. Una vera e propria lettera d’amore a questi animali e ad una città che non è ancora pronta per affrontare il futuro. Da vedere.

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“assente”

cult
“assente”

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Annientamento (2018)

BEYOND THE BLACK RAINBOW

Chi ha visto il bellissimo Ex Machina, conosce perfettamente l’idea “di fantascienza” che Alex Garland ha in mente. Una fantascienza “da camera”, lenta e psicologica, che riesce ad essere penetrante e a tratti disturbante. Succede la stessa cosa con la sua seconda opera, Annientamento. Liberamente ispirato dal romanzo di Jeff VanderMeer, racconta di una misteriosa area del pianeta Terra dove le leggi della fisica non esistono. Un team composto da 5 scienziate si avventura per scoprirne i misteri più profondi. Garland evita qualsiasi trucchetto commerciale e realizza uno sci-fi/horror/thriller/drama coinvolgente e per palati fini. All’interno di questa famigerata Area X, Garland si sbizzarrisce con creature ibride (il mostro orso è veramente spaventoso), scene splatter e momenti WTF, senza mai cadere nel ridicolo involontario o nel banale. Anzi, l’atmosfera che si respira è quella della grande fantascienza d’autore (avete presente Arrival di Denis Villenueve?), che se ne frega altamente di cosa possa pensare il pubblico (uno dei motivi per cui in Italia è uscito direttamente su Netflix). Non servono “spiegoni” o risposte forzate, esiste una visione che contiene qualsiasi riposta, sta a noi spettatori trovarle. Bravissime tutte le attrici coinvolte, a partire da una sempre perfetta Natalie Portman, vero catalizzatore “umano” del racconto, e da una sorprendente Jennifer Jason Leigh. Potrei parlarvi dei tanti significati nascosti, ma l’opera di Garland è talmente affascinante e ipnotica che è giusto perdersi al suo interno senza contaminazioni.

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“qualche momento WTF !!!”

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“la terrificante scena dell’orso mostro”

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L’Isola dei Cani (2018)

CANI COME NOI

A causa di un’influenza canina, tutti i cani del Giappone vengono messi in quarantena su un’isola. Il giovane Atari parte alla ricerca del suo amato cane Spots, aiutato da altri cani. Il cinema di Wes Anderson è un cinema molto particolare; sofisticato, intelligente, geometrico. Nel 2009 ci aveva stupito con il suo primo film d’animazione in stop-motion, Fantastic Mr. Fox, splendida trasposizione del romanzo di Roald Dahl. 9 anni dopo, ci riprova con questo meraviglioso L’Isola dei Cani. Se ad una prima analisi, il film è una semplice favola canina con lieto fine, ad un’analisi più approfondita, Anderson realizza una feroce critica sull’essere umano e sulla società di oggi, dove gli umani sono le vere bestie (geniale la scelta linguistica di far parlare gli umani in giapponese e i cani in inglese). Omaggiando l’estetica giapponese (e i suoi registi, in particolare Kurosawa e addiritura Shin’ya Tsukamoto), Anderson procede tra intellettualismi e momenti comici (esilaranti le “zuffe” in stile cartoon), fino ad un bellissimo finale, quasi emozionante. Straordinaria anche l’animazione volutamente demodè, che riesce a caratterizzare e trasmettere tutte le emozioni dei personaggi con piccoli movimenti degli occhi o del pelo. Un’opera preziosa e quanto mai attuale che merita di essere vista e rivista. Grazie Wes.

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“assente”

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“la strepitosa animazione e la geometrica regia di Wes Anderson”

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You Were Never Really Here (2018)

L’INCUDINE E IL MARTELLO

You Were Never Really Here è un film che ti penetra nel cervello e ti colpisce come un martello (letteralmente). Credetemi, quando dico “colpisce come un macigno”, significa che la potenza di alcune scene è veramente incredibile. La storia, tratta dal romanzo omonimo di Jonathan Ames, racconta di Joe, ex veterano di guerra ed ex agente FBI, che soffre di stess post-traumatico e deve accudire l’anziana madre. Per sopravvivere, fa il sicario e va alla ricerca di ragazzine scomparse. La regista Lynne Ramsay sa il fatto suo e costruisce un thriller dell’anima intenso, secco e brutale. Evitando facili spettacolarismi, la regista ci porta all’interno di una vicenda raccontata per gradi, all’inizio quasi sussurrata, fino all’esplosione finale grondante sangue. I traumi del passato di Joe non ci vengono mai mostrati chiaramente, solo flash veloci, ma funzionano perfettamente. Joaquin Phoenix si trasforma, fisicamente e psicologicamente, in un uomo robusto ma fragile, stanco di vivere e che non riesce (o non può?) a farla finita. La svolta di sceneggiatura a metà pellicola, trasforma il thriller interiore in thriller urbano, dove la Ramsay spinge sul pedale della violenza (a tratti insostenibile), e omaggia in diversi punti il cinema horror. Echi di Taxi Driver, echi di Drive, echi di Leon, echi di Psycho, ma la parabola di Joe è tanto originale quanto stordente. E indimenticabile.

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“un leggero déjà vu”

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“uno straordinario Joaquin Phoenix”

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Loro 2 (2018)

TRAGEDIA DI UN UOMO RICCO

Per un attimo ci avevo creduto. Dopo Loro 1, ero (quasi) sicuro che Sorrentino potesse chiudere il suo dittico alla grande. In realtà non è così e tutti i miei dubbi sul progetto si sono concretizzati con questo Loro 2. Avevamo lasciato Servillo/Berlusconi nella sua villa in Sardegna che provava in tutti i modi a riconquistare la moglie Veronica Lario, e lo ritroviamo lì, con un matrimonio sull’orlo del baratro e l’ossessione di tornare in cima al mondo. Sorrentino, fortunatamente, abbandona lo stile simil-scorsesiano di Loro 1 e si concentra sull’uomo Berlusconi. Il dialogo iniziale con Ennio Doris, ci fa capire che la direzione presa da questo secondo film è la voglia di rinascita di un uomo che ha capito perfettamente di essere invecchiato. E questa parte funzione benissimo. La sequenza della telefonata ad una sconosciuta è esilarante, ma allo stesso tempo amara e “maliconica”, mentre l’incontro/scontro con la moglie Veronica Lario è indimenticabile per la semplicità della messa in scena e per l’intensità dei due interpreti. Peccato poi che Sorrentino si ricorda di essere Sorrentino, e il castello crolla. Come già successo nel primo film, la storia gira un po’ a vuoto e manca un vero e proprio finale. Questo è il punto debole di (quasi) tutto il cinema di Paolo Sorrentino: grande capacità registiche, ma sceneggiature mai all’altezza. Un vero peccato, perchè Toni Servillo è uno straordinario Silvio Berlusconi e in alcuni momenti scatta l’applauso, ma i momenti involontariamente ridicoli sono tanti e fastidiosi (vedi come è stato trattato il terremoto dell’Aquila). Si arriva a fine film e la domanda arriva puntale: “Quindi uscirà anche Loro 3?”. La risposta la sapete già.

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“La sequenza finale del terremoto”

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“La telefonata di Berlusconi ad una sconosciuta e l’incontro/scontro con Veronica Lario”

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Deadpool 2 (2018)

KICK-ASS !!!

Nel 2016, Deadpool di Tim Miller riuscì a rinfrescare il genere dei cinecomics con gag politicamente scorrette, tanta azione e violenza. Un’operazione geniale voluta fortemente da Ryan Reynolds che è rimasta, in qualche modo, nella storia. 2 anni dopo ecco il sequel. Cambio di regia (fuori Tim Miller, dentro David Leitch), ma stessi elementi del primo capitolo per un’avventura ancora più sboccata e scatenata. Ma non è tutto oro quel che luccica. Se da una parte il meccanismo anarchico funziona ancora, dall’altra si rischia di inchiodare gli ingranaggi a causa di una sceneggiatura un po’ tirata, basata troppo sul lato comico. L’azione c’è ed è girata perfettamente (la scena nella prigione dei mutanti è tecnicamente ineccepibile), ma il gioco che risultava divertente nel primo film, qui acquista un certa “pesantezza”, tanto da diventare a tratti noioso. Ryan Reynolds fa bene il suo lavoro e risulta meno “fastidioso” rispetto ad altre volte, ma alcune scenette si potevano tranquillamente sforbiciare (soprattutto nel finale). Buoni comunque i nuovi ingressi del cast, tra cui un roccioso Josh Brolin (che qui spacca, ma il suo Cable non ha il carisma di Thanos) e una spumeggiante Zazie Beetz nel ruolo della fortunata Domino. Al di là di tutto, Deadpool 2 rimane comunque un ottimo esempio di cinecomics sovversivo e irriverente, capace di regalare momenti veramente geniali (su tutto le sequenze post-credits sono tra le migliori in assoluto). Peccato per quei 20 minuti di troppo. Vabbè.

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“manca la freschezza del primo film e il minutaggio non aiuta!!!”

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“la scena all’interno della prigione dei mutanti e tutte le sequenze post-credits”

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Loro 1 (2018)

LUI 1

Possiamo dividere questo Loro 1, primo film del dittico su Silvio Berlusconi scritto e diretto da Paolo Sorrentino. La prima racconta dell’ascesa di Sergio Morra (interpretato da Riccardo Scamarcio, che nella realtà corrisponde a Gianpaolo Tarantini) e della sua scalata tra cocaina e veline per arrivare a “Lui”. Sorrentino ci scaraventa subito nel delirio carnevalesco fatto di droga, ragazze, soldi e feste, dove tutto è possibile e dove “Lui” è considerato inarrivabile. Nello stile di Martin Scorsese (e del suo capolavoro The Wolf of Wall Street), tutto diventa estremo e surreale. I corpi nudi delle “veline” che ballano e si concedono ai potenti è una realtà che ormai conosciamo bene, ma qui il regista decide di premere troppo l’acceleratore. E’ cinema di pura forma stilistica, che Sorrentino fatica a gestire (Scorsese è Scorsese) e in alcuni punti risulta quasi ridicolo (la scena della festa in piscina è troppo lunga e “finta” come la sequenza del camion della nettezza urbana). Ma ad un tratto si cambia completamente registro, ed entra in scena “Lui”, ovvero Silvio Berlusconi. Tutto si placa, tutto si quieta e la storia si trasforma in qualcosa di diverso. Toni Servillo, interpreta un Berlusconi caricaturale, quasi fumettistico, che spara battute, fa sorrisi, prende tutto alla leggera e che tenta di recuperare l’amore della moglie Veronica Lario. Non è il Berlusconi “divinità” che ci eravamo immaginati nella prima parte e che i protagonisti amavano/temevano. E’ un uomo che sta tentando di recuperare la sua storia d’amore e la sua vita (bellissima la scena finale sulle note di Domenica Bestiale di Fabio Concato). E’ difficile dare un giudizio obiettivo a questo primo film senza aver visto la seconda parte, ma l’impressione è che Sorrentino ci stupirà. Senza effetti speciali e senza virtuosismi. Solo con le emozioni.

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“la sequenza dell’incidente del camion della nettezza urbana”

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“una sorprendente seconda parte”

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Avengers – Infinity War (2018)

THANOS DEMANDS YOUR SILENCE

Difficile scrivere la recensione di Avengers – Infinity War senza fare spoiler, ma ci proverò. Il primo capitolo conclusivo di 10 anni di Marvel al cinema è talmente potente e grandioso che potremmo parlarne per giorni interi. Siccome rispetto chi non ha ancora visto il film e ripeto, non voglio rovinare la sorpresa a nessuno, farò una breve lista che spero serva a farvi capire che Avengers – Infinity War è uno dei cinecomics più incredibili di sempre:

Thanos: iniziamo da lui, il vero protagonista della storia. Violento, implacabile, fortissimo e allo stesso tempo tragico e dagli occhi tristi. Uno dei più grandi villain della storia dei cinecomics, impreziosito dall’interpretazione perfetta di Josh Brolin.

Gli Avengers: davvero complicato gestire tanti personaggi con diverse personalità, ma incredibilimente tutti fanno la loro parte. Anche i personaggi minori riescono ad avere uno spazio e a fare la differenza. Magie di una sceneggiatura equilibrata e della bravura dei grandi attori coinvolti.

L’Ordine Nero: forse non sono la cosa più memorabile della pellicola, ma i 4 scagnozzi di Thanos funzionano. Sono protagonisti di un paio di scene d’azione notevoli e la tortura “chirurgica” di Fauce d’Ebano è veramente inquietante.

I Guardiani della Galassia: il lato comico della pellicola. Grazie a James Gunn (che ha scritto tutte le scene), i Guardiani riescono a stemperare la carica drammatica della storia, facendoci addirittura emozionare. E trovano in Thor una esilarante spalla.

La regia dei fratelli Russo: mi chiedo se Josh Wheedon sarebbe riuscito a gestire questo materiale in maniera così perfetta. Per carità, il lavoro fatto da Wheedon con i primi due film è veramente notevole, ma i fratelli Russo aggiungono quel qualcosa in più. Una regia pieno di ritmo, azione ed intensità.

Il finale: ovviamente non ve lo sveleremo, ma posso dirvi che è veramente sconvolgente. Lontanissimo dal tono rassicurante di tutti gli altri film Marvel, questa parte finale risulta coraggiosa e inaspettata, e apre le porte ad un quarto capito ancora più oscuro e misterioso. Pazzesco

Fermiamoci qui, vi ho già detto troppo. Avengers – Infinity è IL cinecomics definitivo che, ne siamo sicuri, raggiungerà l’apice con il quarto capitolo. Una corsa durata 10 anni che si sta concludendo nel migliore dei modi. Sbalorditivo.

