The Hunt (2020)

CACCIA GROSSA

E pesare che questo The Hunt doveva essere il film più controverso di tutti i tempi. Dopo una release annullata a causa di “istigazione alla violenza”, questo nuovo thriller/horror, prodotto da quel genietto di Jason Blum, arriva da noi direttamente in streaming (lo trovate su Chili). La storia racconta di un gruppo di 12 persone che si ritrova all’interno di un’enorme tenuta in campagna. Scopriranno molto presto che saranno le prede di un gruppo di persone “d’elite” intenzionate ad uccidere per puro piacere. L’aggettivo giusto per questo film è “bizzarro”. Se la storia originale è tratta dal racconto del 1924 “La Partita più Pericolosa” di Richard Connell, gli sceneggiatori Carlton Cuse e Damon Lindelof (autori del mitico serial LOST), provano ad unire horror, thriller, satira politica e satira sociale, creando un grottesco e spassoso gioco al massacro. Il regista Craig Zobel invece, che proviene dal cinema indie, spinge il pedale dell’acceleratore sul ritmo, morti violente pirotecniche e scazzottate tra “gatte” infuriate. E possiamo dire tranquillamente che lo spettacolo, in generale, funziona. Sì, funziona, ma niente di così controverso. Anzi. Ci sono dialoghi “politici” che possono far “innervosire” qualcuno, ci sono un bel po’ di momenti sadici, etc. etc., ma il risultato finale non va oltre il divertimento stacca spina. Ottimo cmq il cast, che comprende Betty Gilpin, Emma Roberts e una ritrovata (e impeccabile) Hilary Swank. Ideale per 1h e 30 minuti di puro intrattenimento.

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“le variopinte esecuzioni”

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“lo “scontro” finale tra Betty Gilpin e Hilary Swank”

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Se ti abbraccio non aver paura (2020)

IL VIAGGIO

Franco Antonello ha un figlio autistico, Andrea. Quando Andrea ha compiuto 18 anni, Franco ha deciso di intraprendere un viaggio in moto insieme al figlio attraverso gli Stati Uniti, fino in Guatemala. Da questa bellissima avventura è nato il libro Se ti abbraccio non aver paura, scritto da Fulvio Ervas. Dopo quell’avventura, Franco e Andrea hanno deciso di rimettersi in sella alla loro moto e intraprendere un altro viaggio, questa volta attraverso l’Europa per poi giungere in Marocco, fino al deserto del Sahara. Da questo loro secondo itinerario, è nato il documentario diretto da Niccolò Maria Pagani e prodotto da Ushuaia Film (www.ushuaiafilm.com). Un percorso che parla di amore (padre-figlio), di speranza e di resistenza. Il regista Gabriele Salvatores si è ispirato alla loro storia nel film Tutto il mio folle amore, interpretato da Claudio Santamaria, Valeria Golino e Giulio Pranno. La Ushuaia Film ha reso disponibile il documentario gratis sul loro canale YouTube, per volare oltre la quarantena.

Correte a visitare il sito dell’associazione I Bambini delle Fate, che dal 2005 si occupa di assicurare sostegno economico a progetti e percorsi di inclusione sociale gestiti da partner locali a beneficio di famiglie con autismo e altre disabilità, attraverso attività di raccolta fondi regolare tramite la formazione di gruppi di sostenitori in tutta Italia.

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“la società”

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“Andrea e Franco, una coppia di eroi”

Bloodshot (2020)

COSA RESTERA’ DI QUESTI ANNI 90

Alzi la mano chi pensava che Bloodshot fosse un bel film dopo aver visto il trailer. Immaginavo. Bloodshot in realtà non è un bruttissimo film, è solo un brutto film arrivato con 25 anni di ritardo. La trama è questa: c’è un soldato che muore in missione e viene resuscitato grazie ad una nanotecnologia che lo fa diventare potentissimo e praticamente invincibile. Questo soldato è Vin Diesel. Adesso, io non ho niente contro Vin Diesel, mi è molto simpatico e sembra proprio un bonaccione (la scena in canotta tamarra non manca mai), ma non azzecca un film da una vita ormai. La saga di Fast & Furious ? Lasciamo perdere. The Last Witch Hunter ? E chi se lo ricorda. La saga di XXX? Ma per favore. Riddick ? Beh, il primo film si, poi anche no. Dobbiamo tornare indietro ai tempi di Salvate il Soldato Ryan di Steven Spielberg, dove faceva una piccola parte, per vederlo in un bel film. Ecco, per tornare a Bloodshot, anche questo progetto è un bel buco nell’acqua. Non conosco il fumetto della Valiant da cui è stato tratto, ma posso dire con certezza che questa pellicola è un bel guazzabuglio di film fanta-action anni 90. Robocop, Atto di Forza e pure Terminator, film che avevano una componente action importante, ma che provavano anche a fare satira politica e a raccontare in qualche modo il nostro mondo. Qui invece non c’è nessuna satira o metafora sul mondo di oggi. C’è Vin Diesel che fa un gran casino e basta. Il regista Dave Wilson, che proviene dal mondo dell’animazione, azzecca qualche effetto carino, ma è un disastro nel dirigere gli attori e nel montare le scene. Ah, a proposito, gli attori. Oltre a Vin, c’è anche Guy Pierce (ve lo ricordate Memento?), nel peggior ruolo della sua vita, e la bellissima Elza Gonzalez, che recita come se stesse sfilando da Emporio Armani. Non c’è altro. Manca una sceneggiatura, manca un villain, mancano scene madri, manca la violenza (strano ma vero, non c’è una goccia di sangue nel film), mancano emozioni, manca tutto. Il classico film stacca spina ? Lasciatela attaccata per altri film !

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“Bloodshot”

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“Robocop, Atto di Forza, Terminator”

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L’Uomo Invisibile (2020)

NON GUARDARMI, NON TI SENTO

Ve lo ricordate tutti il film La Mummia del 2017, vero ? Esatto, quello con Tom Cruise che doveva uccidere una mummia gnocca, poi lui diventava una super mummia e sconfiggeva la mummia gnocca. Sì ok, il film è bruttino (anche se a me aveva divertito) e ha pure fatto flop. Quello in teoria doveva essere il primo film di un universo condiviso dei mostri Universal dal nome Dark Universe. Un progettone che aveva il compito di riportare sul grande schermo (e rinnovarli) i mitici mostri che hanno fatto la storia del cinema horror. Il progetto è crollato immediatamente. E pensare che in ballo c’era un Frankenstein con Javier Bardem, un Uomo Lupo con Dwayne Jonhson e un Uomo Invisibile con Johnny Depp. Filmoni da milioni di dollari. Tutto cancellato, o forse no. Diciamo che la Universal, ha deciso di riprovarci, ma questa volta spendendo meno soldi e chiamando a rapporto chi l’horror lo sa fare sul serio, ovvero Jason Blum. Quella vecchia volpe di Blum, chiama a rapporto Leigh Whannell, che insieme hanno creato la saga di Insidious e quel gioiello horror/sci-fi di Upgrade (recuperatelo perchè merita), e decidono di portare sullo schermo l’Uomo Invisibile, spendendo veramente due soldi e senza Johnny Depp. L’idea è questa: rinfrescare il personaggio, cercando di inserirlo in un contesto attuale, trattando argomenti delicati come la violenza domestica e, ovviamente, senza dimenticare la tensione. Bella sfida eh?. Beh, ci sono riusciti, ci sono riusciti alla grande. La storia è questa: Cecilia è spostata con Adrian, un ricco e geniale scienziato. Il problema è che Adrian è un marito violento. Cecilia decide così di scappare di casa cercando una nuova vita, lontana dal quel rapporto malato. Ma il vero incubo inizia solo ora. La prima cosa interessante (e intelligente) di questo film è il contesto. Siamo nell’era post-Weinstein e la strizzata d’occhio al movimento #metoo poteva essere un po’ troppo esagerata, ma in realtà Whannell utilizza questo tema per aumentare la paranoia, la suspence e la tensione. Arricchito da lunghe sequenze “silenziose” (straordinario l’uso della colonna sonora), movimenti di macchina impressionanti e da una Elizabeth Moss in stato di grazia, L’Uomo Invisibile, riesce ad entrare nelle nostre teste, trasmettendoci ansia alle stelle. Forse nella seconda parte, la trama diventa più commerciale e più fantascientifica, ma è da applausi come Whannell gestisca il tutto con grande maestria. Con almeno due scene da antologia (quella della soffitta e quella del ristorante), L’Uomo Invisibile è la dimostrazione che non bastano milioni per fare un buon film. Serve intelligenza e voglia di sperimentare nuovi percorsi. E che il “New Dark Universe” abbia inizio. Questa volta sul serio. Splendido !!!

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“La Mummia con Tom Cruise”

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“la regia di Leigh Whannell e una incredibile Elizabeth Moss”

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Il Buco (2019)

BUCO ALLO STOMACO

C’è una prigione verticale composta da tantissimi piani. Ogni piano e condiviso da due persone. Al centro un buco rettangolare dentro il quale passa una piattaforma piena di cibo. Dall’alto verso il basso. Basta, non vi dico altro perchè sarebbe troppo. Il Buco (meglio chiamarlo con il suo titolo originale El Hoyo) è un fanta/horror straordinario. Il regista esordiente Galder Gaztelu-Urrutia (sì, avete capito bene, è esordiente), ci trasporta in un incubo talmente assurdo nello svolgimento quanto tremendamente reale nel significato. Si parla di lotta di classe, di egoismo umano, di solidarietà spontanea (forse), di cibo. Sì, il cibo è il fulcro di tutto il film. Dalla sua “preparazione”, alla sua “consumazione”, alla sua “violenza”. Il protagonista Goreng si sposta all’interno di questo grattacielo, ma il cibo non è lo stesso. O forse è lo stesso, ma non proprio. Poi ci sono anche degli oggetti, tra cui un libro, un coltello, una corda, un cane. Non ci avete capito niente vero? Forse è giusto così. El Hoyo è da guardare senza se e senza ma. E’ un’opera talmente potente e agghiacciante che è impossibile rimanere indifferenti. Quindi non vado oltre. Buon appetito a tutti.

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“noi”

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“El Hoyo è già un cult assoluto”

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Wounds (2019)

CHIAMAMI, DEMONE

Che Babak Anvari sia un regista da tenere d’occhio, non ci sono dubbi. Classe 1983, ha avuto le palle di girare un horror nel 2016 (Under The Shadow, che potete recuperare su Netflix) ambientato in Iran dove riusciva ad unire critica sociale e ghost story. Con un debutto così, il biglietto per Hollywood era assicurato. Ed ecco che, grazie a Netflix, Anvari scrive e dirige il suo secondo film intitolato Wounds. La storia racconta di un barista che trova nel suo locale un cellulare abbandonato da un gruppo di ragazzini. All’interno del cellulare troverà immagini sconvolgenti. Tra scarafaggi, alcool, riti esoterici, teste mozzate e ferite, sarà l’inizio di un incubo. Con buon senso estetico e un discreto tocco autoriale, Anvari prova ad unire il thriller psicologico, l’horror esoterico e pure il dramma romantico/esistenziale. Il problema è che nel complesso il film non c’entra mai l’obiettivo. Fortunatamente non siamo nei paraggi del teen horror, e questo è un grande pregio, ma il regista fatica a trovare una struttura narrativa veramente coinvolgente, nonostante ce la metta tutta ad inquietare lo spettatore. Il protagonista Armie Hammer è bravo a raccontare la discesa nella follia del suo personaggio, mentre Dakota Johnson rimane inespressiva come un muro di mattoni. Wounds rimane cmq un discreto esempio di come il cinema horror americano può dare spazio a giovani autori che in qualche modo possano imprimere il loro marchio di fabbrica. Anche se qui siamo lontani anni luce dalla perfezione, c’è un barlume di speranza nel nuovo cinema di genere.

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“una sceneggiatura un po’ traballante”

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“l’occhio” di Babak Anvari c’è, e si vede”

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Diamanti Grezzi (2019)

IL DENARO NON DORME MAI

Ho sempre detestato Adam Sandler. Le sue commedie cazzone sono terrificanti. Persino quando ha provato a lavorare con grandi autori (Paul Thomas Anderson), non è mai riuscito a convincermi. Poi ho visto Diamanti Grezzi e me ne sono completamente innamorato. Diamanti Grezzi è il nuovo film dei fratelli Safdie, già autori del semi-inedito indie Heaven Knows What (presentato a Venezia 71) e del buon Good Time con Robert Pattinson. Questo loro terzo film doveva essere il film della consacrazione, e così è stato. Uncut Gems (il titolo originale) racconta la parabola di Howard Ratner, gioielliere ebreo con il “vizio” delle scommesse. A causa del suo vizio e a causa di un preziosissimo opale proveniente dall’Etiopia, Howard inizierà un viaggio infernale che lo farà precipitare in vortice sempre più pericoloso. Con uno stile indiavolato, i fratelli Safdie ci trasmettono tutta la frenesia della vicenda e riescono incredibilmente a stordire lo spettatore e allo stesso tempo a incollarlo alla poltrona. La parabola di Howard è la parabola di un uomo “schifosamente umano”, che tradisce la moglie, che ama il denaro, che ama le scommesse, che non si ferma mai. Insomma, un uomo talmente “reale” che è impossibile non tifare per lui durante il suo calvario. Grazie anche alla colonna sonora elettronica di Daniel Lopatin, Diamanti Grezzi diventa quasi un viaggio psichedelico assurdo, ma terribilmente attuale e “concreto”. Un viaggio guidato da un Adam Sandler pazzesco, quasi monumentale. Non perdetelo assolutamente.

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“assente”

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“Adam Sandler e la regia incredibile dei Safdie”

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Upgrade (2018)

L’IMPLACABILE

Futuro non troppo lontano. Gray Trace viene aggredito insieme a sua moglie Asha da una banda di delinquenti. Lui rimane tetraplegico, mentre sua moglie viene uccisa. Gray, distrutto nell’anima, riceve una proposta da un milionario per una avveniristica operazione che gli permetterà di camminare nuovamente. L’uomo, dopo l’intervento, inizierà a programmare una brutale vendetta. Upgrade è una figata di film. Sarà il suo look anni 80, sarà l’impostazione low budget, sarà perchè è cattivissimo, o sarà perchè è una figata e basta, ma Upgrade è destinato a diventare un cult. Immaginate un film che mescola sapientemente il cinema di John Carpenter, Sam Raimi, Il Giustiziere della Notte, Dredd (quello con Karl Urban), Robocop, Ex-Machina di Alex Garland e un pizzico di David Cronenberg. Il risultato è un vorticoso e frenetico revenge movie pieno di sangue e colpi di scena. Per essere sinceri, Upgrade alla fine non racconta niente di nuovo (anzi, a me ha ricordato Venom per costruzione della storia), ma lo fa con una grande energia e una grande messa in scena (visto il low budget tipico delle produzioni Blumhouse). Logan Marshall-Green (sosia di Tom Hardy) è bravissimo nell’interpretate un personaggio apparentemente sconfitto che diventa una macchina da guerra, ma il vero punto di forza è un finale assolutamente incredibile (che ovviamente non vi dirò neanche sotto tortura). A questo punto non vediamo l’ora di vedere il prossimo film di Leigh Whannell, L’Uomo Invisibile, sempre prodotto dalla Blumhouse.

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“Logan Marshall-Green è veramente identico a Tom Hardy”

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“Upgrade è già cult”

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Underwater (2020)

BIKINI STEWART

Che dire di questo Underwater? C’è poco da dire, visto che anche il film ha poco da dire. Comunque, siamo all’interno di una piattaforma di trivellazioni in fondo all’oceano. C’è un grave e misterioso incidente che distrugge quasi tutto. I sopravvissuti dovranno trovare un modo per tornare in superficie e capire il motivo dell’incidente. Bon, finita. Il film è tutto qui. Underwater è un copia/incolla di tanti altri film fanta/horror anni 80/90: Alien, The Abyss, Creatura degli Abissi, Leviathan. Il vero problema è che non prova a fare nient’altro. Sì ok, il film non perde tempo, va subito al sodo e ha anche un discreto ritmo, ma è talmente povero di contenuti che l’unica cosa che ricorderete è la corsa in bikini di Kristen Stewart. Persino i mostri marini, che in realtà dovrebbero essere gli elementi “horror” della pellicola, non sono niente di che. C’è altro da dire? Sì, c’è Vincent Cassell che passava di lì per caso, T.J. Miller che per fortuna muore subito, e poi c’è Kristen Stewart in bikini. Ah no, quello l’ho già detto.

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“copia/incolla”

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“Kristen Stewart in bikini”

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Odio l’Estate (2020)

ITALY

Sono tornati Aldo Giovanni e Giacomino: questo è certo. Reduci dall’imbarazzante Fuga da Reuma Park, scritto e diretto in casa, il trio ritorna a lavorare con Massimo Venier, con il quale ci eravamo lasciati l’ultima volta nel lontano 2004 con Tu la conosci Claudia ? Di cose ne sono cambiate, a partire dalla stessa comicità che ha subito una sensibile metamorfosi nel corso di questi 16 anni. Odio l’Estate arriva sul grande schermo con l’obbiettivo di far ridere come si rideva agli inizi della loro carriera, esperimento riuscito in parte, perchè il tempo si fa sentire ed innovare non è sempre facile. Il nostro trio però riesce a far divertire vecchie e nuove generazioni perchè continuano a mostrarsi attenti ai tempi che cambiano. C’è il viaggio, i bagagli sul tetto della macchina, c’è l’amore, ci sono i figli e le solite situazioni grottesche e divertenti che confezionano un bel filmetto, dove non si perde l’occasione per passare allo spettatore alcuni interessanti spunti di riflessione nei rapporti sempre più distanti tra genitori e figli. Consigliato !!!