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“assente”

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“Avengers – Infinity War”

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Ghost Stories (2018)

QUESTI FANTASMI

Posso dirvi con tranquillità che Ghost Stories fa veramente paura. Niente sangue, niente splatter, niente mostri. Solo atmosfere inquietanti e tanta tensione. La coppia di registi Jeremy Dyson e Andy Nyman portano sul grande schermo una loro pièce teatrale col tentativo di omaggiare gli horror anni’70. E l’operazione è riuscita al 100%. La storia racconta del professor Phillip Goodman, docente di psicologia, che riceve l’incarico di indagare su tre casi paranormali irrisolti. Le sue scoperte lo metteranno di fronte a fenomeni inspiegabili. La prima carta vincente di questo film a episodi è proprio la regia di Dyson e Nyman. I due riescono a costruire un look incredibilmente cupo e immersivo, gestendo con grande intelligenza i momenti di suspense e i momenti “morti”. Ogni episodio ha una struttura diversa in relazione alla storia da raccontare; dal manicomio abbandonato, passando per il bosco satanico (favolosa citazione di Evil Dead di Sam Raimi) per concludere con la casa infestata (Shining?). Come in un perfetto puzzle, tutti i pezzi vengono assemblati con precisione fino ad un pre-finale dove tutto viene completamente ribaltato (e che forse rischia qualcosa in termini di ritmo), ma che acquista un senso solo nell’ultimissima scena. Efficace l’interpretazione di Andy Nyman e sempre bravo il grande Martin Freeman, capace di regalare anche qualche momento ironico. Ghost Stories è il film “di fantasmi” che stavamo aspettando: inquietante, registicamente impeccabile e scritto benissimo. Per chi ama il cinema horror d’altri tempi.

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“un pre-finale registicamente pericoloso”

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“l’episodio nel manicomio abbandonato”

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Nella Tana dei Lupi (2018)

CONCENTRATO DI PALLE

Oggi scende Sandro in campo, non lo fa mai, ma il genere lo affascina e questo è il suo pane. Cosa dire di questo adrenalinico Nella Tana dei Lupi : purtroppo non molto. L’idea non è malvagia : criminali spietati contro poliziotti fuori ordinanza, ma questo vale per chi non segue il genere. Prendiamo un belloccio un po’ fuori forma ma sempre stramanzo come Gerard Butler e un altrettanto cazzuto e pompatissimo 50 Cent (che dice 3 frasi di senso compiuto in tutto il film) e proviamo a mettere dentro al frullatore, rapine, ostaggi, truffe, inganni e chi più ne ha più ne metta. A questo punto fate partire il frullatore e in un batter d’occhi ecco pronto da servire in una ciotola questo Nella Tana dei Lupi. Purtroppo a parte qualche gag in puro stile alla Pain & Gain, qualche sparatoria già vista in Point Break, nel nostro frullatore troveremo ingredienti già utilizzati (anche meglio) in capolavori del genere downtown crime, come Training Day, I Padroni della Notte, i vari Ocean’s, The Town, Bad Boys (solo per citarne alcuni). Christian Gudegast tenta il colpaccio con una buona dose di marketing, supportato da frasi e gag ad effetto in tutti trailer e teaser che ne hanno anticipato l’uscita, ma questo Nella Tana dei Lupi, purtroppo, non rimarrà di certo nella storia per la sceneggiatura più originali nel genere. Si parla già di un sequel e per gli amanti del genere come me, speriamo che questa volta il dosaggio degli ingredienti sia più deciso !!!

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“un pompatissimo ma totalmente assente 50 Cent”

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“un cazzutissimo Gerard Butler”

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Mom and Dad (2017)

MULINO BIANCO

A causa di un misterioso segnale proveniente dalla televisione, i genitori iniziano ad avere strani istinti omicidi sui propri figli. Chissà se questo Mom and Dad avrà una distribuzione italiana. Sinceramente non penso, visto che questo piccolo gioiello di cattiveria potrebbe urtare la sensibilità di molti “bigotti” presenti nel nostro paese. Il regista Brian Taylor (co-regista della serie di Crank e del brutto Ghost Rider: Spirito di Vendetta) immagina una società dove i genitori sono una coppia di frustrati che non sono riusciti a realizzare i propri sogni a causa dei figli e l’unico modo per uscirne è l’omicidio. Con grande senso ironico, Taylor costruisce una folle giostra orrorifica, sadica e grottesca, che diverte fino all’ultima scena. E visto il materiale di partenza così fuori dagli schemi, chi meglio di Nicolas Cage poteva interpretarlo? Dopo tanti ruoli al limite della spazzatura, la sua istrionica ed esagerata mimica facciale risulta perfettamente in linea con la delirante storia e ci regala una delle sue migliori interpretazioni. Mom and Dad è una ventata d’aria fresca per il genere, una schiaffo in faccia al perbenismo che sorprende incredibilmente con una cattiveria unica (il cameo finale di Lance Henriksen è da standing ovation). Scommettiamo un caffè che farete anche voi il tifo per i genitori?

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“genitori che uccidono i propri figli ? YESSS”

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“un Nicolas Cage esagerato”

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I Segreti di Wind River (2018)

IL CACCIATORE

Periferia Statunitense, ampie sterminate aree innevate, canyon e montagne, circondano minuscole frazioni di agglomerati urbani vicino alla riserva indiana di Wind River. Una sceneggiatura essenziale ritma le relazioni tra i protagonisti di questo thriller che necessitano di poche parole, e molti silenzi, per comprendersi. Una storia di frontiera ritmata da dialoghi espressi in una lingua apparentemente identica, ma segnata da appartenenza culturale e storica ben demarcata, quella tra i Nativi di America e i bianchi statunitensi. Una storia ispirata a fatti realmente accaduti, accompagnata da statistiche che confermano quanto le aggressioni e le scomparse a danno delle donne Native Americane siano molto meno registrate, e risolte, rispetto allo stesso sesso di razza bianca. Una colonna sonora il cui tono di fondo pervade l’intera pellicola, mantenendo alta la tensione in modo costante dall’inizio alla fine del film, in cui i colori e le sfumature del bianco abbagliano lo spettatore intento a seguire i diversi fili dipanati nello svolgimento della trama. Negli Stati Uniti di oggi, terra di contraddizioni, uno scontro all’interno di un’umanità relegata quasi ai confini della realtà, in cui o si sopravvive o si soggiace alla crudele legge di obbligata convivenza e sopravvivenza del luogo. I personaggi sono molto ben delineati, come camei, ognuno come fosse appartenente ad un mondo a sé. Il cacciatore bianco, avvezzo all’asprezza del luogo ed integrato nella comunità di Nativi Americani. Lo sceriffo Responsabile per i Nativi Americani, baluardo di una giustizia (quella statunitense) avvertita quasi in modo ostile dalla comunità di Nativi Americani. L’outsider dell’FBI sprovveduta nell’arrivare dalla calda Los Angeles in una zona cosi’ rigidamente fredda e impervia degli USA . E altri personaggi che fanno da corollario a quest’umanità di frontiera in cui la brutalità dei bianchi si affligge nuovamente sulla minoranza etnica e sul sesso cosiddetto debole, ma in realtà più guerriero che mai. Il tutto si dipana in una terra segnata dalle distanze inedite, dalle bianche distese innevate tra i monti e i canyon, percorse da sfreccianti slitte motorizzate adrenaliniche nell’aggredire tempeste e terreni impervi. Un film decisamente avvincente, controllato, sfaccettato, multietnico, adrenalinico.

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“la regia un po’ acerba di Taylor Sheridan”

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“la straordinaria interpretazione di Jeremy Renner”

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Dredd (2012)

IO SONO LA LEGGE

Ricordo ancora con affetto il Dredd di Sylvester Stallone (anno 1995), lontano anni luce dal materiale originale, ma comunque simpatico e di grande intrattenimento. I fan del fumetto hanno gridato allo scandalo per come Stallone ha trattato il personaggio (e per il fatto che il 90% della pellicola, Dredd rimanga senza casco). Dopo 17 anni, lo sceneggiatore Alex Garland e il regista Pete Travis, provano a riportare sullo schermo il violento Giudice senza scrupoli. E questa volta i fan possono restare tranquilli. Dredd è una versione completamente diversa dal primo film. Più fedele ai fumetti, più estremo, più “per adulti”. Dietro il casco iconico troviamo Karl Urban (che non è così famoso come Stallone e non ha bisogno di togliersi l’elmo). La storia racconta di una pericolosa missione all’interno di un enorme grattacielo per combattere la famigerata trafficante di droga Ma-Ma. Se state pensando che la storia ha molti punti in comune con il cult The Raid di Gareth Evans, avete completamente ragione. Ma questo non è un problema, perchè la coppia Travis/Garland, riesce a costruire una bellissima e malfamata atmosfera, dove violenza e droga regnano sovrane. Molto azzeccate anche le sequenze in slow-mo, che conferiscono un tono surreale alla pellicola. Se vogliamo essere pignoli, non tutto funziona alla perfezione; in alcuni momenti si ha l’impressione di assistere ad un prodotto troppo “televisivo” e la satira politica presente nel fumetto è inesistente. Ma il nuovo Dredd risulta efficace proprio perchè osa e spinge il pedale sulla violenza (a volte anche gratuita). Il film è stato un flop nelle sale (in Italia non è stato distribuito), ma ha avuto un discreto successo in home video grazie al passaparola. Peccato, il sequel poteva regalare altre sorprese.

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“un’aria troppo “televisiva””

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“le surreali scene in slow-mo”

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Flatliners – Linea Mortale (2017)

MORTACCI

Ditemi voi com’è possibile non incazzarsi davanti a film come Flatliners – Linea Mortale. E pensare che i presupposti per costruire un buon sequel/remake c’erano tutti: Alla base, un film cult anni 90 molto intrigante, un regista interessante (Niels Arden Oplev, regista del primo Uomini che Odiano le donne), un giovane sceneggiatore che ha già scritto cose interessanti (Ben Ripley, suo lo script di Source Code di Duncan Jones), un cast giovane e attraente (Ellen Page, Diego Luna e Nina Dobrev). In realtà le cose sono andate diversamente. Il film originale, Linea Mortale di Joel Schumacher, è un buon prodotto che rivedi senza mai stancarti. Sarà per l’ottimo cast (Kiefer Sutherland, Kevin Bacon, Julia Roberts), sarà che l’idea di partenza è veramente ottima, sarà che Schumacher girà il tutto come se fosse un thriller gotico, ma il macabro gioco funziona alla grande. Tutto quello che questo film non è. Il nuovo Flatliners è uno scialbo thriller/horror pseudo fantascientifico, che strizza l’occhio all’horror giovanile dei primi anni 2000 e non aggiunge niente di nuovo al genere. Anzi, addirittura fa di peggio. Niels Arden Oplev dirige talmente male che il cast risulta fastidioso, finto e insopportabile, mentre le idee migliori provengono dal film originale. L’ambientazione gotica messa in scena da Schumacher, viene sostituita da un look hi-tech sterile e senza senso, mentre le “visioni” dell’aldilà sono assurde e prive di logica. Un film che verrà dimenticato alla svelta e che andrà direttamente nella lista dei remake più brutti di sempre.

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“meglio non sparare sulla croce rossa”

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“riguardatevi il film di Joel Schumacher, please”

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Pacific Rim: La Rivolta (2018)

ALABARDA SPAZIALE

Pacific Rim di Guillermo Del Toro fu, per me, una grossa delusione. Il film non era completamente da buttare, anzi, dal punto di vista visivo Del Toro fece un grande lavoro, ma i personaggi e la storia non mi avevano appassionato. Quando annunciarono il sequel, un po’ a sorpresa visto gli incassi non eccezionali, il mio hype interno non registrò variazioni importanti. Bene, ora possiamo confermare che Pacific Rim: La Rivolta è il sequel di cui non sentivamo il bisogno. Dieci anni dopo gli eventi del primo film, i Jeager dovranno affrontare dei Kaiju ancora più evoluti. L’unica speranza per l’umanità risiede in Jake Pentecost, figlio del deceduto comandante Stacker. Via Del Toro dalla cabina di regia (qui in vesti di produttore), dentro Steven S. DeKnight (che proviene dal mondo della TV). Sicuramente il film diverte e non annoia, ma tutte le cose buone costruite nel primo film, vengono riproposte in un formato sterile e anonimo. DeKnight dirige bene e le scene action risultano pulite e “alla luce del sole”, ma proprio per questo la componente “autoriale” (chiamiamola così) viene azzerata. Velo pietoso anche per il cast: John Boyega sopravvalutato, Scott Eastwood inutile. Il secondo capitolo del franchise Pacific Rim si rivela un film leggermente più brutto del primo, senz’anima e senza la voglia di fare qualcosa di nuovo. Speriamo di non dover affrontare un Pacific Rim 3.

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“un cast fuori parte e una fastidiosa sensazione di “già visto””

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“delle buone scene action”

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Ready Player One (2018)

INSERT COIN

Solo una persona al mondo poteva adattare per il grande schermo il romanzo cult di Ernest Cline, e questa persona si chiama Steven Spielberg. Tra tutti i personaggi che hanno influenzato la cultura pop degli anni ’80, Spielberg è uno dei maestri assoluti. Chi meglio di lui, quindi, poteva tradurre in immagini il complesso romanzo senza tradire lo spirito pop citazionista? Ebbene, questo Ready Player One è una figata incredibile. In un futuro non molto lontano, gran parte della popolazione mondiale vive in povertà. L’unico modo per “fuggire” da questa condizione è OASIS, realtà virtuale ipertecnologica creata dal genio di James Donovan Halliday che ti permette di essere chi desideri. Prendete tutti i personaggi (ma proprio tutti) che hanno caratterizzato l’immaginario collettivo degli anni 80 e uniteli in un solo film. Neanche adesso siete così vicini al risultato finale. L’universo creato da Cline e Spielberg è una giostra visionaria, travolgente e nostalgica che rapisce tutti i nostri sensi e, a tratti, fa addirittura riflettere sulla differenza tra realtà “virtuale” e realtà “reale”. Ready Player One è un’avventura talmente ricca di dettagli, citazioni, omaggi, musica che è impossibile riconoscerli tutti dopo una sola visione: si passa dalla mitica DeLorean (protagonista di una straordinaria scena di corsa), alla moto di Akira, per arrivare a Gundam, Godzilla, Il Gigante di Ferro, Mortal Kombat, Alien, King Kong e chi più ne ha più ne metta. Un’avventura equilibrata tra cuore, occhi e cervello, che il regista di Cincinnati gestisce perfettamente, toccando addirittura momenti sublimi quando “entra” completamente in un altro film (non farò spoiler, ma gli appassionati di Kubrick apprezzeranno). Un mondo concepito esclusivamente per il grande schermo, dove l’immersione è totale e il potenziale visivo viene sparato a 1000 km/h. Steven Spielberg, dopo il più “pacato” The Post, si riconferma, a 71 anni suonati, un autore con il cuore da nerd e la mente da genio visionario. Pazzesco.

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“una metafora tra reale e virtuale leggermente superficiale”

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“la regia maestosa di Steven Spielberg e il suo straordinario omaggio a Stanley Kubrick”

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Tomb Raider (2018)

INDIANA CROFT E LA MALEDIZIONE DEI FILM TRATTI DA VIDEOGAME

Ci sono voluti 15 anni per riproporre al cinema un personaggio videoludico leggendario e provare a dimenticare i due, terrificanti film con Angelina Jolie. Era necessario un nuovo approccio e una “nuova Lara Croft” per raccontare la genesi di un’eroina conosciuta anche dai sassi. E sotto questo aspetto, il film funziona. Dimenticatevi la femme fatale indistruttibile di Angelina Jolie (che combatteva contro robot giganti e uccideva nemici mentre faceva bungee jumping), questa volta la protagonista è giovane, fragile, determinata, reale, ed ha il volto del premio Oscar Alicia Vikander. La nuova Lara Croft è solo una ragazzina che non ha superato la scomparsa del padre, che si guadagna da vivere facendo il corriere, e che intraprende un’avventura, forse più grande di lei. I primi minuti infatti, sono ottimi e inquadrano alla perfezione il personaggio, ma i problemi iniziano quando l’avventura entra nel vivo. Intendiamoci, i problemi non sono a livello di ritmo, ma a livello di originalità. Il nuovo Tomb Raider, è un’accozzaglia di altri film d’avventura, dove vengono replicate esattamente situazioni già viste (e meglio) in altri film (a Steven Spielberg staranno fischiando le orecchie). La lineare sceneggiatura di Geneva Robertson-Dworet non prova nemmeno a costruire personaggi con un minimo di caratterizzazione (completamente fuori parte Dominic West e Walton Goggins) e alla fine risultano più riusciti i vari camei (Kristin Scott Thomas e Nick Frost), mentre la regia di Roar Uthaug è talmente anonima che neanche una puntata di Don Matteo. Per fortuna, a salvare la baracca ci pensa Alicia, che con il suo carisma e la sua grinta, ci prende per mano e ci accompagna per tutto il film, convincendoci che forse vale la pena guardare fino alla fine. E tutto sommato capisci che quello che hai appena visto non è poi così disastroso come poteva essere e forse merita addirittura un sequel. Magia del cinema? Forse.

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“una sceneggiatura poco incisiva e originale e una regia anonima”

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“una Alica Vikander assolutamente perfetta !!!”

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The Belko Experiment (2016)

ERA IL MEGADIRETTORE GALATTICO IN PERSONA

Gli impiegati della Belko Industries, vengono misteriosamente rinchiusi all’interno dell’azienda e costretti, da un misterioso individuo, ad uccidersi tra loro. I sopravvissuti verrano liberati. Non so perchè, ma guardando questo The Belko Experiment, la prima cosa che mi è venuta in mente è stata la famosa Megaditta dove lavorava il rag. Ugo Fantozzi. E vi dico la verità, questo film ha molte più cose in comune con i film cult intepretati da Paolo Villaggio che con l’horror tradizionale. Scherzi a parte, questo film è un thriller/horror/splatter scritto e prodotto da James Gunn (sì esatto, quello di Guardiani della Galassia) e diretto da Greg McLean (sì esatto, quello di Wolf Creek) che analizza, molto lievemente, una situazione lavorativa “aziendale” in maniera grottesca (capito perchè il riferimento a Fantozzi?). Il risultato finale non è male: ci si diverte, c’è del sangue (tanto), c’è del ritmo, ci sono alcune idee carine. Forse quello che manca all’operazione è proprio lo humor, praticamente assente. La coppia Gunn/McLean si prende troppo sul serio e per questo, molte scene risultano ridicole, per non parlare del finale fiacco e senza grinta. Il gioco al massacro diventa troppo ripetitivo col passare dei minuti e manca una vera “motivazione”. Ottimo tutto il cast, che comprende attori grandi amici di Gunn dai tempi dei suoi primi film (Michael Rooker e Sean Gunn). Resta comunque un buon intrattenimento horrorifico, capace di far passare un paio d’ore senza pensieri.

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“un finale fiacco e poco ispirato”

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“tanto splatter”

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Red Sparrow (2018)

RED PASSION

Dominika Egorova, ex-prima ballerina del Bol’šoj la cui carriera è stata tragicamente interrotta, viene arruolata con un ricatto in una delle scuole statali per Sparrow, una branca del servizio segreto che trasforma giovani uomini e donne in letali e seducenti assassini. Dopo un durissimo addestramento, dovrà affrontare la sua prima missione e cercare un modo per salvare la sua vita. Dopo aver chiuso la saga di Hunger Games i “Lawrence” (Francis regista e Jennifer attrice) tornano a lavorare insieme. Il risultato è Red Sparrow, una spy-story vecchio stampo che sicuramente non offre nulla di nuovo, ma comunque funziona. Francis Lawrence evita momenti action puramente hollywoodiani per concentrarsi sul percorso psico-fisico della protagonista e sulla missione che deve compiere. Dilatando i tempi di narrazione (forse troppo), il regista ricostruisce un’atmosfera gelida, sospesa e di grande effetto che ha molti punti in comune con il bellissimo La Talpa di Tomas Alfredson e lontano anni luce dall’action pop di Atomica Bionda con Charlize Theron. Tra giochi di seduzione, torture fisiche (una in particolare è veramente da “pelle d’oca”), si arriva ad un finale soddisfacente e in qualche modo sorprendente. Perfetta Jennifer Lawrence, glaciale e fragile spia “per caso”, che non ha paura di svestirsi e mostrare le sue forme. Buono anche il cast di contorno a partire da un ottimo Joel Edgerton e da un sempre perfetto Jeremy Irons. In conclusione, Red Sparrow è un buon film “vecchio stile” che non vuole arrivare a compromessi con il pubblico e che prova addirittura ad osare.

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“una lunghezza troppo eccessiva”

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“una bellissima e bravissima Jennifer Lawrence”

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Il Giustiziere della Notte (2018)

VECCHI COL FUCILE

Facciamo presto, il remake de Il Giustiziere della Notte firmato Eli Roth fa schifo. Se volete un minimo di spiegazione, eccola qui. C’è Bruce Willis che fa la parodia di se stesso al posto del mitico Charles Bronson. C’è un regista, Roth, che proviene dal mondo dell’horror e non ha capacità registiche “raffinate”. C’è una sceneggiatura (scritta da Joe Carnahan) che scimmiotta l’originale e punta solo sull’azione cretina. Ecco fatto. Il Giustiziere della Notte 2018 è un remake fuori tempo massimo, che non ha motivo di esistere. Se il film originale di Michael Winner è una parabola feroce sulla società americana degli anni ’70, questa rivisitazione diventa solo un pretesto per rispolverare un attore (Willis) e costruire scenette action piuttosto banali. Bruce Willis spara, tutti muoiono. Fine della storia. Come operazione simile, aveva fatto molto meglio James Wan nel 2007 con Death Sentence (interpretato da un grande Kevin Bacon). C’è altro da dire? Assolutamente no. Di che film stavamo parlando?

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“Il Giustiziere della Notte con Bruce Willis”

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“Il Giustiziere della Notte con Charles Bronson”

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A Casa Tutti Bene (2018)

L’ISOLA DEI FAMOSI

La carriera di Gabriele Muccino è iniziata alla fine degli anni 90 con due film discreti (Ecco Fatto, Come Te Nessuno Mai), per poi esplodere completamente nel 2001 con il grande successo de L’Ultimo Bacio. Da quel momento in poi, la sua vita cinematografica (ma anche quella privata) è stata un susseguirsi di alti e bassi. Dai grandi successi americani con Will Smith come La Ricerca della Felicità e Sette Anime, a flop disastrosi come Quello che so sull’amore, Padri e Figlie e L’Estate Addosso. Ci voleva un ritorno alle origini per tornare ai fasti di un tempo. Questo A Casa Tutti Bene infatti, sembra un seguito ideale dei suoi film di fine anni 90. La storia racconta di una famiglia che si ritrova per festeggiare le nozze d’oro dei due componenti più anziani. La rimpatriata sarà invece teatro di scontri rimasti irrisolti da tempo. Diciamo le cose come stanno, Gabriele Muccino gira molto bene. I suoi vorticosi movimenti di macchina sono altamente complessi ed efficaci, ma nulla possono contro una sceneggiatura imbarazzante. Uno dei grossi problemi di questo film è un impasto narrativo fiacco, banale e poco ispirato, che non riesce a dare giustizia a tutto il cast di stelle. Ad un certo punto si ha l’impressione (reale) che l’isterica messa in scena creata da Muccino sia in realtà un pretesto per “vantarsi” del suo ensemble di attori famosissimi e non riesce a restituire una vera “immersione” nelle tante (troppe) storie che vuole raccontare. Siamo di fronte al solito cinema italiano mediocre che funziona dal punto di vista tecnico (almeno questo dai), ma crolla rovinosamente sul piano della scrittura. Gli anni 90 sono finiti Gabriele, è tempo di crescere.

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“una sceneggiatura tremenda e poco incisiva”

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“la regia di Muccino e gli splendidi paesaggi”

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What We Do In The Shadows (2014)

I VAMPIRI DELLA PORTA ACCANTO

Se vi facessi la domanda che “cos’è un vampiro?” Cosa rispondereste? Bene, se volete sapere tutto (ma proprio tutto) su queste creature della notte, il film che fa per voi è What We do in the Shadows (in Italia uscito con il titolo Vita da Vampiro). I registi Taika Waititi (regista anche di Thor: Ragnarok) e Jemaine Clement decidono di raccontarci, tramite un finto documentario, la “vera vita” quotidiana di tre vampiri neozelandesi come se fosse una commedia. E qui sta il colpo di genio. Con tempi comici perfetti, ma senza tradire la tradizione, gli usi e costumi della figura vampiresca, Waititi e Clement (anche attori) ci regalano un film scatenato, esilarante ed intelligente, costruito sulla figura dei 3 protagonisti. Omaggiando lo humor dei Monty Python, assistiamo a tutti i clichè vampireschi già narrati da Bram Stoker e Anne Rice, ma inseriti in un contesto “umano” e spassoso. Il risultato finale è una delle commedie/horror più geniali degli ultimi anni, capace di regale gag straordinarie senza ricorrere a effetti speciali. Affilate i canini, il cult è servito.

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“assente”

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“la festa finale con zombie, vampiri e altri mostri”

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The Babysitter (2017)

LA CALDA NOTTE DELLA BABYSITTER SATANICA

Cole, un ragazzino di 12 anni introverso, si innamora perdutamente della sua giovane e bella babysitter. La ragazza però nasconde un terribile segreto e l’unico che può fermarla è proprio Cole. Il regista McG torna sulle scene con The Babysitter, horror/comedy demenziale in stile Blumhouse, realizzata direttamente per la piattaforma Netflix. Se da un lato c’è sicuramente la voglia di realizzare una commedia “cattiva”, dall’altro lato invece la realizzazione lascia molto a desiderare. Omaggiando gli slasher anni ’70/’80, McG realizza un filmetto leggero leggero che sicuramente non annoia, ma non ha una struttura solida per diventare un piccolo cult. E se gli omicidi sono efferati e grotteschi al punto giusto, la parte comica non funziona e non diverte. La sceneggiatura è una fiacca rimasticatura di altri horror e l’azione è troppo prevedibile (peccato non aver sfruttato la strada del satanismo). L’unico punto a favore della pellicola è la babysitter Bee interpretata da Samara Weaving, un concentrato di cattiveria e sensualità. Siamo di fronte all’ennesimo film mediocre prodotto da Netflix, che non ha la solidità per un passaggio nelle sale cinematografiche. Da dimenticare.

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“tutto già visto !!!”

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“Samara Weaving”

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Il Rituale (2017)

UN TRANQUILLO WEEKEND DI PAURA

Quattro amici decidono di partire per un’escursione in Svezia. Si ritroveranno ad affrontare un male antico e spaventoso. Il Rituale è uno di quei film che danno grande soddisfazione mentre lo si guarda. Un piccolo film indipendente, che non fa gridare al miracolo, ma funziona alla grande e diverte tantissimo. Omaggiando The Blair Witch Project, Evil Dead, The Witch e Into the Wild, il regista David Bruckner (co-autore dell’interessante The Signal e di un paio di episodi per i film V/H/S e Southbound), ci trasporta in un incubo efficace e coinvolgente, riuscendo a trovare una sua dimensione cinematografica e cambiando continuamente le carte in tavola. Dopo un inizio da thriller urbano, il film cambia continuamente genere, passando per il thriller psicologico, l’horror demoniaco e il monster movie. Oltretutto il regista azzecca alcune idee “visionarie” niente male e affascinanti (le visioni del negozio di liquori). Precisiamo, tirando le somme, Il Rituale non è niente di innovativo e sicuramente abbiamo visto di meglio, ma è un horror sincero, diretto da un regista che ama il genere. Nel panorama horror attuale, avercene di film così.