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“assente”

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“Aldo Giovanni e Giacomo come piacevano a noi”

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Jojo Rabbit (2019)

I NAZI-CONIGLI DELLO ZIO ADOLFO

Jojo, un bambino tedesco cresciuto con la madre, ha come amico immaginario Adolf Hitler. Il suo ingenuo legame con il nazismo viene messo in discussione dopo l’incontro con una ragazza ebrea. Se non avete mai sentito parlare di Taika Waititi, allora avete un problema. Regista/comico/attore neozelandese che è esploso nel 2017 con Thor: Ragnarok, ma è autore di un paio di cult assoluti e da recuperare assolutamente (Il geniale What We Do in the Shadows e il bellissimo Selvaggi in Fuga). Alla notizia che avrebbe adattato il romanzo di Christine Leunens, Come Semi d’Autunno, il mio hype è salito alle stelle. Jojo Rabbit è uno di quei film che mettono tutti d’accordo. Taika Waititi conosce perfettamente i meccanismi giusti per “acchiappare” il grande pubblico è in questo film li usa tutti. C’è la satira irriverente, c’è la commedia, c’è il dramma, c’è la commozione. Tutti frullati e mescolati. Il problema è che questo “mix” non sempre funziona. Anzi, mi correggo. Non sempre convince. Il film è sicuramente un buon film, ma manca l’equilibrio giusto per dare alla storia la spinta giusta. Dopo una prima parte meravigliosamente gestita (la lezione di pronuncia di “Heil Hitler” è strepitosa), Jojo Rabbit frena incredibilmente nella parte centrale per poi chiudere con un terzo atto in crescendo. Ed è un gran peccato perchè il cast è assolutamente perfetto. Al di là dei sempre bravissimi Sam Rockwell e Scarlett Johansson, il duo di ragazzini composto da Roman Griffin Davis e Thomasin McKenzie è incredibile e Taika Waititi nella parte di Hitler è un vero spasso. Strepitosa anche la colonna sonora che comprende brani dei Beatles, Tom Waits e David Bowie (indimenticabile il finale sulle note di Heroes). Manca la stoccata tagliente di Waititi che, dopo i primi scatenati 15 minuti, sembra avere il freno a mano tirato fino alla fine. Rimane cmq un ottimo esempio di cinema per tutti e sicuramente da non perdere. E già non vediamo l’ora di vedere il prossimo film di Thor.

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“una parte centrale poco convincente”

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“Taika Waititi e tutto il cast”

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1917 (2019)

WARMEN

6 Aprile 1917. Due soldati ricevono l’ordine di consegnare un importante messaggio che impedirà il massacro di migliaia altri soldati. Dovranno affrontare un viaggio impossibile attraverso le linee nemiche. 1917 è un filmone. Ok, l’abbiamo detto. Era giusto dirlo, perché è la verità. Sam Mendes, finita l’esperienza “James Bond”, ci porta nelle trincee della Grande Guerra e lo fa alzando ulteriormente il livello tecnico cinematografico. Si, perché 1917 è tecnicamente monumentale. Mendes imposta il film come un unico (finto) PIANO sequenza (alla “Birdman” per intenderci), portandoci nel cuore dell’azione e della storia, raccontando le vicende di due soldati costretti ad una missione impossibile attraverso le linee nemiche. Grazie alla fotografia immensa di Roger Deakins (senza dimenticare la colonna sonora di Thomas Newman), 1917 ci fa vivere un viaggio attraverso trincee, bunker, campi sterminati, città devastate, cadaveri. Un viaggio di due soldati (bravissimi i semi-sconosciuti George Mackay e Dean-Charles Chapman) che attraversano l’inferno e che lottano non solo per la loro vita, ma per la vita di tutti. 1917 è questo. Un’opera enorme, ipnotica, intensa, snervante, monumentale. Da Oscar.

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“assente”

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“la monumentale regia di Sam Mendes e la monumentale fotografia di Roger Deakins”

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Richard Jewell (2019)

IL VECCHIO E L’EROE

Clint Eastwood ha 89 anni. Avete capito bene? Clint Eastwood ha 89 anni. Io sicuramente non arriverò mai a 89 anni in quella forma smagliante. Se tutto va bene, sarò in un centro anziani a giocare a briscola, mentre Clint realizza ancora film. E che film ragazzi!! Il suo ultimo (grandissimo) film è Richard Jewell, e racconta la storia (vera) di una guardia di sicurezza che salvò centinaia di persone da un ordigno esplosivo. Da eroe nazionale, passa improvvisamente a unico indiziato. Potremmo parlare per ore di questo Richard Jewell, tanto è bello, intenso, mozzafiato e “reale”. Potremmo parlare di come la regia “silenziosa” di Eastwood entri nel racconto come un rasoio affilato. Di come Eastwood punti il dito contro il governo americano e contro i giornalisti “squali” pronti a tutto. Di come tre attori immensi (Sam Rockwell, Kathy Bates e Paul Walter Hauser), riescano a restituire un dramma famigliare crudele e spietato (vi prego ridate un Oscar a Sam Rockwell). Di come un uomo comune venga letteralmente distrutto da un sistema “sbagliato”. Di come Richard Jewell è probabilmente uno dei migliori film dell’ultima parte di carriera di Clint Eastwood e che, solo con questo film, riesca ad essere più originale e diretto rispetto ai suoi colleghi più giovani. Ve l’ho già detto che ha 89 anni ?

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“l’America”

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“Clint Eastwood”

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The Lodge (2019)

LO SPAZIO BIANCO

O lo si ama, o lo si odia. Questo potrebbe essere lo spunto di partenza per The Lodge, horror d’atmosfera diretto a quattro mani di Veronika Franz e Severin Fiala, già autori dell’ottimo Goodnight Mommy. Gli ingredienti sono pochi: una baita sperduta, due ragazzini (fratello e sorella), una ragazza (nuova compagna del padre), tanta neve. Stop. Ci pensano i due registi a costruire tensione, claustrofobia e paranoia. Con una perfetta gestione degli spazi, i due autori compongono uno snervante viaggio nel purgatorio della follia, dove niente è quello che sembra, fino ad un doppio finale a sorpresa. Certo, il film è debitore di altri grandi autori horror (Ari Aster e Stanley Kubrick su tutti) e in alcune occasioni la sensazione di deja-vu è alta, ma Fiala e Franz sono bravissimi ad azzeccare alcune idee e alcune inquadrature inquietanti, imprimendo un loro preciso marchio di fabbrica. Ottimo anche il trio composto da Riley Keough (strepitosa), Jaeden Martell e Lia McHugh, perfetti lati di un triangolo oscuro e misterioso. Se cercate un vero horror, lontano da bambole possedute, suore demoniache e clown ridicoli, The Lodge è il film che fa per voi. E se vi lascerete andare, riuscirà anche a disturbarvi. Garantito !!!

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“purtroppo il film non avrà la visibilità che merita”

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“una splendida e snervante atmosfera”

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Piccole Donne (2020)

DONNE DUDUDU

Sentivamo il bisogno fisiologico di una nuova trasposizione di Piccole Donne? Assolutamente no. Neanche se la regista è la Greta Gerwig di Lady Bird? Peggio ancora. Diciamo subito una cosa: Amo Greta Gerwig come attrice (L’ho amata alla follia in Frances Ha), ma come regista mi lascia un po’ perplesso. La sua opera prima, Lady Bird appunto, tanto acclamata dalla critica americana, è in realtà un filmetto insipido e senza grinta. Carino eh, ma niente di memorabile. Quando è uscita la notizia che avrebbe adattato una nuova versione cinematografica del romanzo di Louise May Alcott, il mio encefalogramma non ha avuto variazioni significative. Poi la critica americana (la stessa che aveva acclamato Lady Bird) ha scritto (ovviamente) recensioni entusiastiche. Quindi, un po’ per curiosità, un po’ per dovere di cronaca, un po’ per evitare di rimanere a casa a guardare C’è Posta per Te su Canale 5, mi sono fiondato al cinema a vedere Piccole Donne. Non essendo un fan delle sorelle March e, come ho già detto, non essendo un fan della Gerwig regista, sono partito un po’ prevenuto, ma questo Piccole Donne, alla fine, qualche buona idea ce l’ha. Prima di tutto, il film non segue una linearità del racconto, ma procede per salti temporali. Idea molto interessante perchè riesce a dare un po’ di “movimento” alla trama e in qualche modo il risultato funziona. Il vero problema di tutta l’operazione, al di là dei movimenti temporali, è la mancanza di una visione più “grintosa” della storia. Greta Gerwig adatta i dialoghi con un linguaggio più “moderno” rispetto agli originali della Alcott, ma le manca un’impronta registica originale e “rock” che poteva avere una Sofia Coppola. Oltretutto le musiche “classicissime” di Alexandre Desplat sembrano uscite direttamente dal film del 1994 con Winona Ryder. Un gran peccato perchè il cast è perfetto. Saoirse Ronan (ok, mi sono innamorato della sua Jo) e Florence Pugh, con le loro splendide interpretazioni, guidano le piccole donne (stendiamo un velo pietoso sulla solita, insopportabile Emma Watson), mentre il cast di contorno (Timothée Chalamet, Laura Dern e la sempre grande Meryl Streep) è altrettanto incredibile. Per tutto il resto, siamo dalle parti del compitino ben eseguito, ma mediocre. Un film che probabilmente è stato “spinto” a causa di ragioni più sociali che altro (echi del movimento #MeeToo), e che dimostra tutti i suoi limiti con una messa in scena troppo classica e senza particolari guizzi. Continuo a preferire Greta Gerwig attrice, ma alla fine, questo Piccole Donne è sempre meglio di C’è Posta per Te su Canale 5.

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“una regia classica e una colonna sonora datata”

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“tutto il cast a partire da una splendida Saoirse Ronan”

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Tolo Tolo (2020)

ZALONE EXPRESS

Non sono mai stato un fan del Checco Zalone “cinematografico”, ma ammetto che tutti i suoi film mi hanno fatto ridere. Risate senza grandi pretese, sostenute da un comico “intelligente” e mai volgare, che riesce a riempire le sale meglio di Star Wars o degli Avengers. Bisogna ammetterlo. Poi stendo un velo pietoso dal punto di vista cinematografico e sociale. Rido a crepapelle quando leggo o sento in giro persone che dicono: “Ah beh, Zalone fa satira sociale come nessun altro”. Si vabbè. Ri-stendo un velo pietoso. Però tutti i suoi film avevano un’innocenza di fondo, pura e in qualche modo piacevole. Insomma, dopo il successo stratosferico di Quo Vado?, il comico pugliese torna al cinema e questa volta anche da regista. Tolo Tolo doveva essere il suo salto di qualità: Paolo Virzì co-sceneggiatore, riprese in diversi paesaggi esotici, un cast di attori non professionisti e un argomento purtroppo attuale. E se le intenzioni erano buone, la realizzazione lascia un po’ a desiderare. Sì, perchè Zalone rimane a metà strada tra la sua comicità (qui molto meno marcata) e il road movie, inserendo momenti più o meno drammatici. Manca una solidità di sceneggiatura e una capacità di equilibrare questo materiale. E la maschera di Checco, questa volta, non riesce a sostenere tutto da solo. La tragicommedia che racconta di barconi, migranti e rifugiati poteva (doveva) avere una spinta in più, frantumando il politically correct verso una direzione più “cattiva” e scatenata. Invece tutto rimane in superficie, senza strafare e senza coinvolgere. Gli interventi “mussoliniani” inutili e fuori contesto, il cameo orribile di Nichi Vendola, i momenti musicali (che dovrebbero essere esilaranti) pessimi e senza senso, l’assurdo finale a Trieste. Tutto questo è Tolo Tolo. Possiamo parlare quindi di “svolta” nel suo cinema? Boh, forse si. O forse la maschera di Checco Zalone si sta spegnendo piano piano. O forse non c’ho capito niente e Zalone ha fregato tutti. O forse è solo un film mediocre e basta. Vabbè, la cosa positiva è che riempirà le sale di tutta Italia.

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“manca l’energia e la carica “politicamente scorretta” del vero Zalone”

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“nonostante tutto, Checco Zalone”

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Star Wars: l’ascesa di Skywalker (2019)

POLPETTONE A NATALE

Avete presente quando fate una cena con parenti o amici ? Tutti gli avanzi di cibo che rimangono solitamente vengono riutilizzati per preparare qualche ricetta “di recupero” il giorno dopo. Che ne so, tipo un polpettone. Ecco l’ultimo Star Wars – L’ascesa di Skywalker può essere considerato il polpettone della saga. Dopo il criticatissimo Gli Ultimi Jedi di Rian Johnson (che ha fatto incazzare pesantemente i fan), la Disney richiama J.J. Abrams a concludere la trilogia (anche se il suo Risveglio della Forza non era un granchè). Risultato ? 2h e 30 minuti di buchi mostruosi, cose assurde, personaggi inutili e noia. Ebbene si, L’Ascesa di Skywalker è una completa delusione. Abrams scrive e dirige in maniera frettolosa un film pienissimo, tronfio, sgangherato e assurdo. Nel suo tentativo di “aggiustare” la visione di Johnson (che bisogna ammetterlo, era coraggiosa), il regista non riesce a costruire una storia solida e originale, appoggiandosi pesantemente sull’effetto nostalgia della “vecchia” saga e strizzando continuamente l’occhio ai fan della saga. Con tempi tecnici sbagliati e nuovi personaggi assolutamente inutili (i Cavalieri di Ren sono i villain più inutili della storia del cinema mondiale), si arriva allo scontro finale, anche se il vero scontro finale avviene tra il pubblico e i suoi nervi. Persino i “vecchi” personaggi sono stati buttati nella mischia senza senso (vedi Lando Calrissian e Carrie Fisher) e i tre protagonisti “buoni” risultano a volte insopportabili (Daisy Ridley è anonima, Oscar Isacc è un bomberone mentre John Boyega è da sberle). E lasciamo stare l’entrata in scena del “grande villain” del film. Veramente imbarazzante. Meglio finirla qui. Star Wars – L’Ascesa di Skywalker è puro fan service, costruito per accontentare i nerds più feroci della saga. Ripeto, meglio finirla qui. Con tutta la saga. Per fortuna ci sono Adam Driver e John Williams alla colonna sonora. E buon polpettone a tutti.

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“questo polpettone firmato dallo chef J.J. Abrams”

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“il solito bravissimo Adam Driver e la meravigliosa colonna sonora di John Williams”

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Storia di un Matrimonio (2019)

UN AMORE

È complicato recensire un film come Marriage Story di Noah Baumbach. Più che complicato, direi “doloroso”. Forse perché è doloroso tanto quanto superare una separazione. O forse perché, semplicemente, non esistono le parole giuste per raccontare la fine di una storia. Bisogna viverla. È l’unico modo. Charlie e Nicole sono belli, giovani e innamorati. Lui (Adam Driver, immenso), regista teatrale newyorchese, lei (Scarlett Johansson, immensa), giovane attrice losangelina, trasferitasi a New York per lavorare con il marito. Poi arriva un figlio. Poi la vita va così. L’amore finisce e iniziano i problemi. Avvocati, tribunali, affidamenti, assistenti sociali, guerre, rabbia. E non puoi farci niente, ormai sei entrato in una spirale discendente e non ti puoi sottrarre. Devi continuare a lottare per te stesso e per tuo figlio, tra New York e Los Angeles. Baumbach sa essere molto diretto e persino violento, ma racconta uno spaccato di vita autentico, senza filtri, senza stereotipi, senza falsità. Ci sbatte in faccia la nostra storia, (ri)aprendo delle ferite e versando lacrime amare. E tu non puoi fare altro che (ri)vivere la tua vita insieme a Charlie e Nicole, soffrendo insieme a loro. Perchè la vita è questa. Amore, sofferenza, dolore e speranza. Marriage Story è la nostra vita. Ed è un capolavoro.

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“assente”

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“Adam Driver e Scarlett Johansson”

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Parasite (2019)

IL RICCO E IL POVERO

Bong Joon Ho è probabilmente uno dei più talentuosi registi a livello mondiale. Anzi, sicuramente. Se analizziamo il suo cinema, la lotta di classe è sempre presente. Che sia su un treno futuristico o all’interno di una lussuosa casa, Bong Joon Ho esamina i ricchi e i poveri e li fa scontrare, con conseguenze spaventose. Parasite è proprio questo. Una guerra silenziosa (e non solo) tra due classi sociali, che ha come “ring” una villa apparentemente perfetta. E in questo scontro, tutto il marcio e tutta la vera natura dell’essere umano viene a galla con conseguenze comiche, drammatiche e terrificanti. Attraverso i generi cinematografici (black comedy, dramma famigliare, thriller), Parasite ci costringe a fare i conti con noi stessi, con le nostre ossessioni, con le nostre debolezze. Non possiamo fare altro che assistere ad un teatrino dell’orrore quotidiano, dove siamo spettatori e protagonisti allo stesso tempo. Per questo motivo, Parasite è un capolavoro. Di quelli che resteranno nella nostra memoria (forse) per sempre.

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“noi stessi”

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“Bong Joon Ho e il suo straordinario cinema”

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The Irishman (2019)

IL CREPUSCOLO DEGLI DEI

Ho ancora i brividi. Sabato scorso siamo stati alla Cineteca di Bologna per assistere alla proiezione di The Irishman, ultimo film di Martin Scorsese prodotto da Netflix. Ora, non voglio fare polemiche sulla distribuzione di questa pellicola, ma è veramente inconcepibile guardare un film come questo sullo schermo televisivo. Un’eresia, quasi un delitto. Qui non si scherza ragazzi. Qui si fa Cinema (con la “C” maiuscola). Anzi, qui si fa la Storia del Cinema. Martin Scorsese ci regala una lezione sulla settima arte, immensa, potente, magistrale, straordinaria. Il racconto di un’era giunta al termine, il crepuscolo di un genere che chiude un cerchio straordinario, iniziato anni fa. Il racconto di un uomo che decide di mettere in scena la (sua) vecchiaia, reale e cinematografica. The Irishman è tutto questo. Pura magia, creata da uno dei più grandi Maghi del mondo e dai suoi assistenti, 3 Mostri Sacri che si uniscono e fanno a gara di bravura: Robert De Niro (straordinario), Joe Pesci (favoloso), Al Pacino (da Oscar, una spanna sopra tutti). Insieme ci fanno emozionare e divertire per 3 ore e mezza di puro orgasmo. Quindi fate una cosa, una sola. Correte al cinema. Con Netflix o senza Netflix. Capolavoro. P.S. : scusateci per questa recensione “di pancia”, ma l’emozione dopo aver visto questo film è veramente tanta.