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“un finale un po’ stiracchiato e una leggera sensazione di déjà vu”

cult
“una bella e inquietante atmosfera”

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Il Filo Nascosto (2018)

LA CRUNA DELL’AGO

Nella Londra degli anni 50, il rinomato stilista Reynolds Woodcock vive un’esistenza accuratamente pianificata insieme a sua sorella e collega Cyrill. Con l’arrivo di Alma, giovane e determinata ragazza, la vita di Woodcock verrà completamente sconvolta. Amore e ossessione parte terza secondo Paul Thomas Anderson. Dopo l’ossessione del potere ne Il Petroliere, e dopo quella viscerale in The Master, Anderson ci racconta l’ossessione professionale e amorosa. E lo fa con uno stile e una potenza incredibili. L’amore tra Reynolds e Alma, si trasforma continuamente in un rapporto morboso, erotico, malato, tra abiti di alta moda, abitudini maniacali e fantasmi del passato. Anderson “cuce” addosso al suo protagonista l’anima di Woodcock, costruendo un personaggio inquietante e indimenticabile. Daniel Day-Lewis diventa ancora una volta “puro Cinema”, plasmando il suo corpo come se fosse un elegantissimo abito d’alta classe, mentre la rivelazione Vicky Krieps, riesce incredibilmente a tenergli testa. Splendida anche la colonna sonora scritta Johnny Greenwood (fedelissimo di Paul Thomas Anderson dai tempi de Il Petroliere), vero tappeto musicale che accompagna le emozioni dei protagonisti ad ogni minuto. Il Filo Nascosto è un raffinatissimo mèlo magistralmente diretto da Paul Thomas Anderson e incredibilmente interpretato da due attori mastodontici. Uno dei film più artisticamente soddisfacenti dell’anno, ad un passo dal capolavoro. E l’abito è pronto per essere indossato.

trash
“assente”

cult
“la regia di Paul Thomas Anderson e la meravigliosa coppia Daniel Day-Lewis/Vicky Krieps”

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Mute (2018)

SHUT UP

Ci speravo tanto ragazzi, veramente. Speravo che dopo quella schifezza plasticosa di Warcraft, Duncan Jones tornasse a fare film “toghi” come Moon e Source Code. Purtroppo le cose non sono andate benissimo, visto che il suo ultimo film, Mute, uscito direttamente su Netflix, è grosso passo falso. L’idea iniziale è stata concepita circa 15 anni fa da Jones, e il progetto si è concretizzato solo quest’anno. Mute è il sequel spirituale di quel piccolo capolavoro di Moon. Un cameriere muto di nome Leo è alla ricerca della sua fidanzata nella Berlino del 2052. Sarà costretto a scontrarsi con due strani personaggi. Il grande problema di questo film è la totale mancanza di originalità. Saccheggiando visivamente (e spudoratamente) da Blade Runner, ma eliminando completamente la poesia, il regista prova ad unire noir e fantascienza, thriller e romance, finendo per costruire un pasticcio poco ispirato e poco coinvolgente. La sceneggiatura scritta insieme a Michael Robert Johnson è stiracchiata all’inverosimile, con dialoghi lunghissimi e poca azione. Non aiuta neanche il cast, a partire dall’insipido protagonista interpretato da Alexander Skarsgård e dalla coppia Paul Rudd/Justin Theroux. Un film completamente sbagliato, senza idee e senza “grinta”, che ha l’unico picco emotivo nella dedica finale di Duncan Jones al padre David Bowie. A questo punto è giusto porsi la domanda: Funziona la strategia di Netflix di “finanziare” direttamente film a medio budget di diversi autori? Direi proprio di no. Questo Mute ne è l’ennesima prova (dopo Bright di David Ayer e The Cloverfield Paradox di Julius Onah).

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“la regia piattissima di Duncan Jones e un cast completamente fuori parte”

cult
“la dedica finale a papà David Bowie”

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Personal Shopper (2016)

IL FANTASMA FORMAGGINO

C’è qualcosa di terribilmente fastidioso nell’ultimo film di Olivier Assayas. Forse la sceneggiatura colabrodo o forse Kristen Stewart. Forse Personal Shopper è semplicemente un brutto film. La storia è quella di Maureen, personal shopper per una famosissima influencer di moda, che fa di tutto per mettersi in contatto con suo fratello gemello morto. Sì, è vero, la storia è intrigante, ma Assayas fa lo snob francese e trasforma una buona idea in un polpettone pseudo-chic assurdo. Peccato perchè i primi 5 minuti sono inquietanti e ben realizzati, ma è pochissima cosa rispetto al disastro generale dell’opera. Ci possiamo trovare proprio tutto: ectoplasmi incazzati, omicidi, alta moda, Kristen Stewart che si masturba, rubinetti aperti, bicchieri che volano, Kristen Stewart in topless, fantasmi che chattano su messenger, tanta noia. Un minestrone lento, soporifero, senza senso e senza verve, che porta alla fatidica domanda: “E QUINDI?!?!?”. Lasciamo questi film “autoriali” al blasonato Festival di Cannes, l’unico posto al mondo dove può essere apprezzato. Forse. P.S. Il film ha vinto la Palma d’Oro per la Miglior Regia. Cosa vi avevo detto ?

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“tra le tante scene, l’apparizione del fantasma”

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“Kristen Stewart che mostra le sue grazie”

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Brawl in Cell Block 99 (2017)

BOTTE DA ORBI

L’ex pugile Bradley Thomas, per sbarcare il lunario, si vede costretto a lavorare come corriere della droga. Ritrovatosi coinvolto in una sparatoria tra poliziotti e malviventi, Bradley finisce in carcere dove viene costretto a compiere azioni di estrema violenza. Dopo il western/horror Bone Tomahawk (recuperatelo!!), il regista S. Craig Zahler ci porta all’interno di un’altra storia grondante sangue. Con il solito stile asciutto ed essenziale, Zahler ci accompagna in un vero e proprio viaggio all’inferno, un percorso senza ritorno dove non esiste redenzione. Vince Vaughn (bravissimo) si fa corpo e anima di questo serrato e violentissimo prison-movie, a tratti veramente insostenibile, che non risparmia niente allo spettatore. Il regista costruisce un crescendo emotivo direttamente proporzionale alla rabbia “controllata” del protagonista, fino ad un finale esplosivo e “giusto”. Simpatiche (si fa per dire) le apparizioni di Udo Kier e Don Johnson, che riescono ad aumentare la dimensione surreale della vicenda. Con un look da b-movie anni 70 e una colonna sonora quasi inesistente, si ha l’impressione di assistere a quei film grindhouse tanto amati da Tarantino e Rodriguez. Cinema senza fronzoli e anti-spettacolare, ma terribilmente divertente.

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“teste umane usate per scartavetrare il pavimento. Vi basta ?”

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“Vince Vaughn in versione spacca ossa”

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The Disaster Artist (2017)

HOLLYWOOD BRUCIA

Lo “storico” incontro tra Greg Sestero e Tommy Wiseau si trasforma nella creazione di uno dei film più brutti della storia del cinema, The Room. Ragazzi, possiamo finalmente confermarlo: The Disaster Artist è una bomba di film. James Franco dirige e interpreta una commedia divertente e a tratti esilarante che racconta la genesi di un film considerato il “Quarto Potere dei film brutti”. Dopo una prima parte introduttiva che racconta l’amicizia tra i due protagonisti, si entra nel clou della vicenda, ovvero lo strampalato “dietro le quinte” della lavorazione del film. E qui iniziano le vere risate. Lo strepitoso James Franco nei panni di Tommy Wiseau è il vero motore dell’operazione, capace di tempi comici surreali e assolutamente perfetti. Dave Franco invece, che interpreta Sestero, risulta una spalla incredibilmente efficace. Ma The Disaster Artist non è solo una “semplice” commedia. La lavorazione di The Room diventa per Franco un motivo per criticare tutta l’industria cinematografica di oggi. Non a caso utilizza dei “vecchi” grandi attori di Hollywood (da Sharon Stone a Melanie Griffith, fino al produttore Judd Apatow) per piccoli ma “pungenti” camei (geniale l’introduzione con Zach Braff, J.J. Abrams, Lizzy Caplan, Kristen Bell, Adam Scott e Danny McBride nei panni di loro stessi). Intelligente, divertentissimo e magnificamente interpretato. The Disaster Artist è una delle commedie più sorprendenti dell’anno, capace di unire perfettamente lo stile indie con il cinema mainstream. E l’odore del cult è già nell’aria.

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“The Room” di Tommy Wiseau”

cult
“The Room” di Tommy Wiseau”

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Free Fire (2016)

BANG BANG

Boston, 1978. Un capannone abbandonato. Due gang. Uno scambio di armi. Tanti spari. Potremmo sintetizzare così la trama dell’ultimo film del regista cult Ben Wheatley. Dopo il monumentale adattamento del romanzo di James Ballard, High-Rise, Wheatley realizza un piccolo film ambientato interamente in una location. Omaggiando il cinema di Quentin Tarantino e di Martin Scorsese (qui anche produttore esecutivo), Free Fire è un vero e proprio “gioco” d’autore sparato (è proprio il caso di dirlo) a 1000 km/h. Con grande utilizzo della macchina da presa, il regista da respiro e movimento alle scene, nonostante la claustrofobica location. La sceneggiatura scritta da Wheatley insieme alla moglie Amy Jump è un susseguirsi di dialoghi veloci, situazioni al limite dello splatter e tanta british humor, ma tutto perfettamente equilibrato. Straordinario il cast (che comprende Cillian Murphy, Armie Hammer, Brie Larson, Sharlto Copley, Sam Riley), che riesce a restituire un’atmosfera “cool” anni ’70 incredibile. Rapido, sanguinolento e, a tratti, geniale. Ben Wheatley si riconferma autore cult. Un gioiellino.

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“assente”

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“il grande cast e un bellissimo look anni ’70”

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Black Panther (2018)

IL RE PANTERONE

Signori, finalmente è arrivato anche il film stand-alone su Black Panther !!! Mentre attendiamo, con grande hype, l’imponente Avengers: Infinity War, mamma Marvel ci regala un antipastino pre-Avengers, raccontandoci le gesta eroiche di Pantera Nera. T’Challa, nuovo re di Wakanda, futuristica città segreta africana, è costretto ad affrontare un complotto che metterà a rischio non solo il suo popolo, ma anche il mondo intero. E l’universo cinematografico Marvel si espande ancora. Dopo aver esplorato il cosmo con Guardiani della Galassia (e Thor: Ragnarok), il mitico produttore Kevin Feige e il regista Ryan Coogler ci portano a conoscere Wakanda. Iniziamo con ordine. Avevamo intravisto Black Panther in azione in Captain America: Civil War, dove aveva dimostrato un grande carisma. Lo ritroviamo ora, in difesa del suo paese, combattere con un nuovo costume e nuovi alleati. Anche questa volta la Marvel non sbaglia la formula. Il giovane regista riesce perfettamente a ricostruire una Wakanda credibile e “nuova”, mescolando sapientemente tradizione e tecnologia. Inoltre, approfitta del “personaggio” per fare un’analisi sulla situazione africana di oggi in maniera semplice ma molto efficace. Funziona un po’ meno quando prova a scimmiottare Il Re Leone (eh sì), tra scene “psichedeliche” e tramonti africani. Tutto il resto è il solito baraccone Marvel, pieno di azione, divertimento ed effetti speciali (non riuscitissimi). Coogler è bravo a gestire il progetto, ma a volte il meccanismo rallenta, soprattutto nella prima parte. Buono anche il cast che conferma Chadwick Boseman come perfetto Black Panther e Andy Serkis un divertente e spietato Ulysses Claw. Tra le new entry degne di nota troviamo un Michael B. Jordan cazzuto e incazzato (ottimo il lavoro di sceneggiatura sul suo personaggio) e una strepitosa Danai Gurira nei panni della guerriera Okoye. Tra James Bond, Iron Man e un pizzico de Il Principe Cerca Moglie (sì, esatto, con Eddie Murphy), Black Panther si rivela un buon film d’intrattenimento che ha qualche difetto, ma è perfettamente inserito nell’universo Marvel. E ora non ci resta che aspettare Avengers: Infinity War.

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“gli effetti speciali poco curati e qualche rallentamento nella prima parte”

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“i nuovi personaggi interpretati da Michael B. Jordan e Danai Gurira”

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Ore 15:17 – Attacco al Treno (2018)

IN CARROZZAAAA !!!

Tornano i “veri” eroi americani raccontati dal grande Clint Eastwood. Dopo lo straordinario Sully e il bellissimo American Sniper, il vecchio Clint porta sullo schermo la storia dell’attentato terroristico del 2015 sul treno Thalys n. 9364 diretto a Parigi, sventato da tre coraggiosi ragazzi. Se nelle precedenti opere, Eastwood analizzava con una lucidità chirurgica il diventare “eroe per caso”, in Ore 15:17 – Attacco al Treno, pecca di eccessiva superficialità. Le storie dei protagonisti, narrate attraverso dei flashback, dovrebbero sottolineare le vite “normali” dei 3 ragazzi prima dell’evento “anormale” che cambierà tutto, ma purtroppo risultano poco interessanti e poco coinvolgenti. Quando si arriva, finalmente, alla scena dell’attentato, Eastwood sbriga il tutto con poca “energia”. Intendiamoci, la sua classe dietro la macchina da presa è indiscutibile, ma questa volta non riesce ad appassionare come dovrebbe. I tre ragazzi, veri protagonisti della vicenda, fanno il possibile per essere credibili a livello cinematografico (e ci riescono), ma una sceneggiatura poco solida e una leggerezza generale non aiutano a risollevare il film. Da vedere solo perchè Clint Eastwood è Clint Eastwood. Evitabile

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“una banalità e una leggerezza imbarazzanti”

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It Comes at Night (2017)

IL BUIO NELL’ANIMA

Il mondo è stato vittima di una misteriosa apocalisse. Una famiglia vive indisturbata in una piccola casetta di legno in mezzo al bosco. Unica regola, vietato uscire di notte. Il giovane regista Trey Edward Shults ci porta all’interno di un nucleo famigliare apparentemente normale, inserito all’interno di una condizione estrema e “pericolosa”. Tutto questo serve a Shults per costruire un’atmosfera carica di tensione, paura e paranoia. E in parte ci riesce alla grande. L’idea veramente geniale della storia è quella di lasciare in secondo piano la misteriosa apocalisse che ha colpito la Terra e di occuparsi esclusivamente dei personaggi e dei loro comportamenti. Non mancano un paio di momenti horror ben costruiti, ma quello che conta è la costruzione delle scene basate sulla tensione e “sull’attesa”. Strepitoso il lavoro tecnico svolto dal direttore della fotografia Drew Daniels (un’atmosfera cupa e in molte scene illuminata solo da una lampada) e dalla scenografa Karen Murphy (la claustrofobica casa di legno), ma il vero mattatore dell’operazione è un gigantesco Joel Edgerton, che con il suo carisma, “illumina” tutto (scusate il gioco di parole). A volte si ha l’impressione che il meccanismo di Trey Edward Shults giri un po’ a vuoto, ed effettivamente qualche problema di sceneggiatura c’è, ma è innegabile la bravura del regista nel creare scene inquietanti e mozzafiato (basti pensare come riesce a sfruttare una semplice porta rossa). Un film da recuperare assolutamente.

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“una sceneggiatura un po’ zoppicante”

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“un’atmosfera incredibile è un Joel Edgerton inquietante”

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Good Time (2017)

THE NEON NIGHT

La vita dei fratelli Nikas, Connie (Robert Pattinson) e Nik (Benny Safdie), nelle ventiquattr’ore di delirio psichedelico innescate da una rapina in banca. Dopo l’interessante Heaven Knows What, i fratelli Safdie tornano con una storia asciutta, veloce e senza fronzoli. La lunga e delirante notte di Connie, in cerca del fratello ritardato, è vista dai Safdie come una corsa frenetica, illuminata dai neon e incalzata dalla musica elettronica anni 80. E funziona. Con grande padronanza delle immagini, i due registi puntano sul ritmo e sugli “eventi” dimenticando in parte la struttura narrativa, ma coinvolgendo pienamente lo spettatore in una giostra coloratissima e allucinante. In ogni scena, si respirano pienamente le atmosfere da thriller urbano e il degrado dei bassifondi, dove regna povertà, droga e criminalità. Peccato che la “corsa” si interrompa in un finale poco soddisfacente e poco ispirato. Straordinaria prova attoriale di Robert Pattinson che, finalmente, si toglie definitivamente di dosso i panni del vampiro per proseguire la sua strada nel cinema d’autore, iniziata con David Cronenberg. Il suo Connie è un concentrato di paura, determinazione e incoscienza. A metà strada tra le atmosfere di Nicolas Winding Refn e il cinema di John Carpenter, Good Time è buon cinema di genere che non annoia e che stupisce per una sua “visione” perfettamente studiata. Se i Safdie avessero curato di più la sceneggiatura, sarebbe diventato un vero cult.

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“un finale troncato e poco funzionale”

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“una bellissima fotografia “colorata” e un Robert Pattinson meraviglioso”

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The Cloverfield Paradox (2018)

CLOVERFIELD HORIZONT

Il franchise Cloverfield, prodotto e ideato da quel geniaccio di J.J. Abrams, è sicuramente uno dei franchise più interessanti e misteriosi di tutta Hollywood. Iniziato nel lontano 2008 con il film omonimo di Matt Reeves (found-footage dove una creatura mostruosa attacca New York), è proseguito un po’ a sorpresa con lo pseudo sequel 10 Cloverfield Lane, gioiellino di pura tensione interpretato da Mary Elizabeth Winstead e da un mastodontico John Goodman. Ora, sempre a sorpresa, è arrivato il terzo capitolo di questa strana saga (disponibile solo su Netflix), intitolato The Cloverfield Paradox. Siamo dalle parti della pura fantascienza. Un gruppo di astronauti viene inviato sulla Cloverfield Station, stazione spaziale che orbita intorno alla Terra, progettata per risolvere una grave crisi energetica con un acceleratore di particelle. Il team dovrà fare i conti con un’oscura dimensione alternativa. La domanda sorge spontanea. Se il film fosse uscito anche nelle sale cinematografiche, come avrebbe reagito il pubblico? Bella domanda visto che questo The Cloverfield Paradox è un fiacco sci-fi movie. Il regista Julius Onah e gli sceneggiatori Oren Uziel e Doug Jung costruiscono un intreccio narrativo senza mordente, collegando tutta la baracca con il primo film (a dir la verità le scene sulla Terra sono un po’ forzate). Per carità, il ritmo c’è e non ci si annoia, ma le scene sembrano veramente copiate da altri film (Punto di non ritorno, Supernova, Alien, Life). In questo progetto manca proprio l’originalità, e se i primi due film riuscivano ad avere una loro dimensione, questo capitolo non riesce a convincere del tutto. Quindi è giusto chiedersi: Il franchise Cloverfield ha ancora qualcosa da dire? Vedremo, intanto dimentichiamoci di questo The Cloverfield Paradox.

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“una costruzione narrativa banale e una regia moscia”

cult
“la scena finale negli ultimi 5 secondi è divertente”

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The Post (2018)

TUTTI GLI UOMINI DEL PRESIDENTE

Ci sono film che DEVONO essere guardati. Film talmente importanti che vanno al di là del puro divertimento cinematografico. L’ultima fatica di Steven Spielberg, The Post, è uno di quei film. La storia è quella, famosissima, della pubblicazione dei famigerati Pentagon Papers da parte del Washington Post nel 1971 e della difficile scelta presa dal suo editore Kay Graham, prima donna a capo di un giornale. Spielberg ricostruisce perfettamente un momento storico fondamentale per l’umanità, e ci ricorda quanto è importante la libertà di stampa. Il trio delle meraviglie (Streep, Hanks, Spielberg) ci racconta, con una classe senza tempo, una storia di coraggio e di verità, magnificamente girata e splendidamente interpretata. Straordinarie alcune sequenze, come gli ingranaggi meccanici che stampano senza sosta le copie del giornale e la scena mozzafiato della decisione presa al telefono da Meryl Streep. Grande cinema intelligente e “positivo”, come ci ha sempre insegnato il maestro Steven Spielberg. Da vedere per capire il passato, il presente e il futuro.

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“assente”

cult
“le maestose interpretazioni di Meryl Streep e Tom Hanks”

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I, Tonya (2018)

GHIACCIO BOLLENTE

Tonya Harding è stata una delle sportive più controverse di tutti i tempi; ex pattinatrice sul ghiaccio (è stata la numero 1 al mondo) e talento sprecato, coinvolta in uno degli scandali più famosi degli anni 90. Era impossibile non dedicarle una pellicola. La vita, privata e sportiva, di Tonya, è stata condizionata da diversi fattori: poca istruzione, una madre insensibile e dittatrice, un marito violento. Il regista Craig Gillespie e l’attrice/produttrice Margot Robbie, ricostruiscono la sua parabola in maniera grottesca, creando un’atmosfera 90’s accattivante. Gillespie ci stordisce con un montaggio energico, cinepresa sempre in movimento e tanto black humor. E il risultato finale è veramente stupefacente. A metà strada tra il cinema di Martin Scorsese e quello dei fratelli Coen, I,Tonya è un freak show elettrizzante e politicamente scorretto, dove il sogno americano viene fatto letteralmente a pezzi. La Tonya di Margot Robbie (straordinaria prova d’attrice) è una volgarotta campagnola con un grande talento che viene sciupato da personaggi disonesti e approfittatori: la perfida madre Lavona (una Allison Janney da Oscar) è una psicopatica senz’anima, mentre il marito Jeff (un bravissimo Sebastian Stan) è un violento e vendicativo manager. Una storia tanto bizzarra, quanto tremendamente vera che si conclude con un finale ancora più bizzarro. In conclusione, I,Tonya è uno dei biopic più divertenti e politicamente scorretti degli ultimi anni, capace di regalare due interpretazioni assolutamente da Oscar. Spumeggiante.

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“assente”

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“le straordinarie interpretazioni di Margot Robbie e Alison Janney”

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L’Ora più Buia (2018)

V PER VITTORIA

1940. Mentre la Germania nazista continua la sua inarrestabile invasione dell’Europa, il nuovo Primo Ministro inglese Winston Churchill sarà costretto ad affrontare decisioni critiche per cambiare il corso della storia mondiale. E bravo Joe Wright. Lo avevamo lasciato sull’Isola Che Non C’è con il sottovalutato Pan, e lo ritroviamo nella sua Inghilterra all’alba della Seconda Guerra Mondiale. Evitando lo stile televisivo, Wright ci racconta con rabbia, parole e ritmo, l’ascesa al potere di Winston Churchill e la famosa Operazione Dynamo. Con uno script così “parlato”, il rischio di trovare un film noioso e prolisso era alto, ma il regista ci incolla alla poltrona con buone idee visive e un montaggio stratosferico. Altro punto di forza del film è, ovviamente, la roboante interpretazione di Gary Oldman, grande favorito ai prossimi Oscar. Il suo Churchill è un concentrato di determinazione, rabbia e fragilità. Interessante come L’Ora più Buia è l’esatto opposto di Dunkirk di Christopher Nolan, anche se condivide il medesimo “momento” storico; se il film di Nolan è un’opera silenziosa e visivamente imponente, il film di Wright è frenetico e urlato, come se la vera guerra venisse combattuta dietro le scrivanie di Westminster. In conclusione; siamo davanti ad un ottimo film, perfettamente confezionato. Forse qualche volta la retorica prende un po’ il sopravvento, ma con un Gary Oldman così monumentale, gli si perdona tutto.

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“una leggera retorica di sottofondo”

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“la grande interpretazione di Gary Oldman”

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Chiamami col tuo nome (2018)

E LA CHIAMANO ESTATE

Quali sono i film che vi hanno fatto innamorare? Beh, sarò sincero, film che raccontano l’amore “come dio comanda” non ne ricordo tantissimi. Vi dico alcuni titoli: In the Mood for Love, Up, Brokeback Mountain, La Vita di Adele. Ora alla mia mini-lista aggiungo un altro film, Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino. Come un fulmine a ciel sereno è arrivato questo straordinario racconto e la mia mente è esplosa. Letteralmente. Estate 1983, Nord Italia. Elio, ragazzo diciassettenne, vive la sua adolescenza tra musica, amici e ragazze. Ma improvvisamente la sua vita viene stravolta dall’arrivo di Oliver, seducente allievo dei genitori di Elio che sconvolgerà per sempre la sua vita. Guadagnino si dimostra un vero poeta dell’immagine. Con grande padronanza della macchina da presa, ci presenta una poesia carica di luce, energia, amore. Sì, l’amore. Quello vero, potente, indimenticabile. Elio e Oliver formano una coppia autentica e i loro baci ci travolgono in un esplosione di vita. Le straordinarie interpretazioni di Timothée Chalamet (grande rivelazione) e Armie Hammer ci accompagnano in un viaggio sensoriale unico e meraviglioso. Un viaggio attraverso il tempo e i ricordi. Un viaggio nella nostra adolescenza. Un viaggio che si conclude con un monologo mozzafiato di Michael Stuhlbarg. Parole che tutti noi avremmo voluto sentire, almeno una volta nella vita. Splendido.

trash
“assente”

cult
“la coppia Timothée Chalamet/Armie Hammer e lo straordinario monologo finale”

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Black Mirror : la serie (2011 – 2017)

ATTRAVERSO LO SPECCHIO NERO

British black humor. Cinismo fendente. La serie che più di molte altre può causare un violento binge watching e molteplici episodi di fiato sospeso. Come il libro di testo delle medie la serie è un’antologia, ma diversamente da quel libro, le storie narrate sono oscure, satiriche, taglienti e memorabili quanto la prima pallonata in faccia (i cui singoli dettagli possono sfumare nel ricordo, ma il dolore, ah quel dolore). E’ La versione 3.1 di The Twilight Zone, con la stessa profondità e la stessa preoccupante capacità di comprendere la distonia del futuro presente, con quel pizzico di trash che rende il tutto più gustoso.

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“The National Anthem prima serie. Il primo ministro inglese e la scrofa”

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“San Junipero seconda serie, per tutti gli inguaribili romantici nostalgici degli anni ’80”

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Morto Stalin, se ne fa un altro (2018)

TEATRINO DEL POTERE E DELL’IDIOZIA

Mamma mia che 2018 !!! Dopo il meraviglioso Tre Manifesti a Ebbing, Missouri, arriva un nuovo film destinato a diventare un cult assoluto. Il regista italo-scozzese Armando Iannucci ci regala un gioiello di comicità dark che prende in giro il potere, quello vero, quello spietato, quello senza regole. Ovvero, il comunismo!! Tratto da una graphic novel di Fabien Nury e Thierry Robin, Morto Stalin, Se Ne Fa Un Altro, ci racconta i giorni dopo la morte del leader russo Stalin e della “guerra” interna tra i suoi fedelissimi per la successione al potere. Può risultare difficile ridere di una dittatura così feroce come quella stalinista, ma la bravura di Iannucci (e del suo cast) sta nel costruire dei siparietti comici formidabili nonostante l’orrore in sottofondo. L’idea geniale (e provocatoria) è la decostruzione in perfetti idioti di tutti i collaboratori storici di Stalin (Khrushchev, Malenkov, Beria, Molotov), veri imbecilli costretti ad affrontare una situazione che cambierà tutto. Con dialoghi spumeggianti e surreali, Iannucci compone un cast da applausi: Steve Buscemi, Jeffrey Tambor, Michael Palin, Jason Isaacs, Simon Russell Beale. Un ensemble incredibile di attori perfettamente calati nei ruoli. Omaggiando i tempi comici dei Monty Python, il regista ci regala alcune scene destinate ad entrare nell’Olimpo della comicità (lo sequenza del ritrovamento del cadavere di Stalin è da standing ovation). Morto Stalin, Se Ne Fa Un Altro è un film importante, intelligente, feroce, divertente, provocatorio, imperdibile. Straordinario !!!

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“la reale dittatura stalinista”

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“i meravigliosi dialoghi e il cast formidabile”

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Ella & John – The Leisure Seeker (2018)

HAMBURGER IN PARADISO

C’era molta attesa per il primo film americano del nostro Paolo Virzì, uno dei pochi autori italiani che non delude mai. Ovosodo, Tutta la Vita Davanti, Tutti i Santi Giorni, Il Capitale Umano, La Pazza Gioia, sono solo alcuni titoli della sua splendida filmografia. Questa volta il progetto era molto ambizioso: una produzione italo-americana, un romanzo di partenza bellissimo (The Leisure Seeker di Michael Zadoorian) che racconta una storia d’amore sulla vecchiaia e sulla malattia e due interpreti straordinari (Helen Mirren e Donald Sutherland). Il problema è che l’ingranaggio costruito da Virzì non funziona come dovrebbe. La storia di Ella e John, doveva essere un racconto di addio, delicato e poetico, di due persone che stanno finendo i loro giorni terreni. In realtà Virzì appiattisce tutto gestendo male il materiale a disposizione e, cosa ben più grave, non riesce a valorizzare al 100% i due interpreti. Il racconto gira costantemente a vuoto, incastrando situazioni poco credibili e addirittura forzate, che rischiano seriamente di ridicolizzare l’opera. Chiariamoci, la coppia Mirren/Sutherland è fenomenale, ma nulla può contro la messa in scena del regista toscano. Per non parlare poi del finale, banale e scontato, che sancisce definitivamente il risultato artistico. Se volete trovare un film che racconta la malattia e la vecchiaia in maniera esemplare, riguardatevi i primi 10 minuti di Up della Pixar. Lì, c’è tutto quello che Virzì fatica a trovare in quasi 2 ore di film. Peccato !!!