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“tutti gli altri film Netflix”

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“The Irishman, Martin Scorsese, Robert De Niro, Al Pacino, Joe Pesci”

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Terminator: Dark Fate (2019)

BLADE NATOR 2049

Nel 1998, alcuni anni dopo aver sconfitto il T-1000 ed aver evitato l’ascesa dell’intelligenza artificiale Skynet, John Connor, futuro leader della resistenza umana contro le macchine ribelli, viene ucciso in Guatemala da un T-800 inviato dal futuro prima della cancellazione di Skynet, sotto gli occhi della madre Sarah Connor. Ok fin qua uno spettatore amante della saga come me pensa : wow altro cambio del futuro, altra storia, altra figata. Purtroppo l’entusiasmo svanice con l’arrivo dal futuro del nuovo Terminator Rev-9 (evidentemente gli altri 8 non erano venuti bene, poi si sono stancati ed il 9 è stato messo sul mercato così…) e di una soldatessa ibrido uomo-macchina chiamata Grace (Mackenzie Davis, la prostituta Mariette di Blade Runner 2049), una sorta di replicante alla Blade Runner… ecco nooo ci risiamo… la storia si ripete !!! I soliti giovani che provano a salvare il mondo ma che non riescono ad allacciarsi nemmeno le scarpe senza l’aiuto del “vecchio” di turno. Quindi, oplà, ecco che dal nulla compare Linda Hamilton, 63enne in forma smagliante (non riesco ad immaginare mia madre in tenuta militare con un bazooka dare la caccia a dei Terminator) ma soprattutto, sperduto in mezzo ai boschi in una casa che raggiungi solo dopo giorni di viaggio, ecco il caro vecchio Harrison For… scusate Carl, un T800 in pensione (Arnold Schwarzenegger) che ci fa sognare e che salva ancora una volta capra e cavoli. Se dovessimo salvare qualche film dalla distruzione, prima dell’arrivo delle macchine (il primo Terminator, parlava del 2029 quindi ormai ci siamo), non metterei Terminator: Dark Fate nella lista delle pellicole significative di una saga comunque ancora affascinante !!!

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“un Terminator assolutamente insignificante”

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“Linda e Arnold, vere icone della saga”

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Maleficent – Signora del Male (2019)

QUEL MOSTRO DI SUOCERA

Maleficent del 2014 non mi aveva fatto impazzire. Poteva essere un interessante punto di vista “cattivo” della favola de La Bella Addormentata, ma in realtà la strega Malefica era addirittura più buona del Re. Sai che novità, ma d’altronde stiamo parlando di un prodotto Disney. Eh vabbè. Ora questo secondo capitolo, Maleficent – Signora del Male, prova a ribaltare la figura della protagonista, almeno in parte. La storia è questa: la principessa Aurora vive in mezzo alle creature del bosco come se fosse un amministratore condominiale e riceve la proposta di matrimonio dal principino Filippo. I problemi sono due: La madre adottiva di Aurora, Malefica, e la suocera stronza, la regina Ingrith. Se ne daranno di santa ragione. Possiamo riassumere così la trama di Maleficent 2, ma la differenza con il primo capitolo c’è, e si vede. Il regista dell’ultimo Pirati dei Caraibi, Joachim Rønning, gestisce la storia trasformandola in un rapporto a tre (madre/figlia/suocera) e spinge il pedale sugli effetti speciali (veramente ottimi) e su una battaglia finale spettacolare e squisitamente “kitsch”. Persino le “nuove” creature che entrano in scena verso metà pellicola risultano vincenti grazie ad un trucco vecchio stile che ricordano vagamente gli uomini falco di Flash Gordon (eh sì). Splendide poi le due “Signore” interpretate da Angelina Jolie (che tutti vorremmo come mamma) e Michelle Pfeiffer (che tutti vorremmo come suocera), che si pigliano a cazzotti su chi è la più bella del reame. In conclusione, Maleficent – Signora del Male è un bel passo avanti rispetto al primo capitolo, regalandoci un sequel più spettacolare e più “famigliare”. Stiamo parlando sempre di un prodotto Disney, quindi alla fine si finisce sempre a tarallucci e vino (avevate dei dubbi), ma il gioco vale la candela.

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“il solito buonismo diabetico di casa Disney”

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“le meravigliose “signore” Jolie / Pfeiffer”

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Finchè Morte Non Ci Separi (2019)

LA SPOSA IMBRATTATA DI SANGUE

La giovane Grace sta per sposarsi con Alex Le Domas, giovane rampollo di una ricchissima famiglia che produce giochi da tavolo. La prima notte di nozze, Grace sarà costretta dalla famiglia a partecipare ad un bizzarro gioco che si rivelerà inaspettato e sadico. Quando si dice parenti serpenti. C’è una cattiveria di fondo niente male in questa simpatica horror/comedy diretta dai Radio Silence. I giovani registi, costruiscono un gioco al massacro frizzante, splatter e senza freni, divertendo lo spettatore con un discreto ritmo e uccisioni esilaranti. Quasi interamente ambientato all’interno di una enorme villa, Finchè Morte Non Ci Separi si muove veloce e con una certa eleganza, per poi esplodere in momenti deliranti e grondanti sangue. Nei 90 minuti di durata assistiamo a: riti satanici, teste mozzate con asce medievali, bambini presi a cazzotti, cocaina ed esplosioni, ovvero tutto il politicamente scorretto che potevate immaginare. Perfetta anche la protagonista Samara Weaving, nuova stella dell’horror-comedy (era la protagonista dell’horror Netflix The Babysitter) che interpreta una splendida sposa cazzuta, ferita e imbrattata di sangue. In conclusione, questa pellicola è una cattivissima ventata di aria fresca in questo caldo autunno. Dite la verità, anche voi avete sognato un matrimonio così, vero ?

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“un finale un po’ troppo ridicolo”

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“Samara Weaving, vestita da sposa e armata di fucile”

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S&M 2 (2019)

HOW MANY WOLVES ARE THERE ???

1999, io poco più che ventenne, innamorato alla follia della band di Hetfield & Co, passavo le serate con gli amici nel nostro “covo” tra pizze, birre e DVD di S&M a loop continuo, sottofondo musicale costante dei nostri momenti epici, esaltati per le rullate di Lars, gli assoli di Kirk, gli ululati di Jason e la potenza infinita di James. 2019, dopo 20 anni, la band è tornata a suonare con la San Francisco Symphony Orchestra, senza quel genio di Michal Kamen, del quale però rimangono buona parte degli arrangiamenti del primo concerto, ma con Edwin Outwater e Michael Tilson Thomas (alla sua ultima stagione come direttore musicale). Dopo vent’anni ci siamo ancora anche noi ad osannare i nostri idoli e questa volta non potevamo certo aspettare un possibile DVD, perchè dopo aver letto che nei giorni scorsi il film è stato proiettato in più di 95 paesi e in oltre 3700 cinema di tutto il mondo e per i risultati stratosferici ottenuti è stato classificato il più grande evento cinematografico della storia del rock, ci siamo guardati negli occhi e ci siamo detti: Venerdì 18 ragazzi, avete impegni ? Le prime idee sull’interazione tra la struttura dell’heavy metal e quella classica erano del primo bassista dei Metallica, Cliff Burton, motore ritmico e sperimentatore della band, capace già a metà degli anni ’80 di infilare il suo amore per Johann Sebastian Bach nelle parti strumentali e nelle soluzioni melodiche degli album Ride the Lightning e Master of Puppets. Quello tra metal e classica del resto è un processo di attrazione fortissimo, praticamente inevitabile per una band con le capacità tecniche e la visione dei Metallica. La musica classica, come spiega Michael Tilson Thomas «è la creazione di un’oasi spirituale in cui tutte le energie convergono nello stesso punto». Quando in S&M 2 parte l’attacco di For Whom The Bell Tolls, si capisce che i due linguaggi sono complementari, fatti di una creatività che i Metallica sono capaci raggiungere e di portare al limite. L’orchestra si infila nel vortice di volume ed elettricità senza scomporsi ed i Metallica non hanno timore di mettere il furore dei loro riff e assoli a confronto con le architetture perfette della classica. La versione di Nothing Else Matters con gli archi arrangiati da Kamen, diventa una sinfonia ancora più complessa ed intricata, guidata alla grande da Kirk Hammett. Le immagini spettacolari di S&M 2 non sono solo un monumento alla grandezza dei Metallica, ma anche un omaggio alla potenza della musica vissuta come esperienza collettiva. Più è travolgente, epica e maestosa, spiega Lars Ulrich, più è catartica: «In una band come in un’orchestra tutti dipendono dagli altri. Ogni musicista suona per creare qualcosa di più grande di se stesso».

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“assente”

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“i Metallica e la San Francisco Symphony Orchestra”

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Gemini Man (2019)

GEMELLI DIVERSI

Un vecchio agente speciale in pensione viene braccato dal suo clone di 30 anni più giovane. Sarò brevissimo perchè non ho tempo da perdere. Ho già perso due ore della mia preziosa vita per vedere Gemini Man di Ang Lee. Due ore di nulla cosmico. Ang Lee prende in mano un progetto pensato 20 anni fa (e si vede), chiama Will Smith, e lo fa combattere contro Will Smith (ringiovanito digitalmente). Risultato finale? Due ore di noia, imbarazzo e vuoto siderale. Questo spy/fanta/action movie non riesce mai a coinvolgere lo spettatore a causa di una sceneggiatura banale, ritmi lentissimi e una regia senza particolari guizzi. Si ok, ci sono un paio di sequenze action carine, ma sono brevi lampi di luce in un tunnel nero pece. Preferisco evitare il discorso “tecnologico” dell’operazione (girato con telecamere UltraHD, 120 Fps, 3D+, cazzi e mazzi), perchè puoi anche usare telecamere aliene costruite con diamanti lunari, ma se manca la storia e l’intenzione nel raccontarla, tutto crolla inevitabilmente (e oltretutto, ancora non esistono sale cinematografiche che posso supportare questa definizione, quindi…). Il doppio Will Smith funziona abbastanza, Mary Elizabeth Winstead è bellissima, ma il resto del cast è da dimenticare (povero Clive Owen). In conclusione, Gemini Man è forse il punto più basso della carriera del Maestro Ang Lee e pure il punto più basso della carriera di Will Smith. Sia vecchio che giovane. Da dimenticare.

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“Gemini Man”

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“qualsiasi altro film”

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C’era una volta a… Hollywood (2019)

CALIFORNIA DREAMIN

All’ultimo Festival di Cannes, dove il film è stato presentato in concorso, molti critici hanno storto il naso, definendolo un “Tarantino minore”. Anche la giuria, presieduta da Alejandro González Iñárritu, ha completamente snobbato il film dal palmarès. Beh, dopo aver visto C’era una volta a… Hollywood, posso assicurarvi che il nono film di Tarantino è uno spettacolo fenomenale. Il regista ci scaraventa “fisicamente” nei ruggenti anni 60, tra colori, canzoni, costumi e scenografie perfette. La storia è quella di Rick Dalton, attore in cerca di nuovi ruoli da interpretare, e di Cliff Booth, stuntman e assistente di Rick. Il tutto ambientato nel 1969, anno della famosa strage di Beverly Hills. E’ sicuramente un Tarantino diverso dal solito (poche parolacce, poca violenza), ma il suo marchio è inconfondibile già dalle prime scene. Un tuffo nel cinema, attraverso il cinema. Il crepuscolo di un’era che ha fatto storia, raccontata in maniera impeccabile da un autore che riesce a incollare alla poltrona lo spettatore con “semplici” dialoghi. Mostruoso il cast, a partire dall’indimenticabile coppia formata da Leonardo DiCaprio/Brad Pitt (nomination all’Oscar please) e dalla meravigliosa Margot Robbie. Un viaggio nel tempo e nella storia come non l’avete mai visto. E abbiamo l’ennesima prova che Quentin Tarantino è uno dei più grandi registi viventi.

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“assente”

cult
“l’incredibile visione di Tarantino e una coppia di attori magistrale”

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IT – Capitolo 2

SBIRULINO

Sapevamo perfettamente che adattare per il grande schermo il romanzo capolavoro di Stephen King era un’impresa complicata. Dopo aver visto il primo capitolo, il nostro hype per una conclusione degna di tale nome era alle stelle. Ok, magari il capitolo 1 non era il film della vita, poco horror e molto Goonies, ma gettava delle basi interessanti per il capitolo finale. Peccato che Muschietti abbia mandato tutto in malora. Secondo Stephen King, il ritorno a Derry dopo 27 anni era un viaggio adulto per affrontare e sconfiggere definitivamente le paure. Paure primordiali, paure dell’anima, paure della vita. Basta mostri nell’armadio, da adulti la vita ti sbatte in faccia i veri problemi, e le paure si trasformano un qualcosa di agghiacciante. Ma se nel libro, tutto questo risultava perfetto e spaventoso, nel film crolla in qualcosa di involontariamente ridicolo. Il regista, dopo averci mostrato in fretta e furia i protagonisti diventati grandi, non li approfondisce psicologicamente e li banalizza inserendoli in sequenze mai paurose. C’è un grande tecnica, questo sì, ma manca il cuore e l’anima. Il cast “adulto” (incredibilmente) funziona molto meno del cast “bambino”, nonostante ottimi attori come Jessica Chastain, James McAvoy e Bill Hader. Persino il Pennywise di Bill Skarsgård è sacrificato, e in molti momenti la sua assenza rallenta il film. Insieme ad Annabelle 3, IT – Capitolo 2 è uno dei film horror più deludenti dell’anno. Per fortuna esistono film come Midsommar.

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“troppi momenti “comici” e un Pennywise troppo sacrificato”

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“un paio di scene azzeccate”

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Joker (2019)

BALLATA TRISTE DI UN CLOWN

Arthur Fleck, un uomo timido e asociale, sogna di diventare un grande comico. Ma il suo destino lo porterà ad affrontare un viaggio nella follia e nel caos. Straordinario e anomalo “cinecomic” diretto da un sorprendente Todd Phillips, che analizza le origini di uno dei più grandi nemici di Batman. Dimenticate tutto quello che sapete sui fumetti, qui si fa sul serio. Violento, crudo, potente, visionario, perfetto. Joker è una parabola tragica e dolorosa su un uomo che voleva far ridere le persone, ma che in realtà le farà sprofondare nel caos di disperato. Immensa interpretazione di Joaquin Phoenix, tragico Quasimodo moderno che si mangia in un sol boccone tutti gli altri Joker cinematografici (senza nulla togliere agli splendidi Jack Nicholson e Heath Ledger). Il nuovo Joker è arrivato, niente sarà più come prima. Ad un passo dal capolavoro.

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“tutti i prossimi cinecomics che arriveranno”

cult
“Joaquin Phoenix, il vero Joker”

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Babyteeth (2019)

IL SENSO DI MILLA PER LA VITA

Il direttore di Venezia 76, Alberto Barbera, durante la conferenza stampa di presentazione del Festival, ha dichiarato che non ama i film che trattano il tema della malattia, ma questo Babyteeth l’ha conquistato. Devo dire che sono d’accordo con Barbera. Anche io non amo i film strappalacrime sulla malattia, ma questo Babyteeth è diverso. La regista esordiente Shannon Murphy ci racconta la storia di Milla, ragazzina minorenne malata di cancro, che vive con due genitori benestanti ma complessati e una tribolata love story con lo spacciatore Moses. Con freschezza, semplicità e colore (tanto colore), la Murphy riesce a costruire, tramite micro capitoli, una storia delicata, frizzante ed emozionante, senza mai cadere nel patetico o nel “già visto”. Con stile indipendente ed essenziale, la storia di Milla (interpretata da una promettente Eliza Scanlon) coinvolge, diverte (tanto) e scorre piacevolmente fino ad un finale intenso e “giusto”. Perfetto e affiatato il cast, in particolare un Ben Mendelsohn che si lascia alle spalle i soliti ruoli da villain (e protagonista, sempre nel finale, di uno dei momenti più intensi della pellicola). Babyteeth è una piccola sorpresa che, siamo convinti, tra qualche anno diventerà un cult.

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“qualche caduta di ritmo (stiamo parlando comunque di un esordio)”

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“uno stile registico semplice ma efficace ed un cast perfetto”

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Guest of Honour (2019)

IL SENSO DI MILLA PER LA VITA

Signori, siamo di fronte al film più brutto di Venezia 76. Ed è un peccato dirlo perché Atom Egoyan è un grande regista. Negli anni novanta era esploso con pellicole splendide (Exotica, Il Dolce Domani, Il Viaggio di Felicia) per poi perdersi in thriller piuttosto commerciali. Secondo il direttore Barbera, Guest of Honour doveva essere il ritorno di Egoyan al suo cinema d’autore. Niente di più sbagliato, visto che Guest of Honour è probabilmente il punto più basso di tutta la sua carriera. Il regista egiziano ci racconta di un uomo che di lavoro fa l’ispettore sanitario nei ristoranti, e che dovrà risolvere un mistero che coinvolge sua figlia, ora in carcere. Con procedere lentissimo e poco appassionante, Egoyan costruisce uno pseudo-psico thriller dell’anima, scritto malino, interpretato con superficialità (ad eccezione del protagonista David Thewlis), pieno di banalità e di scene assurde. Tra cacche di coniglio, zampe di coniglio, personaggi inutili (il prete Luke Wilson) e personaggi odiosi (la figlia Laysla De Oliveira è insopportabile), si arriva ad un finale tanto brutto quanto insensato. Per fortuna la sofferenza dura poco. Alla prossima Atom.