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“la regia scontata di Virzì e una sceneggiatura poco incisiva”

cult
“la coppia Helen Mirren / Donald Sutherland”

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Tre manifesti a Ebbing, Missouri (2017)

AMERICA OGGI

Saremo brevissimi, Tre Manifesti a Ebbing, Missouri è un film meraviglioso. Potrebbe ridursi a questa frase la nostra recensione del film di Martin McDonagh. Evitiamo giri di parole inutili. C’è una sceneggiatura equilibratissima, che descrive in maniera comica, drammatica e violenta, l’america di oggi. Ci sono dialoghi straordinari, destinati a diventare dei cult assoluti. Ci sono dei tempi registici perfetti, che incollano alla poltrona senza stancare mai. C’è un cast incredibile, illuminato da due talenti mostruosi, Frances McDormand e Sam Rockwell, che esprimono una gamma di sensazioni/emozioni indimenticabili. E poi c’è la morte, la rabbia, il razzismo, la stupidità, il sangue, il fuoco. Ci sono 3 manifesti. C’è tutto quello che potete/volete/dovete trovare nel Cinema con la “C” maiuscola. C’è il film che, secondo noi, trionferà agli Oscar. Correte a vederlo. Più brevi di così.

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“non scherziamo”

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“Tre manifesti a Ebbing, Missouri”

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Gomorra 3 : la serie (2017)

STA SENZA PENSIER

Gomorra è l’epitomo del trashcult : neo melodici, macchine e motorini modificati, tagli di capelli che neanche i calciatori più estrosi di serie A, e l’uso del dialetto. Sì, perché se Narcos presenta 3 stagioni usando il colombiano dei narcotrafficanti, Gomorra è in napoletano a garantirne l’autenticità e una particolare sfumatura dei dialoghi che arricchisce la sceneggiatura e gli stessi personaggi con manierismi, e cadenze che altrimenti non sarebbero comunicabili. Come le ville sfarzose dei narcos, ci sono gli appartamenti kitch barocchi dei boss. A differenza della serie malavitosa americana, Gomorra fa emergere figure femminili di potere (in episodi per lo più diretti da registe poco conosciute, ma di grande talento narrativo come Francesca Comencini) che arricchiscono un immaginario fatto di “leonesse” con tute in ciniglia e soprannomi improbabili, e donne leali orgogliose e fiere come la Nike di Samotracia. Ormai arrivata alla terza serie, Gomorra è stato al centro di un’accesa discussione sul fattore emulativo che i protagonisti possono avere su labili giovani menti. La verità è che i protagonisti sono personaggi con nuance come solo i i grandi del cinema hanno saputo tratteggiarli e dimostrano ancora una volta che non esistono il bene o il male, ma esiste la rabbia, l’ambizione e la sete di potere. E come l’antica Grecia insegnava, esiste lo ubris, l’orgoglio che, derivato dalla propria potenza o fortuna, si manifesta con un atteggiamento di ostinata sopravvalutazione delle proprie forze. Ricordando che a chi vola troppo vicino al sole, si possono solo sciogliere le ali.

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“assolo di Scianel con tuta rosa in ciniglia e fallo barocco come microfono”

cult
“carcere, detenuti in protesta, Pietro Savastano alza una mano… silenzio”

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Coco (2017)

PIXAR DE LOS MUERTOS

Se c’è qualcuno che riesce a farmi piangere al cinema, quel “qualcuno” è sicuramente la Pixar. Non sto scherzando, dopo aver versato litri di lacrime per Up e Inside Out (maledetto Bing Bong!!), è capitato ancora con Coco. La Pixar, finalmente, è tornata a realizzare capolavori come ci aveva abituati, dopo aver chiuso l’insipida saga di Cars (meno male). Coco è ambientato in Messico durante il famoso Giorno dei Morti. Miguel è un ragazzino con una grande passione per la musica, ma è costretto a fare i conti con una famiglia di calzolai che ha bandito la musica anni fa. La sua determinazione lo catapulterà nel regno dei morti, e avrà poco tempo per ritornare indietro. Prendete il Pixar style e moltiplicatelo per 1000. Poi aggiungete un pizzico di Tim Burton, una spruzzata di Hayao Miyazaki e una goccia di Grim Fandango (storico videogame della LucasArts). Il risultato è questa meravigliosa opera, che illumina occhi, cuore e “spirito”. I registi Lee Unkrich e Adrian Molina ci immergono fin da subito in una calda atmosfera a ritmo di musica e folklore messicano. Ma la Pixar da’ il meglio di se quando ci mostra il regno dei morti; enorme, spettacolare, sfavillante. Un’impressionante realizzazione tecnica che alza l’asticella a livelli mai raggiunti prima. Livelli incredibili aumentati ancora di più da una storia e da personaggi indimenticabili. Il ragazzino Miguel, lo scheletro Héctor e tutti i personaggi secondari sono ottimamente caratterizzati e riescono a trasmettere “vere” emozioni (sfido chiunque a non piangere nel finale). Geniale la rappresentazione degli spiriti guida, chimere fosforescenti che danno un tocco affascinante e “psichedelico” al film, per non parlare dell’esilarante cameo di Frida Kahlo. In conclusione, Coco rappresenta uno dei punti più alti di tutta la filmografia Disney/Pixar, capace di raggiungere vette visive ed emotive senza precedenti. P.S. : nella recensione non ho nominato il cortometraggio d’apertura dedicato a Frozen. Vedi momento trash.

trash
“l’orrendo cortometraggio iniziale dedicato a Frozen”

cult
“la straordinaria “anima tecnologica” della Pixar”

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Bright (2017)

POLIZIOTTI DELLA TERRA DI MEZZO

In un presente parallelo dove umani, orchi, elfi e fate vivono insieme, 2 poliziotti di Los Angeles (uno umano, l’altro orco), dovranno proteggere una bacchetta magica da nemici potentissimi. Primo blockbuster targato Netflix, costato 90 milioni di dollari e disponibile esclusivamente sulla piattaforma online, Bright è una scommessa vinta solo in parte. Se da un lato l’idea iniziale è molto interessante (unire il thriller urban con il fantasy), dall’altro la realizzazione finale è un po’ discutibile. Precisiamo, non è uno dei più brutti film dell’anno come la critica americana l’ha definito, ma siamo di fronte ad una vera occasione mancata. Il regista David Ayer si trova sicuramente a proprio agio nel raccontare la vita e i luoghi degli sbirri di Los Angeles (vedi End of Watch), ma non riesce a costruire una struttura solida quando l’azione diventa fantasy. Infatti, se la prima parte è notevole, con belle location underground e un certo “realismo”, nella seconda naufraga completamente gestendo una parte fantasy senza particolari guizzi registici. Certo, la coppia formata da Will Smith e Joel Edgerton funziona a meraviglia, ma è poca cosa rispetto all’insipido minestrone organizzato da Ayer. La sceneggiatura, scritta da Max Landis, è povera di idee e non riesce a creare una nuova “mitologia” di questo mondo parallelo. Anche il villain interpretato da Noomi Rapace è poco caratterizzato e per niente minaccioso. In conclusione: Bright è un discreto prodotto d’intrattenimento che potrebbe anche divertire, ma non ha gli attributi per diventare un film completamente riuscito. Forse Netflix deve impegnarsi di più.

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“il villain interpretato da Noomi Rapace”

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“la coppia formata da Will Smith e Joel Edgerton”

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The Greatest Showman (2017)

THE GREATEST COCA COLA SHOW

Si percepisce una strana energia da questo The Greatest Showman. Saranno le straordinarie canzoni, saranno le elaborate coreografie, sarà un Hugh Jackman ultra scatenato o la luccicante fotografia. Si arriva a fine film consapevoli di aver assistito ad un film tutt’altro che memorabile, ma è innegabile il fatto che questa opera di debutto di Michael Gracey riesca a travolgere. Unite Moulin Rouge! di Baz Luhrmann, Chicago di Rob Marshall, La La Land di Damien Chazelle e un pizzico di High School Musical e il risultato è The Greatest Showman. La storia della nascita del circo, ideato dal sognatore PT Barnum, riesce a creare un’atmosfera energica, positiva e dirompente che immerge noi spettatori per oltre due ore senza battere ciglio. Se da una parte le canzoni fanno da vero carburante alla pellicola, dall’altra i difetti rischiano di prendere il sopravvento. La sceneggiatura non brilla sicuramente per originalità e la regia di Michael Gracey non aiuta sul piano narrativo. Certo, gli stacchetti musicali sono gestiti molto bene, ma a volte si ha l’impressione di assistere ad uno spot natalizio della Coca Cola. Altro punto negativo è la scelta del cast. Se Hugh Jackman e Rebecca Ferguson donano anima e corpo ai loro personaggi, lo stesso non si può dire di una svogliata Michelle Williams e di un monoespressivo Zac Efron, incapaci di trasmettere emozioni. Ma al di là di questi difetti, il film è una gioia per gli occhi e per lo spirito. Manca la follia Pop del film di Baz Lurhmann, manca la poesia d’autore di Damien Chazelle e mancano le interpretazioni favolose di Chicago, ma è un film che funziona e diverte nonostante lo spettacolo non sia indimenticabile. Uscirete comunque dalla sala con un sorriso a 36 denti. Garantito.

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“le interpretazioni di Michelle Williams e Zac Efron”

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“le straordinarie canzoni e un Hugh Jackman scatenato”

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Star Wars: Gli Ultimi Jedi (2017)

STELLE ROSSE

Alzi la mano chi ha pensato, almeno una volta, che Il Risveglio della Forza non fosse una sorta di “remake” di Una Nuova Speranza. Bene, ci siamo tutti. Ora alzi la mano chi ha avuto l’impressione, dal trailer, che Gli Ultimi Jedi fosse una sorta di “remake” de L’Impero Colpisce Ancora. Ok, ci siamo proprio tutti allora. Finalmente posso dirvi che Gli Ultimi Jedi NON E’ il remake de L’Impero Colpisce Ancora. Ora tirate un sospiro di sollievo. Ragazzi, la svolta è (finalmente) arrivata. Il regista Rian Johnson è riuscito a costruire un secondo film, nuovo, originale e oscuro. Si parte da dove Abrams ci aveva lasciato e Johnson sinceramente ci mette un pò a carburare, ma l’attesa vale il prezzo del biglietto. Il regista prende in mano la saga e, con un pizzico di coraggio e incoscienza, la destruttura, la plasma, la ripulisce, costruendo una strada per un nuovo inizio. La rivoluzione è questa; socchiudere qualche porta del passato e spalancarne di nuove. Sia chiaro, stiamo parlando di Star Wars, quindi non mancano le solite spade laser, battaglie spaziali, atti eroici, etc etc., ma l’operazione ha un sapore diverso, quasi innovativo. Un percorso che riesce a dare un senso persino a Il Risveglio della Forza, come se il film di Abrams servisse da “materiale introduttivo”. In tutto questo, il cast delle “nuove leve” funziona egregiamente. Appensantiti da “demoni” interiori, Rey & co. riescono a creare una bella e funzionale interazione con il pubblico. Discorso a parte, invece, meritano le “vecchie” leve: il ritrovato Mark Hamill/Luke e la principessa Leia/Carrie Fisher sono il filo, sempre più sottile, che lega il “vecchio” al “nuovo”, riuscendo a creare una connessione fisica ed emozionale con tutti noi. Altro dettaglio molto interessante è la presenza del colore rosso, che Johnson utilizza come un vero e proprio “protagonista astratto”. In conclusione, Star Wars: Gli Ultimi Jedi è un vero punto di svolta per tutta la saga, capace di rinnovare un franchise in maniera intelligente e coraggiosa. A questo punto aspettiamo il gran finale previsto per il 2019 e diretto ancora una volta da J.J.Abrams. Speriamo che J.J. prenda ripetizioni da Rian Johnson.

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“una durata eccessiva (2h e 30min)”

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“protagonisti convincenti ed un’attenta regia di Rian Johnson”

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Jumanji – Benvenuti nella Giungla (2017)

GIUNGLA D’ASSALTO

Torna il pericoloso gioco Jumanji in formato videogame. Quattro ragazzini finiscono all’interno del gioco e saranno costretti ad affrontare un’avventura pericolosa e selvaggia. Chi appartiene alla mia generazione, non può non ricordare Jumanji, avventura piena di effetti speciali con un grande Robin Williams. In quel film è presente tutta la cultura cinematografica degli anni 90 diventando, giustamente, un vero cult movie. Ora la Sony ha deciso di riprendere in mano quella pellicola e costruire un sequel “updated”. Mossa sbagliata? Non proprio. Jumanji 2017 prende le distanze dal primo film, adattando la struttura narrativa alle nuove generazioni. E il gioco diverte. Se negli anni 90, Robin Williams rappresentava l’interprete perfetto per quel genere, oggi è Dwayne “The Rock” Johnson il riferimento “commercial-cinematografico” di questa epoca. Il regista Jake Kasdan punta tutto sui quattro protagonisti “virtuali” (oltre a Johnson troviamo Jack Black, Karen Gillian e Kevin Hart), buttandoli in situazioni action visivamente riuscite (bellissima la sequenza dell’elicottero). La pellicola funziona perfettamente quando fa interagire i 4 protagonisti tra loro, creando dei siparietti semplici ma efficaci. Funzione meno bene, invece, quando prova a fare la morale in stile “serie TV Disney”, rendendo l’operazione “stucchevole”. Oltretutto i 4 ragazzini “reali” sono, a tratti, veramente insopportabili e troppo stereotipati. In conclusione: Jumanji – Benvenuti nella Giungla è un buon film d’intrattenimento che ha il “coraggio” di prendere le distanze dal primo film e regalare un’avventura godibile e spensierata per tutta la famiglia.