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“Guest of Honour nella sua totalità”

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“salviamo solo il protagonista David Thewlis”

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Ad Astra (2019)

FATHER AND SON IN SPACE

C’era tanta attesa intorno a questo film. Fantascienza d’autore firmata James Gray con Brad Pitt protagonista assoluto (anche produttore). In parte il film convince, ma… procediamo con calma. La storia racconta della missione verso il pianeta Nettuno del Maggiore Roy McBride. Il suo obiettivo è trovare suo padre scomparso 16 anni prima. Ah, come se non bastasse, deve salvare anche il mondo. Iniziamo col dire che Brad è sempre Brad: bello, bravo, buono e ancora bello. È praticamente in ogni scena e in molti punti è veramente un leone. Poi c’è James Gray alla regia. Anche lui è bravo a dirigere, ma in questo caso è bravo “solo” a dirigere. Immagini incredibili, spettacolari, stupende (merito anche della fotografia di Hoyte Von Hoytema) che ci riempiono gli occhi. Il problema arriva in fase di sceneggaitura. Uno dei grandi problemi di Ad Astra è proprio lo script. Saccheggiando grossolanamente tra i classici della letteratura (Cuore di Tenebra e Moby Dick) e i classici del cinema di fantascienza (2001: Odissea nello Spazio, Gravity, Solaris, Interstellar), Gray non riesce a creare una struttura solida e in alcuni momenti, il rischio “trash” è molto alto (vedi la scena horror con il babbuino o la sequenza dei “pirati della luna”, ebbene sì). Persino il rapporto padre/figlio risulta superficiale e poco ispirato, quando in realtà, dovrebbe essere la colonna portante del progetto. Forse le ambizioni del regista erano troppe elevate e “l’effetto Icaro” arriva inesorabilmente. Magari serve solo un po’ di tempo per digerire questo Ad Astra e, sempre magari, tra qualche anno diventerà anche un cult, ma per il momento non riesce a sfondare in questi primi giorni veneziani.

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“pirati lunari e scimmie spaziali”

cult
“la straordinaria fotografia di Hoyte Von Hoytema”

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Il Re Leone (2019)

(SENZA) CUOR DI LEONE

Che negli ultimi anni la Disney stia spingendo sui remake dei suoi capolavori d’animazione anni 90, lo si era capito. Anche se i risultati, a livello artistico, non sono entusiasmanti, la Disney continua a incassare milioni su milioni. Dopo aver visto Aladdin, diretto col pilota automatico da Guy Ritchie, è arrivato il momento di rifare Il Re Leone. Personalmente, Il Re Leone è uno dei miei film animati preferiti. Saranno le musiche, saranno i personaggi, sarà la storia, ma tutte le volte che vedo quel cartone animato, vado in brodo di giuggiole. E vi dirò, quando la Disney ha annunciato la lavorazione del live action diretto da Jon Favreau, mi è venuto un brivido lungo la schiena. Non tanto per Jon Favreau (che ha già diretto il bellissimo live action de Il Libro della Giungla), ma per la resa finale. Insomma, stiamo parlando di animali che parlano, cantano e ballano. Come è possibile rendere “credibile” un film di questo tipo? Beh, ora posso dirvi che il live action de Il Re Leone ci è riuscito, ma solo in parte. Lo straordinario realismo degli animali (veramente sbalorditivo) è sicuramente uno dei punti deboli della pellicola, perchè se da una parte la meraviglia digitale crea la realtà, da un lato perde completamente il cuore. I volti di tutti gli animali hanno esattamente le espressioni “da animali” e non riescono a trasmettere vera emotività, cosa che nel film originale, grazie all’animazione “cartoonesca”, avveniva. E’ un problema di impostazione del racconto attraverso la tecnologia. La storia è completamente identica, replicata scena per scena, ma il problema tecnologico rende tutto più ingessato. Vedi per esempio le scene cantate. Se nel film del 1994 erano un’esplosione di colori e ritmo, qui diventano praticamente inutili e senza pathos. Per non parlare del mitico duo Timon e Pumbaa, che non riescono mai ad esplodere o scatenarsi come dovrebbero. Ci sono alcune idee carine sparse qua e là (come l’omaggio a La Bella e la Bestia da parte di Timon), ma è poca cosa per salvare un remake inutile e freddo come il marmo. Il Re Leone 2019 resta un film che piacerà sicuramente alle nuove generazioni, ma per chi ha amato l’originale, non c’è paragone.

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“un remake completamente senza cuore”

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“un struttura visiva da applausi”

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Crawl (2019)

CI SON DUE COCCODRILLI ED UN ORANGOTANGO

Se cercate acqua rinfrescante cinematografica in questa calda estate, il film che fa per voi è sicuramente Crawl di Alexandre Aja. Prima di tutto è ambientato nel bel mezzo di un urgano. Inoltre i nostri protagonisti sono intrappolati in uno scantinato allagato. Come avrete capito, l’acqua non manca. Se amate anche il brivido e la tensione, aggiungete un sacco di alligatori affamati e incazzati. E il thriller estivo staccaspina è servito. Sam Raimi produce questo b-movie veloce, secco e ansiogeno, lasciando ad Alex Aja il comando della barca e scaraventando Kaya Scodelario e Barry Pepper nel bel mezzo della tempesta a fare da esche vive per i lucertoloni. Tutto funziona se si prende il film con le dovute pinze e tralasciando le varie assurdità che ci vengono mostrate. Aja e Raimi conoscono perfettamente i tempi cinematografici ed i meccanismi del survival movie e riescono ad incollare alla poltrona, nonostante la trama non brilli per originalità. Se cercate 90 minuti di acqua, tensione e ancora acqua (senza pensare troppo), Crawl è il film che fa per voi.

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“la “sceneggiatura” praticamente inesistente”

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“la regia “ritmica” di Alexandre Aja”

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Hotel Artemis (2019)

PENSIONE MARINELLA

Los Angeles, 2028. A causa di un colpo finito male, due rapinatori feriti, si rifugiano all’Hotel Artemis, albergo/ospedale per soli criminali. Se dopo aver visto Hotel Artemis vi sale il déjà-vu selvaggio e incazzato, tranquilli è tutto nella norma. Sì, perchè è inevitabile pensare all’Hotel Continental della saga di John Wick. Stesse regole, stessa logica. Ma se nei film con Keanu Reeves, il tutto assumeva un tono reale e riuscito, qui purtroppo non riesce a convincere. Drew Pearce, celebre sceneggiatore di Hollywood, qui al suo debutto dietro la macchina da presa, prova costruire uno sci-fi/action/thriller con un cast stellare, ma il risultato finale è un divertente B-movie senza grinta e senza sostanza. Un’occasione sprecata per un film che poteva diventare un piccolo cult, ma che in realtà verrà dimenticato molto presto. La cosa che fa veramente andare su tutte le furie è lo spreco di un super cast degno di un kolossal. Jodie Foster (insieme alla spalla Dave Bautista) è forse l’unica a tenere in piedi la baracca con la sua solita classe, mentre tutto il resto viaggia sul minimo sindacale (imperdonabile gestire in questo modo Jeff Goldblum). Qualche scena azzeccata, una buona scenografia e poco altro. Hotel Artemis è uno dei favoriti al premio “Miglior pellicola fantasma” del 2019. Siamo pronti per il check out.

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“poca originalità insieme a un super cast sprecato”

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“la solita, brava, Jodie Foster”

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Fast & Furious – Hobbs & Shaw (2019)

SOLO PARTI NON ORIGINALI

La saga a base di automobili, furti, spionaggio e famiglia (come sottolinea ogni volta il protagonista e produttore Vin Diesel) festeggia quest’anno la maggiore età con questo spin-off che non rientra nei capitoli ufficiali: Diesel ha infatti annunciato già i capitoli 9 e 10 della saga, un po come a dire che “non finirà mai”.  Fast & Furious – Hobbs & Shaw è senza ombra di dubbio la pellicola più originale delle 11 uscite dal 2001 ad oggi, che si potrebbe riassumere con una corposa digressione su chi ce l’abbia più lungo tra i due personaggi, Luke Hobbs (Dwayne Johnson) e Deckard Shaw (Jason Statham) per l’appunto. Un agente federale ed un ex-agente delle forze speciali britanniche, nonostante non si sopportino, devono loro malgrado instaurare una collaborazione forzata a Londra, per neutralizzare il temibile Brixton Lore (Idris Elba), un killer invincibile grazie a innesti cibernetici che intende diffondere un virus letale per eliminare gli umani ritenuti “indegni” di vivere nel nuovo mondo che lui ed i suoi superiori hanno in mente. A complicare ulteriormente la situazione, il coinvolgimento di Hattie Shaw (Vanessa Kirby), sorella minore di Deckard ed unica della famiglia a non essersi mai data ad attività illecite. Carico di scene action paradossali, girate splendidamente dal regista David Leitch, questo Hobbs & Shaw si discosta volutamente da ciò che è accaduto negli episodi precedenti, salvo alcune menzioni fugaci ed il ritorno di Helen Mirren nei panni di Magdalene Shaw. L’intento sembra quello di non volersi affidare eccessivamente al filone principale, per rendere più coinvolgente l’intreccio. Il divertimento è assicurato, soprattutto per chi non è fortemente legato alla saga, in quanto si sente un po’ la mancanza delle “parti originali”.

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“Elba, un cattivo senza sostanza”

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“la coppia Johnson Statham che insieme sono davvero una bomba”

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Men in Black: International (2019)

MIB: RAGNAROK

Anche se la saga di Men In Black non è tra le mie preferite (salvo solo il primo film), questo riavvio del franchise mi aveva incuriosito. La coppia Chris Hemsworth/Tessa Thompson (che aveva fatto faville in Thor: Ragnarok) come protagonista, F. Gary Gray alla regia (che non sarà il miglior regista del mondo, ma il suo lavoro lo sa fare), gli sceneggiatori di Iron Man ed effetti speciali all’avanguardia. Sulla carta poteva risultare veramente una sorpresa e un vero e proprio nuovo inizio per il franchise. Ma qualcosa è andato storto. Se la coppia Hemsworth/Thompson funziona, tutto il resto lascia un po’ a desiderare. Si perchè Men in Black: International non vuole rinnovare la formula, vuole semplicemente riproporre gli stessi ingredienti ma con meno grinta. Al di là degli scontri avvenuti sul set tra regista e produzione, il film soffre di una storia poco accattivante che non riesce mai a decollare, nonostante le nuove location in giro per il mondo. Il regista F. Gary Gray, che viene dal mondo di Fast & Furious, prova in tutti i modi a dare una spinta alla storia, ma gli manca il tocco “cartoonesco” che aveva Barry Sonnenfeld e il suo approccio risulta troppo “rigido”. Altro grande problema della pellicola sono gli alieni. Senza il contributo del maestro del make-up Rick Baker, gli extraterrestri, che erano fondamentali nella precedente trilogia, sono creati totalmente in CGI e sono mal integrati con gli attori in carne e ossa. Manca “l’artigianalità” delle maschere in gomma e degli animatronics, vero marchio di fabbrica della saga. Per non parlare del villain finale, assolutamente orribile. Visto il flop al botteghino, dubito vedremo altri episodi della saga dei MIB e forse è giusto così. Meglio attendere Chris Hemsworth e Tessa Thompson nel prossimo Thor: Love and Thunder.

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“gli orribili alieni in CGI”

cult
“la coppia Chris Hemsworth/Tessa Thompson”

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Midsommar – Il Villaggio dei Dannati (2019)

NEL SOLE

Che il regista Ari Aster fosse un autore da tenere d’occhio, lo sapevamo già. Il suo film d’esordio, Hereditary, è uno dei migliori horror dello scorso anno e attendavamo con ansia la sua opera seconda. Ed eccola qui. Midsommar è l’ideale prosecuzione di Hereditary, almeno nella testa di Aster. Ma andiamo con ordine. Dani e Christian, giovane coppia “in crisi”, decide di andare in Svezia per partecipare ad uno stravagante culto pagano. Se inizialmente gli abitanti del luogo sembrano essere cordiali e ospitali, con il passare del tempo verranno “alla luce” le loro vere intenzioni. E’ complicato recensire Midsommar in poche parole, tanto è complicata e stratificata l’opera di Aster. E’ un folk-horror/drama perennemente illuminato dalla luce del sole, dove la coppia formata da Dani e Christian è al centro di “tutto”. Il “tutto” è infarcito di strani rituali, disegni antichi, bevande psicotrope, oracoli deformi, danze infinite e tanto, tanto sole. Impossibile rimanere indifferenti di fronte allo show pagano di Aster che, con una straordinaria padronanza registica, ci rende partecipi dei festeggiamenti e non spettatori. L’horror si trasforma in una danza macabra inquietante e disturbante (alcune scene sono difficili da sostenere), senza jumpscare (impara la lezione, Annabelle 3) e con una visione “solare” del male. Straordinaria anche l’interpretazione di Florence Pugh, che riesce a rappresentare magnificamente tutta la drammaticità fisica e psicologica della sua Dana. Midsommar è una vera e assoluta esperienza cinematografica, lontano anni “luce” dagli horror per bimbi michia (sì, sempre Annabelle 3). Quindi lasciatevi andare, portate la crema solare e fatevi un bagno di sole.

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“Annabelle 3”

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“una meravigliosa Florence Pugh ed un regista destinato a diventare un grande del cinema horror”

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Serenity – L’Isola dell’Inganno (2019)

L’INGANNO

C’è una certa atmosfera nella prima parte di Serenity che sicuramente non lascia indifferenti. Vuoi la location tropicale, vuoi Matthew McConaughey ubriaco, vuoi Anne Hathaway biondona, ma la prima parte del film funziona. Steven Knight inizia a costruire il suo thriller con una certa intelligenza e in qualche modo vuoi sapere come andrà a finire. Poi a metà film, tutto crolla. Letteralmente. Non voglio fare spoiler in questa (breve) recensione, ma sappiate che questo Serenity si candida prepotentemente ad essere uno dei film più imbarazzanti dell’anno. E stupisce il fatto che dietro a questa baracconata ci sia Steven Kinght, grande sceneggiatore e regista del bellissimo Locke. Se lo scopo della pellicola è quello di stravolgere lo spettatore, beh, diciamo che ci riesce, ma nel peggiore dei modi. La voglia di depistare lo spettatore in tutti i modi prende il sopravvento, e i ridicoli colpi di scena risultano senza senso e senza un filo logico. Persino Matthew McConaughey e Anne Hathaway sono completamente fuori parte. Vabbè, meglio lasciar perdere va. Serenity è un pasticcio completo e indifendibile. Fine della recensione.

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“Serenity – L’Isola dell’Inganno”

cult
“lo splendido mare dei Caraibi”

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Spider-Man: Far From Home (2019)

GRATTA GRATTA

E chi se lo aspettava che la saga di Spider-man riacquistasse così tanta freschezza dopo la non esaltante saga di Amazing con Andrew Garfield (interrotta dopo 2 film)? Merito di Kevin Feige e dei Marvel Studios che sono riusciti a soffiare (in parte) il personaggio alla Sony a inserirlo nella squadra degli Avengers, e merito, ovviamente, di Tom Holland, perfetto Peter Parker e degno erede di Tobie Maguire. Dopo l’ottimo Homecoming, bellissimo racconto di formazione “al contrario”, in questo Far From Home, Peter dovrà vedersela non solo con creature provenienti da un altra dimensione, ma anche con i “pruriti” dell’adolescenza e tutte le sue complicazioni. Continua quindi il percorso della maturità di Parker/Spider-Man e, se da un lato, la natura umana fa il suo inevitabile corso, dall’altra ci sono Nick Fury e Mysterio ad aiutare l’arrampicamuri nella battaglia contro gli dei. Eh si, proprio Mysterio interpretato da un sempre bravo Jake Gyllenhaal che in alcuni momenti riesce addirittura a rubare la scena a tutti quanti. Di più non si può dire, perché le sorprese sono tante, ma sappiate che questo Spider-Man Far From Home è assolutamente da non perdere. Perfettamente coreografato da Jon Watts, Far From Home è l’universo cinematografico Marvel al suo meglio. Dinamico, veloce, solare, avvincente, divertente, spettacolare. Brava Marvel. E la voglia di vedere Spider-Man 3 è già tanta. P.S. Non fate la cavolata di alzarvi prima dei titoli di coda. Ma questo lo sapete già !!!

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“boh (cit)”

cult
“un incredibile e carismatico Jake Gyllenhaal”

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Suspiria (2018)

BALLANDO COL DIAVOLO

Dopo il grande successo (meritato) di Chiamami col tuo nome, il regista Luca Guadagnino è diventato di colpo uno dei registi più chiaccherati degli ultimi mesi. E pensare che i suoi primi film (Melissa P, Io Sono L’Amore, A Bigger Splash) sono praticamente passati inosservati in Italia (e anche un po’ massacrati dalla critica). Pertanto, la notizia che Guadagnino avrebbe diretto il remake di Suspiria, horror epocale diretto nel 1977 da Dario Argento, ha suscitato molta curiosità. Iniziamo dicendo che questo film non è proprio un remake, ma è più una reinterpretazione “alla Guadagnino” dell’horror originale, e questo è un bene. Un gran bene. Guadagnino ambienta la storia nella Berlino degli anni 70, tra attacchi terroristici ed echi della Seconda Guerra Mondiale. Poi ci sono le streghe ballerine. Il film non fa paura (neanche un po’), ma riesce comunque ad inquietare. Forse l’ambientazione, forse le scenografie, forse una maestosa Tilda Swinton, forse non so, ma Guadagnino costruisce un thriller d’autore psicologico e funebre che in qualche modo acchiappa fino alla fine nonostante le 2 ore e mezza, ma non riesce a convincere pienamente. Ci sono grandi scene (la morte di Olga e la danza/saggio sono indimenticabili), ma anche scivoloni spaventosi (il sabba finale è forse una delle sequenze più involontariamente ridicole degli ultimi anni) che rendono l’operazione molto squilibrata. Il cast non aiuta nell’impresa e solo Tilda Swinton (in ben 3 ruoli) illumina completamente scena. Sicuramente dividerà il pubblico e sicuramente se ne parlerà per molto tempo. Serve altro?