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“i 4 protagonisti “reali”

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“i 4 protagonisti “virtuali”

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Assassinio sull’Orient Express (2017)

IL GIALLO COI BAFFI

Il celebre detective Hercule Poirot si ritrova, suo malgrado, ad indagare sulla morte di un passeggero sul famoso treno Orient Express, bloccato a causa di una valanga sulle montagne della Jugoslavia. C’era molta attesa per questa nuova trasposizione del romanzo immortale di Agatha Christie; Kenneth Branagh regista e protagonista (il mitico detective Poirot), un grande cast (che comprende Johnny Depp, Michelle Pfeiffer, Judi Dench, Willem Dafoe), Ridley Scott alla produzione e la 20th Century Fox a distribuire il tutto. Poteva essere uno dei film dell’anno, ma in realtà non va oltre il “buon film d’intrattenimento”. E pensare che dal trailer e dal materiale promozionale (la colonna sonora degli Imagine Dragons), sembrava essere una rivisitazione “moderna” del romanzo. Kenneth Branagh è un superbo Poirot, bisogna ammetterlo, ma la sua regia è uno dei problemi principali di questa pellicola. Il film ha un look molto elegante e “patinato”, ma Branagh non riesce a trasportare lo spettatore all’interno delle indagini del famoso detective, appiattendo molto la struttura narrativa. Anche lo spettacolare cast non viene sfruttato a dovere, risultando solo un pretesto per attirare pubblico. Un vero peccato, perchè l’occasione era da leccarsi i baffi (come quelli di Poirot), ma manca l’incisività e un pizzico di coraggio. A questo punto aspettiamo il sequel, Assassinio sul Nilo, già confermato dalla Fox e sempre diretto ed interpretato da Kenneth Branagh. Sbagliando si impara.

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“Kenneth Branagh come regista”

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“Kenneth Branagh come Poirot”

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Justice League (2017)

BRANCA BRANCA BRANCA LEON LEON LEON

Vi ricordate il capolavoro di Monicelli, L’Armata Brancaleone ? Bene, questo Justice League un po’ me lo ricorda. Ok, i due film sono completamente diversi, ma la Justice League di Zack Snyder ricorda un po’ la sgangherata truppa capitanata da Vittorio Gassman. Almeno produttivamente parlando. Il crossover dei supereroi DC/Warner doveva servire a rilanciare definitivamente il DC Extended Universe, mettendo in scena gli eroi già visti (Batman, Wonder Woman) e new entry (Flash, Aquaman). Dopo il flop critico di Batman v. Superman, la Warner ha deciso di correre ai ripari, cercando di costruire un film più leggero e più “digeribile”. Ci sarà riuscita? Sì e no. Tra problemi produttivi, cambi di regista (Joss Whedon al posto di Snyder), cambi di sceneggiatura, scene da “colorare” e baffi da eliminare (ebbene sì), l’armata Justice League ha finalmente visto la luce. Vediamo di sintetizzare con i nostri PRO e CONTRO.

PRO
– Un buon ritmo e spettacolari scene d’azione (almeno nella prima parte)
– Aquaman risulta un po’ troppo tamarro, ma funziona
– Wonder Woman tutta la vita !!!
– Cyborg, più che un guerriero è un hacker cibernetico complessato, ma non risulta troppo antipatico
– C’è anche Amy Adams… mi basta questo

CONTRO
– Il villain Steppenwolf sembra uscito da un videogame della Playstation 1
– Il ritorno di Superman (non è spoiler) è sfruttato male
– Uno scontro finale bruttino e troppo veloce
– Flash sembra uscito dal Saturday Night Live dei poveri
– Steppenwolf è il più brutto villain della storia dei cinecomics
– Povero J.K. Simmons
– Steppenwolf è orren… ok, basta così

In conclusione Justice League è un film sgangherato, leggero e non completamente riuscito. Ma diverte. Ci basta ??? Massì dai. Branca branca branca leon leon leon !!!

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“vedi i CONTRO”

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“vedi i PRO”

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Detroit (2017)

FRATELLI NELLA NOTTE

La Rabbia. Se il nuovo film di Kathryn Bigelow avesse un sottotitolo sarebbe sicuramente questo. Detroit è ambientato durante i 4 giorni di rivolta nel luglio 1967, dove la città venne letteralmente messa a ferro e fuoco. Il film ci racconta, con una struttura narrativa divisa in tre atti, le notti infernali di questa città, e in particolare, del fatto avvenuto nel Motel Algiers dove alcuni poliziotti torturarono i presenti e uccisero tre ragazzi di colore. A 8 anni dall’Oscar di The Hurt Locker e a 5 dal bellissimo Zero Dark Thirty, Kathryn Bigelow torna dietro la macchina da presa per raccontare una storia di rabbia, sangue e violenza. Con il suo caratteristico stile nevrotico al limite del documentaristico, la regista ci trasporta letteralmente indietro nel tempo, realizzando uno straordinario lavoro di ricostruzione storica molto dettagliata, senza dimenticare la tensione “thriller”. Sì, perchè se la prima parte serve per introdurre la vicenda (molto interessante il prologo animato), la seconda diventa una specie di torture-porn ansiogeno e registicamente mozzafiato. Aiutato da un gruppo di autori quasi sconosciuti ma tutti perfettamente in parte, Kathryn Bigelow non risparmia niente e assesta un paio di cazzotti allo stomaco che non dimenticheremo facilmente. Peccato che nell’ultima parte, il ritmo non riesce ad essere sempre all’altezza. Il film rimane comunque uno spettacolo incredibile, crudo e intenso, dove la nostra mente e il nostro corpo verranno messi a dura prova.

trash
“una terza parte un po’ rallentata”

cult
“la regia “rabbiosa” di Kathryn Bigelow”

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Saw: Legacy (2017)

IL GIOCO DELL’OCA

Sono sincero, la saga di Saw non mi ha mai entusiasmato. Al di là del primo, folgorante capitolo, la saga, col passare dei film, è diventata una parodia di se stessa. Quando ho letto che i fratelli Spierig avrebbero ripreso in mano il franchise, la notizia mi incuriosì parecchio. Michael e Peter Spierig sono i responsabili di due gioielli quali Daybreakers e Predestination. Il primo è un horror elegante e originale, mentre il secondo è una gemma della fantascienza cerebrale. Era necessario due registi con questo curriculum per rinnovare uno dei più redditizi franchise horror. Peccato che in realtà Saw: Legacy non rinnova niente. Non voglio raccontare la trama perchè sarebbe uno spreco di tempo, ma questo ultimo capitolo riprende esattamente alcune scene delle precedenti pellicole, con poche idee e sfruttate male. Il gioco è sempre quello; persone con scheletri nell’armadio che devono liberarsi da elaborate trappole mortali. Nessuna novità, nessuno sforzo. I fratelli Spierig girano un film svogliato, noioso e poco appassionante, dove perfino il twist finale risulta macchinoso e assurdo. Ne sentivamo il bisogno? Assolutamente no!! A questo punto incrociamo le dita per la prossima loro prova, l’horror soprannaturale Winchester.

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“una regia piatta e una sceneggiatura senza idee”

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“la trappola con i bisturi laser”

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Auguri per la tua Morte (2017)

IL MASSACRO DELLA MARMOTTA

Auguri per la tua Morte è il film che rispecchia perfettamente il cinema americano di oggi. Veloce, facile, immediato. Puro cinema commerciale da “pop-corn” che sbanca i botteghini nonostante le “non eccelse” qualità artistiche. Il re Mida di Hollywood, il produttore Jason Blum, è riuscito, ancora una volta, a costruire uno spettacolo per teenager semplicissimo ma ben fatto. E il botteghino gli ha dato ragione per l’ennesima volta. Per chi non lo conoscesse, Blum è il proprietario della Blumhouse, casa di produzione che ha realizzato piccole gemme come Insidious, La Notte del Giudizio, Sinister, Split, Get Out. Film a basso budget che hanno letteralmente sfondato al box office. Auguri per la tua morte è l’ultimo prodotto di casa Blumhouse. Tree, una giovane collegiale, si ritrova costretta a rivivere lo stesso giorno all’infinito, braccata da un serial killer mascherato. Mescolate Ricomincio da Capo (con Bill Murray), Prima di Domani, Edge of Tomorrow, Scream e il gioco è fatto. Il regista Christopher B. Landon costruisce, con ritmo veloce, una buona horror-comedy che intrattiene a dovere. Nessun capolavoro in vista, ma il gioco dei loop temporali funziona e la pellicola riesce a regalare addirittura qualche sorpresa. Buona la prova della giovane Jessica Rothe, vista brevemente in La La Land, che riesce a caricare sulle sue spalle tutta l’operazione. Consigliato a chi cerca una serata all’insegna della spensieratezza più assoluta. C’è di peggio !!!

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“la storia dei loop temporali inizia a diventare un po’ abusata a Hollywood”

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“il killer con la maschera da neonato”

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The Place (2017)

AL BAR DELLO SPORT

The Place, regia deludente di Paolo Genovese e un cast di attori italiani che portano sempre lo stesso vestito dalla stoffa usurata. La sceneggiatura ispirata ad una serie televisiva statunitense vede alcune persone rivolgersi a questo uomo oscuro Valerio Mastrandrea che pare riesca ad instradarli per esaudire ogni loro desiderio. Cosa sei disposto a fare per ottenere ciò che vuoi? E’ una questione di “dettagli” si ripete nel film perchè ogni minimo imprevisto concreto reale ed emotivo può portare l’animo umano a cambiare obiettivo ogni volta. E’ originale il tema, fa riflettere, ma è girato ermeticamente, sottovuoto, in uno stesso posto, un bar, con zero pathos. E’ passata un’ora e quarantacinque a fatica tra frasi da baci perugina e sospiri.

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“Sabrina Ferilli ed il momento della canzone A CHI di Fausto Leali”

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“la vecchia bombarola”

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The Square (2017)

ART ATTACK

Cristian è il direttore di un museo d’arte contemporanea a Stoccolma. La preparazione di una mostra legata all’installazione di una nuova opera chiamata The Square, creerà una serie di eventi tanto imprevisti quanto surreali. Quando l’arte contemporanea diventa uno specchio feroce, grottesco, spietato della società. L’opera di Östlund è proprio una critica potentissima alla società di oggi e all’arte moderna, grande mezzo di comunicazione (nel bene e nel male). La scena iniziale è, infatti, una perfetta sintesi di come siamo oggi. La rimozione (e la decapitazione) di una maestosa statua in bronzo sostituita da un “semplice” quadrato luminoso, sta a significare il volto odierno dell’umanità; sterile e fondamentalmente vuoto. Mossa vincente di Östlund è l’ironia da commedia surreale, regalandoci un paio di sequenze assolutamente esilaranti. Strepitoso il protagonista Claes Bang che, con grande carisma, riesce ad essere perfettamente credibile in ogni (assurda) scena. Precisiamo, non è un film perfetto. La struttura filmica a volte risulta un po’ sgangherata e l’eccessiva lunghezza non aiuta a rendere “compatto” il messaggio, ma è giusto dargli una possibilità. Domanda finale. E’ un film da Palma d’Oro? Lascio a voi la risposta.

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“il (volutamente) agghiacciante video pubblicitario”

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“l’artista scimmione che irrompe nella serata di gala”

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Stronger (2017)

HERO

Boston, 2013. Jeff Bauman rimane coinvolto nell’esplosione avvenuta durante la storica maratona. Costretto su una sedia a rotelle a causa della perdita delle gambe, Jeff inizia un difficile percorso fisico e mentale, diventando un esempio di forza e di speranza per tutta l’umanità. E il vincitore dell’Oscar come miglior attore protagonista è Jake Gyllenhaal!! Non per fare gli uccelli del malaugurio, ma questa volta Jake se lo merita davvero. Il suo Jeff è uno straordinario esempio di recitazione fisica, ma soprattutto psicologica. Lo stile registico asciutto di David Gordon Green permette a Gyllenhaal di lavorare per sottrazione, costruendo un personaggio complesso e complicato, senza cadere in facili istrionismi. Sul piano tecnico, uno dei punti di forza del film è la bravura di David Gordon Green nell’evitare il melodramma e la facile retorica, riuscendo ad alleggerire la drammaticità della vicenda con punte di ironia azzeccate e mai fuori luogo. Ma è anche capace di pugni allo stomaco potenti come la lunga scena del flashback di Jeff. Grande sorpresa della pellicola è anche l’interpretazione di Tatiana Maslany, strepitosa Erin, capace di esprimere una gamma di emozioni con il solo uso dello sguardo. Una vera rivelazione. Stronger è un bellissimo esempio di cinema con la C maiuscola, a metà strada tra l’indie e il commerciale. Siamo sicuri che ai prossimi Oscar dirà la sua. Toccante !!!

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“assente”

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“le straordinarie interpretazioni di Gyllenhaal e Maslany”

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Thor: Ragnarok (2017)

THOR E I DOMINATORI DELL’UNIVERSO

Chi di voi si ricorda di He-Man e i Dominatori dell’Universo? Mitica serie televisiva anni 80 (un pò kitsch) che mescolava fantasy, fantascienza e action. Un vero e proprio cult della nostra infanzia. Ora immaginate la stessa cosa, ma con Thor al posto di He-Man. Thor: Ragnarok, terza avventura stand-alone del dio del tuono Marvel, potrebbe essere un perfetto live action di He-Man. Se i primi due film rimanevano all’interno di un meccanismo standard e un po’ banalotto, questo terzo capitolo riesce, in qualche modo, a stupire (almeno a livello visivo). Il regista Taika Waititi, cambia completamente i toni, trasformando la saga in un delirio fanta-pop anni 80, che spinge il pedale sull’action fracassone e sulla commedia demenziale (a volte troppo. La battuta “zio del tuono” non si può sentire). Thor, esiliato sul pianeta Sakaar dalla dea della morte Hela, si ritroverà ad affrontare un torneo intergalattico dove incontrerà il campione assoluto, Hulk. Allora, chiudete gli occhi e provate ad immaginare di vedere nella stessa pellicola i seguenti film: Il Signore degli Anelli, Flash Gordon, Guardiani della Galassia, La Storia Infinita, Atto di Forza, I Dominatori dell’Universo e Il Gladiatore. Thor: Ragnarok è proprio questo; un divertentissimo minestrone, pieno zeppo di azione, colori e umorismo che intrattiene sicuramente, ma che purtroppo non va al di là della baracconata dimenticabile. Buono comunque tutto il cast che, tra ennesime conferme (Chris Hemsworth, Tom Hiddlestone e Mark Ruffalo) e simpatiche new entry (Jeff Goldblum), vede spiccare i due personaggi femminili, ovvero Hela (interpretata da una tenebrosa Cate Blanchett) e Valchiria (una sorprendente Tessa Thompson). Sia chiaro, lo spettacolo è garantito e molte idee visive (e musicali) sono spassosissime, ma all’operazione manca anima e cuore. Tra lupi giganti, zombie, alieni insetto, navicelle spaziali, guerrieri alcolizzati, demoni infuocati, Matt Damon e i Led Zeppelin si arriva a fine film. Da vedere esclusivamente a cervello spento. PER LA FORZA DI GRAYSKULL !!!

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“una comicità a volte troppo demenziale (l’ano del diavolo?!?!)”

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“lo scontro nell’arena tra Thor e Hulk”

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IT (2017)

A VOLTE RITORNANO (GLI ANNI 80)

Ho visto, finalmente, il tanto atteso adattamento cinematografico di It, dal romanzo famosissimo di Stephen King. Siccome non so da dove partire, ho interrogato l’omino dentro la mia testa che vive ancora negli anni 80 (no, non sono ancora impazzito del tutto):

– Ciao trashcult 1983
ah, ciao trashcult 2017. Qual buon vento?

– Allora ti è piaciuto il nuovo It?
Si dai, non è male

– Ma fa così paura come dicono tutti?
No, paura no. Ci sono un paio di scene un po’ forti, ma niente di sconvolgente

– Allora è un brutto film?
No, non è brutto, solo non fa paura

– Ma It non è un film horror?
Bè diciamo di si, ma quello che conta è il racconto di formazione

– Racconto di formazione?
Si, il gruppo di ragazzini deve affrontare le proprie paure per sconfiggere It. Cioè devono diventare adulti per vincere

– Un pò come Stand by me e I Goonies?
Esatto

– Ma il clown? è figo?
Si parecchio. Bill Skarsgård è bravo e non fa rimpiangere Tim Curry

– E gli altri attori?
Tutti i ragazzini sono perfetti. Muschietti li caratterizza molto bene. Sophia Lillis, che interpreta Beverly, diventerà sicuramente una grande attrice

– A proposito di Muschietti. Com’è la sua regia?
Efficace. Riesce perfettamente a ricostruire gli anni 80 e la sua atmosfera nostalgica. Forse manca un po’ di originalità, ma in alcuni momenti spacca di brutto. La scena del bagno insanguinato è da manuale

– Cosa ti aspetti dalla seconda parte?
Una storia più matura e più psicologica

– Ok, se dovessi riassumere il film in poche parole?
Una buona trasposizione che riesce a intrattenere perfettamente grazie a dei protagonisti perfetti e un ritmo avventuroso

– C’è altro che vuoi dire?
Niente di che. Devo andare, fra un po’ inizia la nuova puntata di Stranger Things

– Ah ok. Ciao trashcult 1983. Ci vediamo
Ciao trashcult 2017. Tranquillo, ci rivedremo presto

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“una parte horror troppo classica (e un doppiaggio italiano non proprio all’altezza)”

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“la scena del bagno insanguinato e una nostalgica atmosfera”

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La Battaglia dei Sessi (2017)

MATCH POINT

I registi Jonathan Dayton e Valerie Faris sono tornati. Dopo l’exploit di 11 anni fa con il piccolo cult Little Miss Sunshine, e dopo il notevole Ruby Sparks firmato nel 2012, la coppia di registi ci regala un altro film destinato a diventare, col tempo, un piccolo gioiellino. Siamo nel 1973. La partita di tennis (chiamata appunto “la battaglia dei sessi”) tra l’ex campione maschile Bobby Riggs e la campionessa mondiale femminile Billie Jean King, diventerà uno degli eventi sportivi televisivi più visti di tutti i tempi, nonchè uno scontro per l’uguaglianza tra uomini e donne destinato a cambiare per sempre la storia dell’umanità. Per raccontare un evento di questo tipo, Dayton e Faris ci immergono letteralmente negli anni ’70, ricostruendo perfettamente l’epoca e le atmosfere di quegli anni. Con tanta cinepresa a mano e una bellissima fotografia sgranata, seguiamo la storia “pre-partita” di Billie Jean (una strepitosa Emma Stone), determinata e innamorata di un’altra donna, e di Bobby Riggs (uno Steve Carell da Oscar), sbruffone maschilista e baro di professione, che nasconde, dietro una maschera, una frustrazione ormai insopportabile. Se la prima parte ci introduce molto bene nella vicenda, la parte centrale rallenta bruscamente diventando un po’ didascalica, per poi premere l’acceleratore nella partita finale, splendidamente girata. Un piccolo grande film, gestito ed interpretato alla grande. Partita vinta.

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“una parte centrale un po’ didascalica”

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“la bellissima partita finale”

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Train to Busan (2016)

ZOMBIE EXPRESS

Corea del Sud. Un padre e sua figlia, viaggiano sul treno che da Seoul arriva a Busan, per raggiungere la madre della bambina. Durante il tragitto, una misteriosa epidemia trasformerà il loro viaggio in una lotta per la sopravvivenza. Nel panorama del cinema horror, gli zombie-movie sembravano ormai sul viale del tramonto (e con la scomparsa del loro “papà” George A. Romero, ci sta tutto). Poi all’improvviso, arriva il film che non ti aspetti, e capisci che c’è ancora speranza nel mondo. Se poi gli zombie hanno gli occhi a mandorla, allora la cosa diventa veramente stupefacente. Train to Busan è uno di quei film che inizi a guardare senza tante aspettative, e arrivi alla fine con le lacrime agli occhi. Il regista Yeun Sang-ho, proveniente dal mondo degli anime, costruisce un disaster movie apocalittico e spettacolare, ambientato per l’80% all’interno su un treno, senza dimenticare lo spessore dei personaggi, un grande ritmo e un pizzico di critica sociale. Nulla a che vedere con i blockbuster “made in Hollywood” (Michael Bay o Roland Emmerich avrebbero realizzato la solita baracconata per bimbiminchia)!!! Dopo una prima ora assolutamente incredibile, il ritmo ha qualche caduta, soprattutto nell’ultima parte, ma basta la commovente scena finale per capire l’altissimo livello raggiunto da questa pellicola. Tra idee di sceneggiatura assolutamente geniali (la “gestione” del buio durante il passaggio nelle gallerie) e un ottimo cast, Train to Busan si ritaglia il suo posto tra i film horror più belli dell’anno, rinfrescando un genere che sembrava ormai (non) morto.

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“una lunghezza un po’ eccessiva”

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“grande ritmo ed un’inaspettata carica emotività”

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Enemy (2013)

ARACNOFOBIA

Ora che Blade Runner 2049 è uscito nelle sale di (quasi) tutto il mondo, è giusto riscoprire uno dei film più ingiustamente ignorati del regista Denis Villenueve, ovvero Enemy. Prendendo spunto da un romanzo del premio Pulitzer Josè Saramago, L’Uomo Duplicato, Villenueve ci trasporta in un viaggio ai confini della follia. Adam, professore apatico, scopre per caso in un film noleggiato, che esiste un’altra persona esattamente identica a lui. La curiosità iniziale si trasforma in un vero e proprio inferno psicologico. E’ giusto non aggiungere altro alla trama di questo gioiello, perchè Enemy è un thriller tutto da scoprire. Villenueve costruisce un’ambientazione sospesa e deserta, trasformando Toronto in una città al di là del tempo e dello spazio, dove la tonalità “giallo spento” è il colore dominante. In questo non-luogo, si muove uno straordinario Jake Gyllenhaal, mostro di bravura che si divide tra due personaggi solo apparentemente identici. Meravigliosa anche l’attrice Sarah Gadon, che dona anima e corpo ad una donna fragile e indifesa. Peccato invece per il personaggio di Mélanie Laurent, poco approfondito e senza uno “scopo”. Un labirinto della mente, intricato e ipnotico, che ribalta continuamente le carte, fino ad una scena finale che le rimescola completamente. A tratti claustrofobico, Villenueve ci dimostra con grande classe e grande padronanza della macchina da presa che non servono effetti speciali elaborati per lasciarci a bocca aperta. E bastano poche scene per diventare aracnofobici.

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“una Mélanie Laurent poco sfruttata”

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“una “mostruosa” interpretazione di Gyllenhaal e una Toronto fuori dal tempo”

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Il Gioco di Gerald (2017)

TUTTI GLI UOMINI DELLA MIA VITA

Una coppia di mezza età prova in qualche modo a risollevare il loro rapporto “tra le lenzuola”. Gerald, il marito, durante un gioco erotico, ammanetta Jesse, la moglie, al letto contro la sua volontà. Un improvviso malore di Gerald farà sprofondare Jesse in un incubo allucinante. E chi l’avrebbe mai detto? Mike Flanagan, regista che ci ha stupito in altre occasioni (Oculus, Ouija 2), trasporta in immagini il complicato romanzo di Stephen King del 1992 e fa centro. Con un sapiente uso del montaggio, Flanagan incolla alla poltrona gli spettatori narrando una storia ambientata per il 90% all’interno di una camera da letto. Proprio per questo motivo, i due protagonisti realizzano un grande lavoro attoriale. Carla Gugino interpreta una Jesse disperata e devastata dai propri demoni interiori, mentre il Gerald di Bruce Greenwood è un marito ambiguo e a tratti inquietante. Con un prefinale perfetto che vira nello splatter orrorifico, si passa ad un finale forse un pò troppo affrettato e poco convincente, unico punto debole di un film quasi perfetto. In conclusione, Il Gioco di Gerald è forse uno dei migliori film tratti da un romanzo di Stephen King. Vedere per credere.

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“un finale poco incisivo”

cult
“un montaggio perfetto e un cast incredibile”

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Blade Runner 2049 (2017)

OLTRE I BASTIONI DI ORIONE

Denis Villenueve è un replicante, ora abbiamo le prove. Portare sullo schermo il sequel di Blade Runner 35 anni dopo il primo film era un’impresa impossibile. Se poi il risultato finale si avvicina al capolavoro, allora l’impresa diventa un miracolo. California, 2049. L’agente K del reparto Blade Runner, durante una missione, scoprirà un segreto talmente sconvolgente da far crollare l’intero sistema. L’unica speranza, è trovare il vecchio cacciatore di replicanti, Rick Deckard. Poteva diventare il solito blockbuster hollywoodiano pieno di azione ed effetti speciali. Poteva diventare uno dei progetti più disastrosi degli ultimi anni. Poteva diventare uno dei film più inutili della storia del cinema. Ma per fortuna, il mondo (o la Tyrell Co. ?) ha creato Denis Villenueve. Al contrario di tutto, Blade Runner 2049 è puro cinema d’autore. Tempi dilatati, personaggi ben caratterizzati, poca azione ma efficace, immagini maestose. Mantenendo (giustamente) le distanze dal primo film, ma senza tradire l’anima originale, Villenueve mette in scene il “suo” cinema. Se Ridley Scott è un autore più mainstream (forse troppo), il regista canadese predilige i momenti intimi e psicologici, scavando nel profondo della mente (non) umana. Immensa anche la fotografia del veterano Roger Deakins, perfettamente in sintonia con la storia e la regia, nonchè grande favorito ai prossimi Oscar (la gradazione arancione nella seconda parte è da standing ovation). Tutto il cast è perfettamente in parte, iniziando da un Ryan Gosling, poliziotto tragico e nostalgico, solo apparentemente monocorde e da un Harrison Ford che farà scendere una lacrimuccia ai più malinconici. Forse l’unico punto debole è il personaggio di Jared Leto, non molto approfondito e un po’ irritante. Blade Runner 2049 è un film completo e complesso, che si regge perfettamente sulle proprie gambe e che approfondisce il mondo di Blade Runner con grande padronanza visiva. Insieme a Dunkirk di Christopher Nolan, il film più importante dell’anno. Superbo !!!

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“il personaggio poco approfondito di Jared Leto”

cult
“la regia maestosa di Villenueve e la fotografia straordinaria di Roger Deakins”

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Madre! (2017)

DAL VANGELO SECONDO ARONOFSKY

In principio Dio creò Aronofsky. Possiamo iniziare con questa frase la nostra recensione di madre!, nuovo, controverso, film di Darren Aronofsky. Da dove iniziamo? Difficile, MOLTO difficile. C’è Jennifer Lawrence, giovane moglie. C’è Javier Bardem, marito (più vecchio) che è uno scrittore in crisi. C’è Michelle Pfeiffer, spocchiosa ospite indesiderata. C’è Ed Harris, strano ospite indesiderato. C’è una casa. E poi c’è Aronofsky. Adesso dimenticate tutto. Chiaro, no? Benissimo, madre! è tutto questo. Puro caos partorito (è proprio il caso di dirlo) dalla mente di uno dei registi più pazzi, megalomani e arroganti di Hollywood. Madre! inizia come un thriller home invasion, si trasforma in un dramma romantico, si evolve in una sorta di horror da “casa infestata” per poi diventare delirio assoluto. Tra allegorie bibliche e metaforoni vari, si arriva a fine film storditi, provati, disgustati, esausti. Non c’è una sola scena dove Aronofsky metta lo spettatore a proprio agio, e fa di tutto per creare una sorta di “malessere” costante. Jennifer Lawrence (bravissima), si muove all’interno della casa con il suo viso da Vergine Maria e attraversa dei gironi infernali agghiaccianti messi in mostra da un regista in piena overdose creativa. Meglio non andare oltre. Madre! è una delle esperienza cinematografiche più scioccanti dell’anno. Un ottovolante sparato a 200 km orari e senza cinture dove è necessario prepararsi psicologicamente prima della visione. Se vi lascerete andare, ne vale la pena. Fidatevi !!!

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Cattivissimo Me 3 (2017)

FIACCHISSIMO ME

Terza avventura per il super ex-cattivo Gru, qui costretto a dover fronteggiare un nuovo nemico e far conoscenza con un fratello gemello inaspettato. Non voglio dilungarmi troppo, anche perchè c’è poco da dire. Cattivissimo Me 3 è un discreto intrattenimento per tutta la famiglia, questo è poco ma sicuro, ma è innegabile il fatto che ormai la saga non ha più niente da dire. Le gag sono le solite, i minions pure, e la storia è stata scritta su un post-it. Cosa rimane allora? Un divertente nuovo cattivo anni ’80 (una delle poche cose veramente riuscite) e un buon ritmo. La Illumination di Chris Meledandri viaggia su un terreno ormai rodato e sicuramente il pubblico apprezzerà. In attesa di un Cattivissimo Me 4 che, purtroppo per noi, arriverà sicuramente.

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“una formula ormai fiacca”

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“uno strepitoso incipit sulle note di Bad di Michael Jackson”

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