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“il ridicolo sabba finale”

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“la morte di Olga”

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Il Testimone Invisibile (2018)

HITCHCOCK SUL LAGO DI MOLVENO

Un thriller d’altri tempi dal concept molto sofisticato (i miei preferiti per intenderci) fanno de Il Testimone Invisibile un bel film one shot: un uomo è accusato di omicidio, tutto è contro di lui e non pare poterne uscire, ma il suo avvocato lo mette in contatto con una specialista per tirarlo fuori da quella situazione. Insieme hanno poche ore per elaborare una linea di difesa che possa scagionarlo. Il finale, sul quale lo spettatore viene delicatamente accompagnato, è un mix di intrigo alla Hitchcock e colpi di scena che però non alzano mai la tensione (è voluto, non è un difetto). Il lavoro sui personaggi e sulle location è sublime ed è qua che risiede il suo vero fascino, non tanto sulla vicenda, per molti aspetti simile a quelle di pellicole di maggior spessore. I ruoli sono semplici ma determinanti, anche se i veri protagonisti della vicenda non riescono a prendere la scena sui personaggi secondari che con l’esperienza ed una battaglia dialettica significativa, spostano la concentrazione dello spettatore. Il tempo che stringe, un mistero da svelare e moltissimi intrecci fanno de Il Testimone Invisibile un film affascinante che accompagna senza forzare, facendo riscoprire un stile che era assente da troppo tempo sul grande schermo.

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“Miriam Leone: apprezzabile l’impegno ma non è la vera amante perfetta”

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“Maria Paiato e le location sui tornanti di Molveno”

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Venom (2018)

IL TUO VENOM DELLA PORTA ACCANTO

Venom, il primo film Sony dedicato ai nemici di Spider-Man, è una chiavica. Scusate la schiettezza, ma non ci sono altre parole per definirlo. Doveva essere un film dark, violento, pauroso, minaccioso, estremo. In realtà è comico, leggero, piatto, ridicolo. Della serie, chi ben incomincia…. E pensare che le premesse per fare un film della madonna c’erano tutte: Una grande fumetto come base, Tom Hardy come protagonista, il divieto ai minori (in realtà potrebbero proiettarlo addirittura in canonica dal prete), grandi scene action. Non voglio sparare sulla croce rossa, ma qui non c’è niente di quello promesso dalla Sony e dal regista Ruben Fleischer. Esatto, Ruben Fleischer, il principale responsabile di questo scempio. La sua regia è talmente anonima e noiosa che in confronto l’Angelus del Papa la domenica è più sconvolgente. Mancano idee, manca la grinta. E lasciamo stare la sceneggiatura, tremendamente penosa e “vecchia” che manco gli anziani al bar riescono a scrivere. E Tom Hardy? Tom Hardy fa quello che può, ma qui è veramente imbarazzante. Un incrocio tra un ubriaco, Nicolas Cage e Jim Carrey in The Mask. Rimane ancora un grandissimo attore, per carità, ma in questo film non siamo neanche al minimo sindacale. Ok, ma gli effetti speciali saranno ultra-mega-iper spettacolari, giusto? Assolutamente no. Capisco non fosse facile ricreare il simbionte, ma la CGI è talmente scialba che lo scontro finale (che doveva essere stra-epico) è un casino totale. L’unica parte che si salva è la scena post-credit dove viene introdotto il villain del sequel. Oddio, un sequel? Purtroppo sì. Che Spider-Man ci aiuti.

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“Venom”

cult
“L’Angelus del Papa la domenica”

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Ride (2018)

RIDE CLUB

Che il cinema italiano non riesca ad uscire da una sorta di buco nero artistico, ormai è cosa nota. Solite commedie (piatte), soliti registi (piatti), soliti personaggi (piatti), solite storie (piatte). Ma ogni tanto (purtroppo non tanto spesso) arriva la sorpresa che riaccende la speranza. La sorpresa che ti fa sperare in un futuro del cinema italiano migliore. La sorpresa che non ti aspetti. Oggi la sorpresa si chiama Ride. Il duo Fabio Guaglione/Fabio Resinaro, registi e sceneggiatori di quel piccolo gioiello di Mine, scrivono e producono un action-fanta-thriller italiano, ma dall’anima internazionale. Aiutati dal regista Jacopo Rondinelli, Guaglione e Resinaro riescono a realizzare un film assolutamente anomalo per il panorama cinematografico del Bel paese centrando perfettamente l’obiettivo. La storia è quella di due bikers professionisti che vengono “reclutati” per partecipare ad una gara mozzafiato in mezzo alla natura incontaminata. Ma la gara avrà delle regole. Meglio non dire altro. Tramite l’utilizzo di videocamere Gopro, Rondinelli ci scaraventa in un terreno di gioco dove niente è quello che sembra, tra corse spericolate e monoliti ultratecnologici. Ottimo anche il cast, a partire dai protagonisti Lorenzo Richelmy e Ludovic Hughes perfettamente caratterizzati. C’è qualcosa di nuovo in Italia. Qualcosa che, speriamo, potrebbe diventare il primo universo cinematografico italiano. Scusate se è poco.

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“una leggera “confusione” in alcune scene”

cult
“Ride è cult !!!”

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The Sisters Brothers (2018)

SPECIALE VENEZIA 75

L’arrivo della civiltà nel lontano west, dove Eli e Charlie Sisters, due fratelli cacciatori di taglie, si guadagnano da vivere. Sognando una vita migliore, tra spazzolini da denti, lozioni e la maniacale corsa all’oro, i Sisters Brothers sono pistoleri che vogliono smettere di lavorare per l’uomo potente che li manda ad ammazzare chi gli serve di vedere morto. Un incontro inaspettato, li porterà a riconsiderare quello che nella vita è veramente importante. Un western insolito, talvolta dai risvolti umoristici, che però ruota in maniera eccellente sui suoi personaggi, sulle loro certezze e sulle tante fragilità, che anche uno spietato pistolero ha nei suoi momenti più intimi e personali. Il passato che proviamo a dimenticare, continua irrimediabilmente a riemergere e possiamo solo imparare ad affrontarlo. In fondo, un po come tutti noi, no ?

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“il carismatico Rutger Hauer che non spiaccica parola”

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“il sorriso di John C. Reilly ed un fantastico Joaquin Phoenix”

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The Mountain (2018)

SPECIALE VENEZIA 75

Anni 50. Un timido ragazzo che ha appena perso il padre, decide di seguire uno strambo medico che pratica lobotomie. The Mountain è uno di quei film che quasi sicuramente (anzi, eliminiamo il “quasi”) non verrà distribuito in Italia. La spiegazione è semplice. E’ un film realizzato esclusivamente per il suo autore. Il regista Alverson ha le idee chiare sul “tipo” di cinema che ha in mente, ma è un tipo di cinema NON pensato per il pubblico. Un vero peccato perchè visivamente parlando, il film è notevole. Alverson crea dei veri e propri quadri in movimento, che in qualche risultano affascinanti (in alcuni momenti si nota lo stile di Roy Andersson). Ma il vero problema è la narrazione. Ritmo lento, sceneggiatura assurda, dialoghi ancora più assurdi. Nemmeno il cast riesce ad elevare quest’opera; Jeff Goldblum (il migliore) fa quello che può, ma Tye Sheridan ha la stessa espressione di un termosifone per tutta la durata della pellicola, mentre il delirante personaggio interpretato da Denis Lavant è veramente irritante. In conclusione, The Mountain risulta un’opera lenta, inutile e soporifera. Forse un pregio c’è in questo film, ovvero la durata. 106 min non sono tantissimi. O forse si ?

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“The Mountain di Rick Alverson”

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“i 106 Minuti”

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Mission: Impossible Fallout (2018)

LUNGA VITA A RE TOM

Quando arriverò all’età 56 anni, voglio essere come Tom Cruise. Sarà dura, ma ci provo. Il perchè potete già immaginarlo, ma voglio dirvelo lo stesso. Tom Cruise è veramente l’Imperatore del cinema action. Lasciate perdere Dwayne Johnson, lasciate perdere Jason Statham, lasciate perdere Vin Diesel. Tom, con Mission: Impossible – Fallout, raggiunge la completa perfezione nel cinema action, costruendo scene talmente complesse e spericolate che in confronto la saga di Fast & Furious sembra una gara di Micro Machines. Lo avevamo lasciato attaccato ad un aereo nell’incipit di Rogue Nation, lo ritroviamo in questo Fallout che si lancia con il paracadute, guida elicotteri, salta come una cavalletta, corre come un pazzo, fa a cazzotti. Cruise è l’anima di una saga che migliora ad ogni film, gestendo perfettamente non solo i momenti d’azione, ma anche i personaggi secondari (anche se è sbagliato parlare di personaggi secondari) e le emozioni. Il regista Christopher McQuarrie (che torna dietro la macchina da presa dopo Rogue Nation) è forse il regista che ha saputo valorizzare maggiormente il franchise, cercando un equilibrio sempre più raffinato tra azione ed emozione. Ottimo tutto il resto del cast, a cominciare dalle “vecchie” conoscenze (Simon Pegg e Ving Rhames sempre una garanzia, mentre Rebecca Ferguson è incantevole), ma la vera sorpresa della pellicola è un massiccio Henry Canvill, agente baffuto spaccaossa assolutamente incredibile (la storia dei baffi ormai la sanno tutti, quindi non sto a ripeterla). Se vogliamo fare i pignoli e trovare un punto debole, allora possiamo criticare qualche dialogo un po’ assurdo e un intreccio narrativo che a volte si fa fatica a seguire, ma è veramente poca cosa rispetto all’impressionante risultato generale. Sicuramente il miglior blockbuster dell’estate. Lunga vita al Re TOM !!!

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“Dwayne Johnson, Jason Statham, Vin Diesel”

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“Tom Cruise”

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Shark – Il Primo Squalo (2018)

TAMARRO VS PESCECANE GROSSO

Shark – Il Primo Squalo si può riassumere in una sola scena: il piccolo cagnolino pippin che si tuffa in mare e nuota verso l’enorme megalodonte. Questo è il “tono” con cui la Warner Bros ha deciso di portare sullo schermo il famoso romanzo di Steven Austin, Meg. Niente di male per carità, ma dopo un’attesa di tanti anni (la Disney aveva acquistato i diritti prima della Warner), questa trasposizione cinematografica è talmente brutta che mi chiedo come abbia reagito Austin dopo aver visto il film. Non voglio rovinarvi la “sorpresa” (sai che sorpresa), ma sappiate che in questo film potete trovare:

– Jason Statham che interpreta Jason Statham mentre prova ad imitare Bruce Willis in Armaggeddon
– Un megalodonte preistorico (realizzato in una bruttissima CGI) super intelligente che inspiegabilmente riesce a nuotare a pochissimi metri dalla riva
– Tanti cinesi
– Il solito attore di colore che fa da spalla comica (e non fa ridere a nessuno)
– Un ecosistema marino pieno di mostri fosforescente (che servono ad illuminare la scena)
– Ancora tanti cinesi su salvagente colorati

Il tutto, diretto maldestramente da un Jon Turtletaub senza verve e dal taglio televisivo. A questo punto mi chiedo quale possa essere il senso di un film che sarebbe risultato perfetto negli anni 90, ma che, nel 2018, diventa un pastrocchio trash imbarazzante per bimbiminchia, scritto male e interpretato peggio. Poi pensi a quello che ha fatto Steven Spielberg nel 1975 e capisci che i 150 milioni di budget sono stati spesi malissimo.

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“lasciamo perdere”

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“evitiamo che è meglio”

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Ocean’s 8 (2018)

8 DONNE E UNA COLLANA

In principio fu Frank Sinatra e Dean Martin (Colpo Grosso, 1960), poi arrivarono George Clooney e Brad Pitt (diretti da Steven Soderbergh) per ben 3 film (Ocean’s Eleven, Ocean’s Twelve, Ocean’s Thirteen). Ora tocca a Sandra Bullock e Cate Blanchett riformare la squadra. Ma questa volta in rosa. Ocean’s 8 nasce da un periodo storico molto particolare (lo scandalo Weinstein e il movimento Mee Too) e prova a rilanciare un nuovo franchise “cult”. Soderbergh si limita alla produzione e in cabina di regia arriva Gary Ross (Pleasantville, Hunger Games). Con un cast pazzesco a disposizione (Sandra Bullock, Cate Blanchett, Helena Bonham Carter, Anne Hathaway, Rihanna), l’operazione sembrava assolutamente vincente. Ma qualcosa (forse) è andato storto. Intendiamoci, Ocean’s 8 è simpatico, veloce e fila liscio come l’olio, ma con un materiale così “glamour” ci aspettavamo qualcosa di più. Primo problema, la regia. Gary Ross prova a “rifare” Steven Soderbergh copiando lo stile, ma non riesce ad essere così efficace e qualche caduta di ritmo si sente eccome. Secondo problema, la sceneggiatura. La storia, un po’ troppo meccanica, non offre particolari nuovi spunti, anzi risulta avere la stessa identica struttura della trilogia originale e, cosa ben più grave, manca un vero “villain” (una sorta di Andy Garcia al femminile). Anche il “colpo di scena” finale non risolleva il film dal baratro del già visto. Resta comunque un prodotto estivo che in qualche modo si lascia guardare (grazie alla classe delle protagoniste), ma difficilmente rimarrà nella memoria. Aridatece Clooney e Pitt !!!

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“una regia poco ispirata e una sceneggiatura senza grinta”

cult
“il “glamour” delle protagoniste”

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Hereditary (2018)

A CASA TUTTI BENE

Il “caso” Hereditary è finalmente sbarcato anche in Italia dopo la trionfale presentazione al Sundance Film Festival. Opera prima del giovane regista Ari Aster, racconta la storia di una famiglia costretta ad affrontare un grave lutto. La tragica circostanza porterà a galla agghiaccianti misteri. Ok, voglio essere onesto, Hereditary è un film pazzesco. Nella sua lunga durata (più di due ore), il regista ci accompagna su una giostra che parte lenta, anzi lentissima e che aumenta con il passare dei minuti, fino ad un finale vorticoso e sconvolgente. Senza dimenticare i grandi horror del passato (su tutti Rosemary’s Baby, L’Esorcista e Shining), Aster padroneggia con grande classe la macchina da presa e riesce veramente a spaventarci, senza ricorrere a jump scare banali o scontati. La paura che aleggia per tutta la pellicola è una paura ancestrale e misteriosa che penetra sotto pelle e nello stomaco. Una grande prova di una maturità cinematografica e artistica, ampliata da un cast in stato di grazia, in particolare una mastodontica Toni Collette, attrice straordinaria che resterà per molto tempo nella nostra testa. Un film intelligente e disturbante che diventerà col tempo un cult assoluto.

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“tutti i prossimi horror che verranno dopo Hereditary”

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“una mastodontica Toni Collette”

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Tully (2018)

CARTOLINE DALL’INFERNO

Lo ammetto, ho sempre pensato che Diablo Cody fosse una sceneggiatrice sopravvalutata. Ok, il premio Oscar per lo script di Juno (suo primo lavoro) è meritatissimo, ma il suo talento non è mai esploso nelle altre sceneggiature da lei scritte. Per fortuna il regista Jason Reitman ha sempre creduto in lei e con Tully, Diablo è tornata ai vecchi fasti della sua opera prima. La coppia Reitman/Cody chiude un’ideale trilogia sulla donna iniziata appunto con Juno e proseguita con Young Adult. E Tully è forse il loro film migliore. Marlo è una madre depressa con 3 figli di cui uno appena nato. La sua estenuante routine quotidiana la porterà ad assumere una baby sitter notturna. Tra le due donne si instaurerà una forte amicizia. L’argomento non era facile: raccontare la depressione post parto in chiave tragicomica, ma l’operazione è riuscita perfettamente. Charlize Theron (straordinaria) plasma corpo e anima per raccontare una madre distrutta, incapace di reagire e incapace (quasi) di amare. L’arrivo della baby sitter Tully (bravissima Mackenzie Davis), si trasformerà in un confronto con il passato, tenero ma allo stesso tempo brutale e inevitabile. Diablo Cody e Jason Reitman costruiscono una bellissima prima parte, dove l’inferno di Marlo viene perfettamente rappresentato, mentre nella seconda tirano il freno a mano per riprendersi con un finale amaro e “giusto”. Un piccolo grande film, che incanta grazie a due splendide attrici e ad una sceneggiatura equilibrata e “spietata”. Da vedere.

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“una parte centrale un po’ “frenata””

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“Charlize Theron nel ruolo della vita”

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Una Vita Spericolata (2018)

UNA VITA COME QUELLE DEI FILM

Diciamoci la verità : Marco Ponti non è Quentin Tarantino o Guy Ritchie e in questo Una Vita Spericolata, il tentativo è apprezzabile, ma il mix che ne esce genera un po’ di confusione. A ben 17 anni dal suo Santa Maradona, di cose ne sono cambiate. Un percorso on the road assolutamente grottesco, che però, lentamente e timidamente, inizia ad affascinare. Una fuga pazzesca attraverso tutto lo stivale, dalle montagne di Sestriere al mare di Santa Maria di Leuca, in cui i tre protagonisti, Rossi, BB e Soledad, asserragliati da una banda di criminali squinternati e dei poliziotti ancora più miserabili, cercheranno di compiere la loro missione. Quale ? Beh non possiamo stare qui a raccontare proprio tutto tutto, altrimenti gli ultimi impulsi per farvi uscire di casa e spendere il prezzo del biglietto, andranno via via ad esaurirsi. Un film che sicuramente non vi farà litigare con i presenti in sala (nel senso che probabilmente non troverete nessuno), quindi armatevi di tanta voglia di cinema e di una buona compagnia.

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“la gang sgangherata dei malviventi”

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“lo stile indiscusso di Matilda De Angelis”

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Green Room (2015)

NAZISTI CONTRO PUNK

Una band punk a corto di serate accetta da un roadie scalcagnato di suonare ad un ritrovo di skinhead d’estrema destra da provincia americana. Giunti in loco, la serata si svolge in uno scenario di grande tensione, ma il vero incubo inizia a spettacolo finito, quando prima di andarsene sono involontari testimoni di un omicidio a sangue freddo da parte degli organizzatori. Rinchiusi in una stanza sanno che tutti lì fuori li vogliono morti e, a differenza loro, sono perfettamente in grado di ucciderli. Il cinema di Jeremy Saulnier è un cinema fatto di colori. Il suo secondo lungometraggio, Blue Ruin, è uno splendido revenge movie circondato da un bagliore blu accecante e disperato, vero protagonista del storia. Alla sua terza opera, Saulnier decide di utilizzare il colore verde per raccontare una follia punk scatenata e violentissima. E se Blue Ruin, ci racconta la tragica resa dei conti di un uomo con il suo passato, in Green Room, assistiamo ad una guerra senza esclusione di colpi tra due surreali gruppi. La bravura di Saulnier sta nel gestire l’azione, calibrando perfettamente scene splatter e tensione senza mai scadere nel ridicolo. Anzi, nonostante l’argomento “nazisti contro punk” potrebbe risultare comico/trash, il regista non ha voglia di scherzare e ci mostra senza paura ad un paio di scene veramente crude. Proprio per questo motivo, il cast è straordinario: un inedito Patrick Stewart ci regala una delle sue interpretazioni più particolari e riuscite, mentre il compianto Anton Yelchin è un bravissimo protagonista (ci mancherà il suo viso angelico ma determinato). Green Room è la prova definitiva che Jeremy Saulnier è uno degli autori più promettente nel panorama indie, capace di perle d’autore “colorate” e splendide.

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“assente”

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“un inedito e cattivissimo Patrick Stewart”

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Solo – A Star Wars Story (2018)

SOLAMENTE TU

C’è un problema di fondo in Solo: A Star Wars Story, secondo spin-off della saga di Guerre Stellari. Bellissima scatola, ma completamente vuota. E i problemi produttivi avuti durante le riprese sono la prova che forse è meglio rivedere il progetto di rilancio Star Wars. L’occasione, molto stuzzicante, era di narrare le gesta del giovane Han Solo, contrabbandiere galattico reso leggendario da Harrison Ford. Le buone intenzioni c’erano tutte: due giovani e bravi registi (Phil Lord e Chris Miller), un giovane e talentuoso attore (Alden Ehrenreich) e uno sceneggiatore con una grande esperienza (Lawrence Kasdan). Poi le cose sono andate diversamente: I due registi licenziati a riprese già iniziate (sostituiti da Ron Howard), un attore che non ha il giusto carisma e una sceneggiatura poco originale. Poteva essere un disastro assoluto, ma Ron Howard, da grande volpe del cinema, salva in qualche modo la baracca e, con grande capacità tecnica, realizza uno spin-off divertente, ma i problemi restano. Lasciamo perdere il ritmo altalenante e la lunghezza finale della pellicola, il vero problema è la mancanza di cuore. Howard & Co. ce la mettono tutta a provocare una reazione “nostalgica” allo spettatore (il primo incontro tra Han e Chewbecca è carino, così come l’ingresso all’interno del Millennium Falcon), ma il tutto risulta così “meccanico” che non arriva mai a “scaldare” il cuore. Intendiamoci, tecnicamente la pellicola è formidabile e in alcuni punti godibilissima, ma non riesce a raggiungere alti livelli emotivi. Dopo il flop al botteghino, alla Disney è arrivato il momento per ricostruire l’universo cinematografico di Star Wars, provando a percorrere nuove strade e nuovi personaggi. E che la forza sia con loro.

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“il poco carisma di Alden Ehrenreich e un ritmo altalenante”

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“la rapina al treno e ottimi effetti speciali”

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Mary e il Fiore della Strega (2018)

STREGA COMANDA COLORI

La piccola Mary Smith ritrova nel bosco un misterioso fiore blu che le fa ottenere i poteri magici di una strega. Si ritroverà catapultata in un mondo magico e apparentemente idilliaco. Il primo film dello Studio Ponoc, nato da un gruppo di animatori dello Studio Ghibli, profuma dell’arte del grande maestro Hayao Miyazaki. Il regista Hiromasa Yonebayashi, allievo del grande maestro, con il quale ha realizzato Arrietty – Il mondo segreto sotto il pavimento e Quando c’era Marnie, conosce perfettamente i meccanismi che hanno reso leggendario lo Studio Ghibli e l’operazione funziona: i personaggi sono tutti azzeccati, il ritmo è alto e l’animazione è ovviamente eccellente. Quello che manca però è la poesia unica che contraddistingue tutte le opere dello studio di Hayao Miyazaki e Isao Takahata. In Mary e il fiore della strega, Yonebayashi e il suo team creano uno spettacolo godibilissimo, colorato e per tutte le età, ma che rimane confinato nella categoria “buon prodotto” senza mai toccare livelli elevati. Lo Studio Ponoc omaggia Kiki – Consegne a domicilio, La Città Incantata, Il Castello Errante di Howl e addirittura Harry Potter, regalandoci 102 minuti divertenti e mai noiosi. Ma l’arte di Miyazaki risiede da tutt’altra parte.

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“manca completamente la poesia dello Studio Ghibli”

cult
“la bellissima animazione”

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À l’Intérieur – Inside (2007)

FATTI MANDARE DALLA MAMMA

Sarah, giovane fotografa al nono mese di gravidanza, fatica a superare la perdita del fidanzato, morto qualche mese prima in un incidente stradale. Durante la vigilia di Natale, Sarah riceve visita da una misteriosa donna. Sarà l’inizio di un incubo sanguinoso e terrificante. Il duo Alexandre Bustillo e Julien Maury appartiene all’ondata horror francese che ha sconvolto il cinema mondiale (e che purtroppo Hollywood ha saccheggiato con diversi, discutibili, remake), e questa loro opera di debutto, À l’intérieur, è uno dei migliori horror degli ultimi 15 anni. Immaginate uno scontro all’ultimo sangue tra una ragazza incinta e una donna che fa di tutto per aprirle la pancia e prendere il bambino. Ora aggiungete ancora del sangue. E ancora. Occorre avere uno stomaco d’acciaio per sopportare certe sequenze, ma la bravura dei due registi riesce ad incollare lo spettatore allo schermo con ritmo pazzesco e ipnotico. I due giovani autori evitano intellettualismi inutili e ci conducono in un gioco al massacro veloce, secco e brutale, dove la cupa e claustrofobica location diventa un labirinto senza scampo. Bravissima la protagonista Alysson Paradis, ma Beatrice Dalle è uno straordinario angelo della morte che non dimenticherete facilmente. Peccato che Alexandre Bustillo e Julien Maury non sono riusciti a ripete il miracolo À l’intérieur con altri film (il loro ultimo lavoro è Leatherface, anonimo prequel di Non Aprite Quella Porta), ma il talento c’è e questo film è già un cult imperdibile.

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“fiumi di sangue”

cult
“Beatrice Dalle in versione Angelo della Morte”

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Jurassic World: Il Regno Distrutto (2018)

IL REGNO DEL FUOCO

Nel 2015, Jurassic World ha sbancato i botteghini di mondo, diventando uno dei film più visti di sempre. Il regista Colin Trevorrow è riuscito (in parte) a dare una nuova spinta alla saga dopo il disastroso Jurassic Park 3, creando un nuovo franchise. A dirla tutta, il film di Trevorrow è in realtà una reinterpretazione più futuristica, e neanche troppo originale, dell’inarrivabile Jurassic Park di Steven Spielberg. E il pubblico ha apprezzato. 3 anni dopo, ecco l’inevitabile sequel. Trevorrow si limita a scrivere e produrre, mentre in cabina di regia arriva il talentuoso regista spagnolo J.A. Bayona. Jurassic World: Il Regno Distrutto parte dalla fine del primo film. L’isola dove ospitava l’ormai abbandonato parco Jurassic World è minacciata da un vulcano che mette in pericolo tutti i dinosauri. La squadra capitanata da Claire Dearing, ex direttrice di Jurassic World, e da Owen Grady proveranno a salvarli. Si respira aria di novità in questa seconda avventura. O meglio, si respira aria di “future” novità. Questo film mette le basi per una (possibile) decisiva svolta nel terzo capitolo, stuzzicando sicuramente lo spettatore, ma lasciando un fastidioso senso di déjà vu. Bayona dirige molto bene, e la sua tecnica è di gran lunga superiore a quella di Colin Trevorrow, ma la sceneggiatura poco accattivante rovina, in parte, l’operazione. Il primo atto, ambientato sull’isola, è banalotto e già ampiamente visto, mentre nel secondo atto, l’azione fortunatamente cambia e Bayona, con grande intelligenza, ci infila qualche momento horror (l’ambientazione finale nella villa sembra uscita da un film di Guillermo Del Toro, maestro artistico di Bayona). Per quanto riguarda il cast, funziona bene la coppia Chris Pratt/Bryce Dallas Howard, mentre risultano assolutamente inutili le new entry (inclassificabili Jeff Goldblum, Geraldine Chaplin e Toby Jones). Purtroppo siamo ancora lontani dal coraggio registico del maestro Steven Spielberg e questo nuovo franchise sembra restare sulla strada “sicura” del family movie, ma qualche segnale di cambiamento sembra arrivare. Vedremo in Jurassic World 3.

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“una sceneggiatura poco originale”

cult
“la regia “horror” di J.A. Bayona”

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Kill List (2011)

DEATH NOTE

Due ex soldati vengono ingaggiati da un misterioso individuo per portare a termine 3 omicidi. La missione si trasformerà in un viaggio all’inferno e nella paranoia. Con questo gioiello, il regista Ben Wheatley è letteralmente esploso nel panorama cinematografico odierno. Kill List è uno di quei film che ha molti volti, molte sfumature, molta violenza. Inizia come un dramma famigliare, prosegue come un gangster movie fino ad un finale puramente horror (omaggio al cult The Wicker Man di Robin Hardy). Wheatley gioca benissimo con lo spettatore, rimescolando completamente le carte e mettendo a dura prova il nostro stomaco (la sequenza del tizio preso a martellate è dura da digerire). Evitando la spettacolarizzazione delle scene, si ha l’impressione di sprofondare veramente in un tunnel dell’anima, buio e senza uscita, dove la psiche del protagonista verrà risucchiata per sempre. Kill List è uno dei migliori horror-british degli ultimi anni, capace di entrare sotto pelle e rimanerci. E Ben Wheatley diventa improvvisamente uno dei registi più talentuosi da tenere d’occhio.

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“il massacro con il martello”

cult
“il finale alla The Wicker Man”

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Il Sospetto (2012)

STORIA DI ORDINARIO BIGOTTISMO

In un piccolo paesino della Danimarca, Lukas, insegnante in un asilo, viene accusato da una bambina di molestie sessuali. La falsa notizia inizierà a circolare per tutto il paese e Lukas sarà costretto a difendersi da questa “caccia al mostro” per riottenere dignità e fiducia. Il regista Thomas Vinterberg, torna a dirigere un feroce dramma umano, dopo il folgorante Festen. Se in quel film, la famiglia “perfetta” veniva completamente disintegrata all’interno da un suo membro, ne Il Sospetto è la comunità di un paese che decide di massacrare un uomo basandosi su delle voci non confermate. Lukas diventa improvvisamente un mostro da isolare e combattere. Una vera e propria “caccia” (come il bellissimo titolo originale, The Hunt, suggerisce), che il popolo decide di iniziare senza pietà, provocata da una mentalità chiusa e bigotta. Vinterberg punta il dito sull’uomo e sulla sua falsità, sul popolo sovrano che accusa senza una vera accusa, e che mette al patibolo persone solo per il gusto di farlo. Straordinaria l’interpretazione di Mads Mikkelsen, volto duro segnato, che riesce a trasmettere dolore e rabbia con un solo sguardo (la scena in chiesa la notte di Natale è da applausi). Un film “aggressivo” e pungente, che prende lo stomaco e ti obbliga a riflettere per giorni e giorni.

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“assente”

cult
“la sequenza ambientata in chiesa la notte di Natale”

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Dogman (2018)

SONATA PER GLI UOMINI BUONI

Matteo Garrone è un regista che, nelle sue opere, riesce a ritrarre personaggi semplici ma allo stesso complessi. Basti pensare a Peppino Profeta de L’Imbalsamatore, o il Luciano di Reality. Personaggi veri, “reali”, che decidono di dare una svolta alla loro vita, nel bene e nel male. Il Marcello di Dogman è un “omino” che vive una vita tranquilla nel suo quartiere. Ha un piccolo negozio di toelettatura per cani e una figlia. Tutto scorre. Poi c’è Simoncino, un cocainomane violento che terrorizza tutto il quartiere e che prende di mira Marcello. La “svolta” sarà drammatica e inaspettata. Tra atmosfere puramente western, Garrone ci porta in un luogo sospeso nel tempo e nello spazio. Ci immerge in un racconto crudo e senza speranza, ma allo stesso tempo tenero e commovente. Un racconto che parla di amicizia, di padri, di violenza, di sangue, di cani, di vendetta. Straordinaria la coppia di attori composta da Marcello Fonte (vincitore a Cannes) e Edoardo Pesce, perfette maschere destinate ad uno scontro decisivo dove solo il più determinato (e non il più forte) sarà vincitore. Un film di pancia e di testa, capace di incollare lo spettatore allo schermo fino allo splendido e visionario finale. Emozioni che solo il grande Cinema riesce a darti. Grazie Garrone. E già non vediamo l’ora di vedere il tuo Pinocchio.

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“assente”

cult
“gli straordinari Marcello Fonte e Edoardo Pesce”

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Kedi – La Città dei Gatti (2018)

OCCHI DI GATTO

I gatti di Istanbul sono diventati “cittadini ufficiali” della città. Da tantissimo tempo, interagiscono con la popolazione, entrano ed escono dalle case, vivono e “salvano” vite. I gatti SONO Instanbul. E’ questo il significato di Kedi – la Città dei Gatti, splendido documentario della regista turca Ceyda Torun. Questi felini sono l’anima di una città dal fascino decadente ma affascinante, costretta a fare i conti con il futuro. I gatti sono in perfetta simbiosi con le persone e li osservano come esseri alla pari. La regista li segue attraverso i vicoli, i bar, le abitazioni, i nascondigli, raccontando le loro abitudini, le loro caratteristiche, le loro debolezze. Una vera e propria lettera d’amore a questi animali e ad una città che non è ancora pronta per affrontare il futuro. Da vedere.

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“assente”

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“assente”

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Annientamento (2018)

BEYOND THE BLACK RAINBOW

Chi ha visto il bellissimo Ex Machina, conosce perfettamente l’idea “di fantascienza” che Alex Garland ha in mente. Una fantascienza “da camera”, lenta e psicologica, che riesce ad essere penetrante e a tratti disturbante. Succede la stessa cosa con la sua seconda opera, Annientamento. Liberamente ispirato dal romanzo di Jeff VanderMeer, racconta di una misteriosa area del pianeta Terra dove le leggi della fisica non esistono. Un team composto da 5 scienziate si avventura per scoprirne i misteri più profondi. Garland evita qualsiasi trucchetto commerciale e realizza uno sci-fi/horror/thriller/drama coinvolgente e per palati fini. All’interno di questa famigerata Area X, Garland si sbizzarrisce con creature ibride (il mostro orso è veramente spaventoso), scene splatter e momenti WTF, senza mai cadere nel ridicolo involontario o nel banale. Anzi, l’atmosfera che si respira è quella della grande fantascienza d’autore (avete presente Arrival di Denis Villenueve?), che se ne frega altamente di cosa possa pensare il pubblico (uno dei motivi per cui in Italia è uscito direttamente su Netflix). Non servono “spiegoni” o risposte forzate, esiste una visione che contiene qualsiasi riposta, sta a noi spettatori trovarle. Bravissime tutte le attrici coinvolte, a partire da una sempre perfetta Natalie Portman, vero catalizzatore “umano” del racconto, e da una sorprendente Jennifer Jason Leigh. Potrei parlarvi dei tanti significati nascosti, ma l’opera di Garland è talmente affascinante e ipnotica che è giusto perdersi al suo interno senza contaminazioni.

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“qualche momento WTF !!!”

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“la terrificante scena dell’orso mostro”

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L’Isola dei Cani (2018)

CANI COME NOI

A causa di un’influenza canina, tutti i cani del Giappone vengono messi in quarantena su un’isola. Il giovane Atari parte alla ricerca del suo amato cane Spots, aiutato da altri cani. Il cinema di Wes Anderson è un cinema molto particolare; sofisticato, intelligente, geometrico. Nel 2009 ci aveva stupito con il suo primo film d’animazione in stop-motion, Fantastic Mr. Fox, splendida trasposizione del romanzo di Roald Dahl. 9 anni dopo, ci riprova con questo meraviglioso L’Isola dei Cani. Se ad una prima analisi, il film è una semplice favola canina con lieto fine, ad un’analisi più approfondita, Anderson realizza una feroce critica sull’essere umano e sulla società di oggi, dove gli umani sono le vere bestie (geniale la scelta linguistica di far parlare gli umani in giapponese e i cani in inglese). Omaggiando l’estetica giapponese (e i suoi registi, in particolare Kurosawa e addiritura Shin’ya Tsukamoto), Anderson procede tra intellettualismi e momenti comici (esilaranti le “zuffe” in stile cartoon), fino ad un bellissimo finale, quasi emozionante. Straordinaria anche l’animazione volutamente demodè, che riesce a caratterizzare e trasmettere tutte le emozioni dei personaggi con piccoli movimenti degli occhi o del pelo. Un’opera preziosa e quanto mai attuale che merita di essere vista e rivista. Grazie Wes.

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“assente”

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“la strepitosa animazione e la geometrica regia di Wes Anderson”

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You Were Never Really Here (2018)

L’INCUDINE E IL MARTELLO

You Were Never Really Here è un film che ti penetra nel cervello e ti colpisce come un martello (letteralmente). Credetemi, quando dico “colpisce come un macigno”, significa che la potenza di alcune scene è veramente incredibile. La storia, tratta dal romanzo omonimo di Jonathan Ames, racconta di Joe, ex veterano di guerra ed ex agente FBI, che soffre di stess post-traumatico e deve accudire l’anziana madre. Per sopravvivere, fa il sicario e va alla ricerca di ragazzine scomparse. La regista Lynne Ramsay sa il fatto suo e costruisce un thriller dell’anima intenso, secco e brutale. Evitando facili spettacolarismi, la regista ci porta all’interno di una vicenda raccontata per gradi, all’inizio quasi sussurrata, fino all’esplosione finale grondante sangue. I traumi del passato di Joe non ci vengono mai mostrati chiaramente, solo flash veloci, ma funzionano perfettamente. Joaquin Phoenix si trasforma, fisicamente e psicologicamente, in un uomo robusto ma fragile, stanco di vivere e che non riesce (o non può?) a farla finita. La svolta di sceneggiatura a metà pellicola, trasforma il thriller interiore in thriller urbano, dove la Ramsay spinge sul pedale della violenza (a tratti insostenibile), e omaggia in diversi punti il cinema horror. Echi di Taxi Driver, echi di Drive, echi di Leon, echi di Psycho, ma la parabola di Joe è tanto originale quanto stordente. E indimenticabile.

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“un leggero déjà vu”

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“uno straordinario Joaquin Phoenix”

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Loro 2 (2018)

TRAGEDIA DI UN UOMO RICCO

Per un attimo ci avevo creduto. Dopo Loro 1, ero (quasi) sicuro che Sorrentino potesse chiudere il suo dittico alla grande. In realtà non è così e tutti i miei dubbi sul progetto si sono concretizzati con questo Loro 2. Avevamo lasciato Servillo/Berlusconi nella sua villa in Sardegna che provava in tutti i modi a riconquistare la moglie Veronica Lario, e lo ritroviamo lì, con un matrimonio sull’orlo del baratro e l’ossessione di tornare in cima al mondo. Sorrentino, fortunatamente, abbandona lo stile simil-scorsesiano di Loro 1 e si concentra sull’uomo Berlusconi. Il dialogo iniziale con Ennio Doris, ci fa capire che la direzione presa da questo secondo film è la voglia di rinascita di un uomo che ha capito perfettamente di essere invecchiato. E questa parte funzione benissimo. La sequenza della telefonata ad una sconosciuta è esilarante, ma allo stesso tempo amara e “maliconica”, mentre l’incontro/scontro con la moglie Veronica Lario è indimenticabile per la semplicità della messa in scena e per l’intensità dei due interpreti. Peccato poi che Sorrentino si ricorda di essere Sorrentino, e il castello crolla. Come già successo nel primo film, la storia gira un po’ a vuoto e manca un vero e proprio finale. Questo è il punto debole di (quasi) tutto il cinema di Paolo Sorrentino: grande capacità registiche, ma sceneggiature mai all’altezza. Un vero peccato, perchè Toni Servillo è uno straordinario Silvio Berlusconi e in alcuni momenti scatta l’applauso, ma i momenti involontariamente ridicoli sono tanti e fastidiosi (vedi come è stato trattato il terremoto dell’Aquila). Si arriva a fine film e la domanda arriva puntale: “Quindi uscirà anche Loro 3?”. La risposta la sapete già.

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“La sequenza finale del terremoto”

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“La telefonata di Berlusconi ad una sconosciuta e l’incontro/scontro con Veronica Lario”

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Deadpool 2 (2018)

KICK-ASS !!!

Nel 2016, Deadpool di Tim Miller riuscì a rinfrescare il genere dei cinecomics con gag politicamente scorrette, tanta azione e violenza. Un’operazione geniale voluta fortemente da Ryan Reynolds che è rimasta, in qualche modo, nella storia. 2 anni dopo ecco il sequel. Cambio di regia (fuori Tim Miller, dentro David Leitch), ma stessi elementi del primo capitolo per un’avventura ancora più sboccata e scatenata. Ma non è tutto oro quel che luccica. Se da una parte il meccanismo anarchico funziona ancora, dall’altra si rischia di inchiodare gli ingranaggi a causa di una sceneggiatura un po’ tirata, basata troppo sul lato comico. L’azione c’è ed è girata perfettamente (la scena nella prigione dei mutanti è tecnicamente ineccepibile), ma il gioco che risultava divertente nel primo film, qui acquista un certa “pesantezza”, tanto da diventare a tratti noioso. Ryan Reynolds fa bene il suo lavoro e risulta meno “fastidioso” rispetto ad altre volte, ma alcune scenette si potevano tranquillamente sforbiciare (soprattutto nel finale). Buoni comunque i nuovi ingressi del cast, tra cui un roccioso Josh Brolin (che qui spacca, ma il suo Cable non ha il carisma di Thanos) e una spumeggiante Zazie Beetz nel ruolo della fortunata Domino. Al di là di tutto, Deadpool 2 rimane comunque un ottimo esempio di cinecomics sovversivo e irriverente, capace di regalare momenti veramente geniali (su tutto le sequenze post-credits sono tra le migliori in assoluto). Peccato per quei 20 minuti di troppo. Vabbè.

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“manca la freschezza del primo film e il minutaggio non aiuta!!!”

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“la scena all’interno della prigione dei mutanti e tutte le sequenze post-credits”

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Loro 1 (2018)

LUI 1

Possiamo dividere questo Loro 1, primo film del dittico su Silvio Berlusconi scritto e diretto da Paolo Sorrentino. La prima racconta dell’ascesa di Sergio Morra (interpretato da Riccardo Scamarcio, che nella realtà corrisponde a Gianpaolo Tarantini) e della sua scalata tra cocaina e veline per arrivare a “Lui”. Sorrentino ci scaraventa subito nel delirio carnevalesco fatto di droga, ragazze, soldi e feste, dove tutto è possibile e dove “Lui” è considerato inarrivabile. Nello stile di Martin Scorsese (e del suo capolavoro The Wolf of Wall Street), tutto diventa estremo e surreale. I corpi nudi delle “veline” che ballano e si concedono ai potenti è una realtà che ormai conosciamo bene, ma qui il regista decide di premere troppo l’acceleratore. E’ cinema di pura forma stilistica, che Sorrentino fatica a gestire (Scorsese è Scorsese) e in alcuni punti risulta quasi ridicolo (la scena della festa in piscina è troppo lunga e “finta” come la sequenza del camion della nettezza urbana). Ma ad un tratto si cambia completamente registro, ed entra in scena “Lui”, ovvero Silvio Berlusconi. Tutto si placa, tutto si quieta e la storia si trasforma in qualcosa di diverso. Toni Servillo, interpreta un Berlusconi caricaturale, quasi fumettistico, che spara battute, fa sorrisi, prende tutto alla leggera e che tenta di recuperare l’amore della moglie Veronica Lario. Non è il Berlusconi “divinità” che ci eravamo immaginati nella prima parte e che i protagonisti amavano/temevano. E’ un uomo che sta tentando di recuperare la sua storia d’amore e la sua vita (bellissima la scena finale sulle note di Domenica Bestiale di Fabio Concato). E’ difficile dare un giudizio obiettivo a questo primo film senza aver visto la seconda parte, ma l’impressione è che Sorrentino ci stupirà. Senza effetti speciali e senza virtuosismi. Solo con le emozioni.

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“la sequenza dell’incidente del camion della nettezza urbana”

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“una sorprendente seconda parte”

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Avengers – Infinity War (2018)

THANOS DEMANDS YOUR SILENCE

Difficile scrivere la recensione di Avengers – Infinity War senza fare spoiler, ma ci proverò. Il primo capitolo conclusivo di 10 anni di Marvel al cinema è talmente potente e grandioso che potremmo parlarne per giorni interi. Siccome rispetto chi non ha ancora visto il film e ripeto, non voglio rovinare la sorpresa a nessuno, farò una breve lista che spero serva a farvi capire che Avengers – Infinity War è uno dei cinecomics più incredibili di sempre:

Thanos: iniziamo da lui, il vero protagonista della storia. Violento, implacabile, fortissimo e allo stesso tempo tragico e dagli occhi tristi. Uno dei più grandi villain della storia dei cinecomics, impreziosito dall’interpretazione perfetta di Josh Brolin.

Gli Avengers: davvero complicato gestire tanti personaggi con diverse personalità, ma incredibilimente tutti fanno la loro parte. Anche i personaggi minori riescono ad avere uno spazio e a fare la differenza. Magie di una sceneggiatura equilibrata e della bravura dei grandi attori coinvolti.

L’Ordine Nero: forse non sono la cosa più memorabile della pellicola, ma i 4 scagnozzi di Thanos funzionano. Sono protagonisti di un paio di scene d’azione notevoli e la tortura “chirurgica” di Fauce d’Ebano è veramente inquietante.

I Guardiani della Galassia: il lato comico della pellicola. Grazie a James Gunn (che ha scritto tutte le scene), i Guardiani riescono a stemperare la carica drammatica della storia, facendoci addirittura emozionare. E trovano in Thor una esilarante spalla.

La regia dei fratelli Russo: mi chiedo se Josh Wheedon sarebbe riuscito a gestire questo materiale in maniera così perfetta. Per carità, il lavoro fatto da Wheedon con i primi due film è veramente notevole, ma i fratelli Russo aggiungono quel qualcosa in più. Una regia pieno di ritmo, azione ed intensità.

Il finale: ovviamente non ve lo sveleremo, ma posso dirvi che è veramente sconvolgente. Lontanissimo dal tono rassicurante di tutti gli altri film Marvel, questa parte finale risulta coraggiosa e inaspettata, e apre le porte ad un quarto capito ancora più oscuro e misterioso. Pazzesco

Fermiamoci qui, vi ho già detto troppo. Avengers – Infinity è IL cinecomics definitivo che, ne siamo sicuri, raggiungerà l’apice con il quarto capitolo. Una corsa durata 10 anni che si sta concludendo nel migliore dei modi. Sbalorditivo.

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“assente”

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“Avengers – Infinity War”

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Ghost Stories (2018)

QUESTI FANTASMI

Posso dirvi con tranquillità che Ghost Stories fa veramente paura. Niente sangue, niente splatter, niente mostri. Solo atmosfere inquietanti e tanta tensione. La coppia di registi Jeremy Dyson e Andy Nyman portano sul grande schermo una loro pièce teatrale col tentativo di omaggiare gli horror anni’70. E l’operazione è riuscita al 100%. La storia racconta del professor Phillip Goodman, docente di psicologia, che riceve l’incarico di indagare su tre casi paranormali irrisolti. Le sue scoperte lo metteranno di fronte a fenomeni inspiegabili. La prima carta vincente di questo film a episodi è proprio la regia di Dyson e Nyman. I due riescono a costruire un look incredibilmente cupo e immersivo, gestendo con grande intelligenza i momenti di suspense e i momenti “morti”. Ogni episodio ha una struttura diversa in relazione alla storia da raccontare; dal manicomio abbandonato, passando per il bosco satanico (favolosa citazione di Evil Dead di Sam Raimi) per concludere con la casa infestata (Shining?). Come in un perfetto puzzle, tutti i pezzi vengono assemblati con precisione fino ad un pre-finale dove tutto viene completamente ribaltato (e che forse rischia qualcosa in termini di ritmo), ma che acquista un senso solo nell’ultimissima scena. Efficace l’interpretazione di Andy Nyman e sempre bravo il grande Martin Freeman, capace di regalare anche qualche momento ironico. Ghost Stories è il film “di fantasmi” che stavamo aspettando: inquietante, registicamente impeccabile e scritto benissimo. Per chi ama il cinema horror d’altri tempi.

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“un pre-finale registicamente pericoloso”

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“l’episodio nel manicomio abbandonato”

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Nella Tana dei Lupi (2018)

CONCENTRATO DI PALLE

Oggi scende Sandro in campo, non lo fa mai, ma il genere lo affascina e questo è il suo pane. Cosa dire di questo adrenalinico Nella Tana dei Lupi : purtroppo non molto. L’idea non è malvagia : criminali spietati contro poliziotti fuori ordinanza, ma questo vale per chi non segue il genere. Prendiamo un belloccio un po’ fuori forma ma sempre stramanzo come Gerard Butler e un altrettanto cazzuto e pompatissimo 50 Cent (che dice 3 frasi di senso compiuto in tutto il film) e proviamo a mettere dentro al frullatore, rapine, ostaggi, truffe, inganni e chi più ne ha più ne metta. A questo punto fate partire il frullatore e in un batter d’occhi ecco pronto da servire in una ciotola questo Nella Tana dei Lupi. Purtroppo a parte qualche gag in puro stile alla Pain & Gain, qualche sparatoria già vista in Point Break, nel nostro frullatore troveremo ingredienti già utilizzati (anche meglio) in capolavori del genere downtown crime, come Training Day, I Padroni della Notte, i vari Ocean’s, The Town, Bad Boys (solo per citarne alcuni). Christian Gudegast tenta il colpaccio con una buona dose di marketing, supportato da frasi e gag ad effetto in tutti trailer e teaser che ne hanno anticipato l’uscita, ma questo Nella Tana dei Lupi, purtroppo, non rimarrà di certo nella storia per la sceneggiatura più originali nel genere. Si parla già di un sequel e per gli amanti del genere come me, speriamo che questa volta il dosaggio degli ingredienti sia più deciso !!!

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“un pompatissimo ma totalmente assente 50 Cent”

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“un cazzutissimo Gerard Butler”

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Mom and Dad (2017)

MULINO BIANCO

A causa di un misterioso segnale proveniente dalla televisione, i genitori iniziano ad avere strani istinti omicidi sui propri figli. Chissà se questo Mom and Dad avrà una distribuzione italiana. Sinceramente non penso, visto che questo piccolo gioiello di cattiveria potrebbe urtare la sensibilità di molti “bigotti” presenti nel nostro paese. Il regista Brian Taylor (co-regista della serie di Crank e del brutto Ghost Rider: Spirito di Vendetta) immagina una società dove i genitori sono una coppia di frustrati che non sono riusciti a realizzare i propri sogni a causa dei figli e l’unico modo per uscirne è l’omicidio. Con grande senso ironico, Taylor costruisce una folle giostra orrorifica, sadica e grottesca, che diverte fino all’ultima scena. E visto il materiale di partenza così fuori dagli schemi, chi meglio di Nicolas Cage poteva interpretarlo? Dopo tanti ruoli al limite della spazzatura, la sua istrionica ed esagerata mimica facciale risulta perfettamente in linea con la delirante storia e ci regala una delle sue migliori interpretazioni. Mom and Dad è una ventata d’aria fresca per il genere, una schiaffo in faccia al perbenismo che sorprende incredibilmente con una cattiveria unica (il cameo finale di Lance Henriksen è da standing ovation). Scommettiamo un caffè che farete anche voi il tifo per i genitori?

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“genitori che uccidono i propri figli ? YESSS”

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“un Nicolas Cage esagerato”

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I Segreti di Wind River (2018)

IL CACCIATORE

Periferia Statunitense, ampie sterminate aree innevate, canyon e montagne, circondano minuscole frazioni di agglomerati urbani vicino alla riserva indiana di Wind River. Una sceneggiatura essenziale ritma le relazioni tra i protagonisti di questo thriller che necessitano di poche parole, e molti silenzi, per comprendersi. Una storia di frontiera ritmata da dialoghi espressi in una lingua apparentemente identica, ma segnata da appartenenza culturale e storica ben demarcata, quella tra i Nativi di America e i bianchi statunitensi. Una storia ispirata a fatti realmente accaduti, accompagnata da statistiche che confermano quanto le aggressioni e le scomparse a danno delle donne Native Americane siano molto meno registrate, e risolte, rispetto allo stesso sesso di razza bianca. Una colonna sonora il cui tono di fondo pervade l’intera pellicola, mantenendo alta la tensione in modo costante dall’inizio alla fine del film, in cui i colori e le sfumature del bianco abbagliano lo spettatore intento a seguire i diversi fili dipanati nello svolgimento della trama. Negli Stati Uniti di oggi, terra di contraddizioni, uno scontro all’interno di un’umanità relegata quasi ai confini della realtà, in cui o si sopravvive o si soggiace alla crudele legge di obbligata convivenza e sopravvivenza del luogo. I personaggi sono molto ben delineati, come camei, ognuno come fosse appartenente ad un mondo a sé. Il cacciatore bianco, avvezzo all’asprezza del luogo ed integrato nella comunità di Nativi Americani. Lo sceriffo Responsabile per i Nativi Americani, baluardo di una giustizia (quella statunitense) avvertita quasi in modo ostile dalla comunità di Nativi Americani. L’outsider dell’FBI sprovveduta nell’arrivare dalla calda Los Angeles in una zona cosi’ rigidamente fredda e impervia degli USA . E altri personaggi che fanno da corollario a quest’umanità di frontiera in cui la brutalità dei bianchi si affligge nuovamente sulla minoranza etnica e sul sesso cosiddetto debole, ma in realtà più guerriero che mai. Il tutto si dipana in una terra segnata dalle distanze inedite, dalle bianche distese innevate tra i monti e i canyon, percorse da sfreccianti slitte motorizzate adrenaliniche nell’aggredire tempeste e terreni impervi. Un film decisamente avvincente, controllato, sfaccettato, multietnico, adrenalinico.

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“la regia un po’ acerba di Taylor Sheridan”

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“la straordinaria interpretazione di Jeremy Renner”

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Dredd (2012)

IO SONO LA LEGGE

Ricordo ancora con affetto il Dredd di Sylvester Stallone (anno 1995), lontano anni luce dal materiale originale, ma comunque simpatico e di grande intrattenimento. I fan del fumetto hanno gridato allo scandalo per come Stallone ha trattato il personaggio (e per il fatto che il 90% della pellicola, Dredd rimanga senza casco). Dopo 17 anni, lo sceneggiatore Alex Garland e il regista Pete Travis, provano a riportare sullo schermo il violento Giudice senza scrupoli. E questa volta i fan possono restare tranquilli. Dredd è una versione completamente diversa dal primo film. Più fedele ai fumetti, più estremo, più “per adulti”. Dietro il casco iconico troviamo Karl Urban (che non è così famoso come Stallone e non ha bisogno di togliersi l’elmo). La storia racconta di una pericolosa missione all’interno di un enorme grattacielo per combattere la famigerata trafficante di droga Ma-Ma. Se state pensando che la storia ha molti punti in comune con il cult The Raid di Gareth Evans, avete completamente ragione. Ma questo non è un problema, perchè la coppia Travis/Garland, riesce a costruire una bellissima e malfamata atmosfera, dove violenza e droga regnano sovrane. Molto azzeccate anche le sequenze in slow-mo, che conferiscono un tono surreale alla pellicola. Se vogliamo essere pignoli, non tutto funziona alla perfezione; in alcuni momenti si ha l’impressione di assistere ad un prodotto troppo “televisivo” e la satira politica presente nel fumetto è inesistente. Ma il nuovo Dredd risulta efficace proprio perchè osa e spinge il pedale sulla violenza (a volte anche gratuita). Il film è stato un flop nelle sale (in Italia non è stato distribuito), ma ha avuto un discreto successo in home video grazie al passaparola. Peccato, il sequel poteva regalare altre sorprese.

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“un’aria troppo “televisiva””

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“le surreali scene in slow-mo”

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Flatliners – Linea Mortale (2017)

MORTACCI

Ditemi voi com’è possibile non incazzarsi davanti a film come Flatliners – Linea Mortale. E pensare che i presupposti per costruire un buon sequel/remake c’erano tutti: Alla base, un film cult anni 90 molto intrigante, un regista interessante (Niels Arden Oplev, regista del primo Uomini che Odiano le donne), un giovane sceneggiatore che ha già scritto cose interessanti (Ben Ripley, suo lo script di Source Code di Duncan Jones), un cast giovane e attraente (Ellen Page, Diego Luna e Nina Dobrev). In realtà le cose sono andate diversamente. Il film originale, Linea Mortale di Joel Schumacher, è un buon prodotto che rivedi senza mai stancarti. Sarà per l’ottimo cast (Kiefer Sutherland, Kevin Bacon, Julia Roberts), sarà che l’idea di partenza è veramente ottima, sarà che Schumacher girà il tutto come se fosse un thriller gotico, ma il macabro gioco funziona alla grande. Tutto quello che questo film non è. Il nuovo Flatliners è uno scialbo thriller/horror pseudo fantascientifico, che strizza l’occhio all’horror giovanile dei primi anni 2000 e non aggiunge niente di nuovo al genere. Anzi, addirittura fa di peggio. Niels Arden Oplev dirige talmente male che il cast risulta fastidioso, finto e insopportabile, mentre le idee migliori provengono dal film originale. L’ambientazione gotica messa in scena da Schumacher, viene sostituita da un look hi-tech sterile e senza senso, mentre le “visioni” dell’aldilà sono assurde e prive di logica. Un film che verrà dimenticato alla svelta e che andrà direttamente nella lista dei remake più brutti di sempre.

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“meglio non sparare sulla croce rossa”

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“riguardatevi il film di Joel Schumacher, please”

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Pacific Rim: La Rivolta (2018)

ALABARDA SPAZIALE

Pacific Rim di Guillermo Del Toro fu, per me, una grossa delusione. Il film non era completamente da buttare, anzi, dal punto di vista visivo Del Toro fece un grande lavoro, ma i personaggi e la storia non mi avevano appassionato. Quando annunciarono il sequel, un po’ a sorpresa visto gli incassi non eccezionali, il mio hype interno non registrò variazioni importanti. Bene, ora possiamo confermare che Pacific Rim: La Rivolta è il sequel di cui non sentivamo il bisogno. Dieci anni dopo gli eventi del primo film, i Jeager dovranno affrontare dei Kaiju ancora più evoluti. L’unica speranza per l’umanità risiede in Jake Pentecost, figlio del deceduto comandante Stacker. Via Del Toro dalla cabina di regia (qui in vesti di produttore), dentro Steven S. DeKnight (che proviene dal mondo della TV). Sicuramente il film diverte e non annoia, ma tutte le cose buone costruite nel primo film, vengono riproposte in un formato sterile e anonimo. DeKnight dirige bene e le scene action risultano pulite e “alla luce del sole”, ma proprio per questo la componente “autoriale” (chiamiamola così) viene azzerata. Velo pietoso anche per il cast: John Boyega sopravvalutato, Scott Eastwood inutile. Il secondo capitolo del franchise Pacific Rim si rivela un film leggermente più brutto del primo, senz’anima e senza la voglia di fare qualcosa di nuovo. Speriamo di non dover affrontare un Pacific Rim 3.

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“un cast fuori parte e una fastidiosa sensazione di “già visto””

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“delle buone scene action”

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Ready Player One (2018)

INSERT COIN

Solo una persona al mondo poteva adattare per il grande schermo il romanzo cult di Ernest Cline, e questa persona si chiama Steven Spielberg. Tra tutti i personaggi che hanno influenzato la cultura pop degli anni ’80, Spielberg è uno dei maestri assoluti. Chi meglio di lui, quindi, poteva tradurre in immagini il complesso romanzo senza tradire lo spirito pop citazionista? Ebbene, questo Ready Player One è una figata incredibile. In un futuro non molto lontano, gran parte della popolazione mondiale vive in povertà. L’unico modo per “fuggire” da questa condizione è OASIS, realtà virtuale ipertecnologica creata dal genio di James Donovan Halliday che ti permette di essere chi desideri. Prendete tutti i personaggi (ma proprio tutti) che hanno caratterizzato l’immaginario collettivo degli anni 80 e uniteli in un solo film. Neanche adesso siete così vicini al risultato finale. L’universo creato da Cline e Spielberg è una giostra visionaria, travolgente e nostalgica che rapisce tutti i nostri sensi e, a tratti, fa addirittura riflettere sulla differenza tra realtà “virtuale” e realtà “reale”. Ready Player One è un’avventura talmente ricca di dettagli, citazioni, omaggi, musica che è impossibile riconoscerli tutti dopo una sola visione: si passa dalla mitica DeLorean (protagonista di una straordinaria scena di corsa), alla moto di Akira, per arrivare a Gundam, Godzilla, Il Gigante di Ferro, Mortal Kombat, Alien, King Kong e chi più ne ha più ne metta. Un’avventura equilibrata tra cuore, occhi e cervello, che il regista di Cincinnati gestisce perfettamente, toccando addirittura momenti sublimi quando “entra” completamente in un altro film (non farò spoiler, ma gli appassionati di Kubrick apprezzeranno). Un mondo concepito esclusivamente per il grande schermo, dove l’immersione è totale e il potenziale visivo viene sparato a 1000 km/h. Steven Spielberg, dopo il più “pacato” The Post, si riconferma, a 71 anni suonati, un autore con il cuore da nerd e la mente da genio visionario. Pazzesco.

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“una metafora tra reale e virtuale leggermente superficiale”

cult
“la regia maestosa di Steven Spielberg e il suo straordinario omaggio a Stanley Kubrick”

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Tomb Raider (2018)

INDIANA CROFT E LA MALEDIZIONE DEI FILM TRATTI DA VIDEOGAME

Ci sono voluti 15 anni per riproporre al cinema un personaggio videoludico leggendario e provare a dimenticare i due, terrificanti film con Angelina Jolie. Era necessario un nuovo approccio e una “nuova Lara Croft” per raccontare la genesi di un’eroina conosciuta anche dai sassi. E sotto questo aspetto, il film funziona. Dimenticatevi la femme fatale indistruttibile di Angelina Jolie (che combatteva contro robot giganti e uccideva nemici mentre faceva bungee jumping), questa volta la protagonista è giovane, fragile, determinata, reale, ed ha il volto del premio Oscar Alicia Vikander. La nuova Lara Croft è solo una ragazzina che non ha superato la scomparsa del padre, che si guadagna da vivere facendo il corriere, e che intraprende un’avventura, forse più grande di lei. I primi minuti infatti, sono ottimi e inquadrano alla perfezione il personaggio, ma i problemi iniziano quando l’avventura entra nel vivo. Intendiamoci, i problemi non sono a livello di ritmo, ma a livello di originalità. Il nuovo Tomb Raider, è un’accozzaglia di altri film d’avventura, dove vengono replicate esattamente situazioni già viste (e meglio) in altri film (a Steven Spielberg staranno fischiando le orecchie). La lineare sceneggiatura di Geneva Robertson-Dworet non prova nemmeno a costruire personaggi con un minimo di caratterizzazione (completamente fuori parte Dominic West e Walton Goggins) e alla fine risultano più riusciti i vari camei (Kristin Scott Thomas e Nick Frost), mentre la regia di Roar Uthaug è talmente anonima che neanche una puntata di Don Matteo. Per fortuna, a salvare la baracca ci pensa Alicia, che con il suo carisma e la sua grinta, ci prende per mano e ci accompagna per tutto il film, convincendoci che forse vale la pena guardare fino alla fine. E tutto sommato capisci che quello che hai appena visto non è poi così disastroso come poteva essere e forse merita addirittura un sequel. Magia del cinema? Forse.

trash
“una sceneggiatura poco incisiva e originale e una regia anonima”

cult
“una Alica Vikander assolutamente perfetta !!!”

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The Belko Experiment (2016)

ERA IL MEGADIRETTORE GALATTICO IN PERSONA

Gli impiegati della Belko Industries, vengono misteriosamente rinchiusi all’interno dell’azienda e costretti, da un misterioso individuo, ad uccidersi tra loro. I sopravvissuti verrano liberati. Non so perchè, ma guardando questo The Belko Experiment, la prima cosa che mi è venuta in mente è stata la famosa Megaditta dove lavorava il rag. Ugo Fantozzi. E vi dico la verità, questo film ha molte più cose in comune con i film cult intepretati da Paolo Villaggio che con l’horror tradizionale. Scherzi a parte, questo film è un thriller/horror/splatter scritto e prodotto da James Gunn (sì esatto, quello di Guardiani della Galassia) e diretto da Greg McLean (sì esatto, quello di Wolf Creek) che analizza, molto lievemente, una situazione lavorativa “aziendale” in maniera grottesca (capito perchè il riferimento a Fantozzi?). Il risultato finale non è male: ci si diverte, c’è del sangue (tanto), c’è del ritmo, ci sono alcune idee carine. Forse quello che manca all’operazione è proprio lo humor, praticamente assente. La coppia Gunn/McLean si prende troppo sul serio e per questo, molte scene risultano ridicole, per non parlare del finale fiacco e senza grinta. Il gioco al massacro diventa troppo ripetitivo col passare dei minuti e manca una vera “motivazione”. Ottimo tutto il cast, che comprende attori grandi amici di Gunn dai tempi dei suoi primi film (Michael Rooker e Sean Gunn). Resta comunque un buon intrattenimento horrorifico, capace di far passare un paio d’ore senza pensieri.

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“un finale fiacco e poco ispirato”

cult
“tanto splatter”

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Red Sparrow (2018)

RED PASSION

Dominika Egorova, ex-prima ballerina del Bol’šoj la cui carriera è stata tragicamente interrotta, viene arruolata con un ricatto in una delle scuole statali per Sparrow, una branca del servizio segreto che trasforma giovani uomini e donne in letali e seducenti assassini. Dopo un durissimo addestramento, dovrà affrontare la sua prima missione e cercare un modo per salvare la sua vita. Dopo aver chiuso la saga di Hunger Games i “Lawrence” (Francis regista e Jennifer attrice) tornano a lavorare insieme. Il risultato è Red Sparrow, una spy-story vecchio stampo che sicuramente non offre nulla di nuovo, ma comunque funziona. Francis Lawrence evita momenti action puramente hollywoodiani per concentrarsi sul percorso psico-fisico della protagonista e sulla missione che deve compiere. Dilatando i tempi di narrazione (forse troppo), il regista ricostruisce un’atmosfera gelida, sospesa e di grande effetto che ha molti punti in comune con il bellissimo La Talpa di Tomas Alfredson e lontano anni luce dall’action pop di Atomica Bionda con Charlize Theron. Tra giochi di seduzione, torture fisiche (una in particolare è veramente da “pelle d’oca”), si arriva ad un finale soddisfacente e in qualche modo sorprendente. Perfetta Jennifer Lawrence, glaciale e fragile spia “per caso”, che non ha paura di svestirsi e mostrare le sue forme. Buono anche il cast di contorno a partire da un ottimo Joel Edgerton e da un sempre perfetto Jeremy Irons. In conclusione, Red Sparrow è un buon film “vecchio stile” che non vuole arrivare a compromessi con il pubblico e che prova addirittura ad osare.

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“una lunghezza troppo eccessiva”

cult
“una bellissima e bravissima Jennifer Lawrence”

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Il Giustiziere della Notte (2018)

VECCHI COL FUCILE

Facciamo presto, il remake de Il Giustiziere della Notte firmato Eli Roth fa schifo. Se volete un minimo di spiegazione, eccola qui. C’è Bruce Willis che fa la parodia di se stesso al posto del mitico Charles Bronson. C’è un regista, Roth, che proviene dal mondo dell’horror e non ha capacità registiche “raffinate”. C’è una sceneggiatura (scritta da Joe Carnahan) che scimmiotta l’originale e punta solo sull’azione cretina. Ecco fatto. Il Giustiziere della Notte 2018 è un remake fuori tempo massimo, che non ha motivo di esistere. Se il film originale di Michael Winner è una parabola feroce sulla società americana degli anni ’70, questa rivisitazione diventa solo un pretesto per rispolverare un attore (Willis) e costruire scenette action piuttosto banali. Bruce Willis spara, tutti muoiono. Fine della storia. Come operazione simile, aveva fatto molto meglio James Wan nel 2007 con Death Sentence (interpretato da un grande Kevin Bacon). C’è altro da dire? Assolutamente no. Di che film stavamo parlando?

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“Il Giustiziere della Notte con Bruce Willis”

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“Il Giustiziere della Notte con Charles Bronson”

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A Casa Tutti Bene (2018)

L’ISOLA DEI FAMOSI

La carriera di Gabriele Muccino è iniziata alla fine degli anni 90 con due film discreti (Ecco Fatto, Come Te Nessuno Mai), per poi esplodere completamente nel 2001 con il grande successo de L’Ultimo Bacio. Da quel momento in poi, la sua vita cinematografica (ma anche quella privata) è stata un susseguirsi di alti e bassi. Dai grandi successi americani con Will Smith come La Ricerca della Felicità e Sette Anime, a flop disastrosi come Quello che so sull’amore, Padri e Figlie e L’Estate Addosso. Ci voleva un ritorno alle origini per tornare ai fasti di un tempo. Questo A Casa Tutti Bene infatti, sembra un seguito ideale dei suoi film di fine anni 90. La storia racconta di una famiglia che si ritrova per festeggiare le nozze d’oro dei due componenti più anziani. La rimpatriata sarà invece teatro di scontri rimasti irrisolti da tempo. Diciamo le cose come stanno, Gabriele Muccino gira molto bene. I suoi vorticosi movimenti di macchina sono altamente complessi ed efficaci, ma nulla possono contro una sceneggiatura imbarazzante. Uno dei grossi problemi di questo film è un impasto narrativo fiacco, banale e poco ispirato, che non riesce a dare giustizia a tutto il cast di stelle. Ad un certo punto si ha l’impressione (reale) che l’isterica messa in scena creata da Muccino sia in realtà un pretesto per “vantarsi” del suo ensemble di attori famosissimi e non riesce a restituire una vera “immersione” nelle tante (troppe) storie che vuole raccontare. Siamo di fronte al solito cinema italiano mediocre che funziona dal punto di vista tecnico (almeno questo dai), ma crolla rovinosamente sul piano della scrittura. Gli anni 90 sono finiti Gabriele, è tempo di crescere.

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“una sceneggiatura tremenda e poco incisiva”

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“la regia di Muccino e gli splendidi paesaggi”

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What We Do In The Shadows (2014)

I VAMPIRI DELLA PORTA ACCANTO

Se vi facessi la domanda che “cos’è un vampiro?” Cosa rispondereste? Bene, se volete sapere tutto (ma proprio tutto) su queste creature della notte, il film che fa per voi è What We do in the Shadows (in Italia uscito con il titolo Vita da Vampiro). I registi Taika Waititi (regista anche di Thor: Ragnarok) e Jemaine Clement decidono di raccontarci, tramite un finto documentario, la “vera vita” quotidiana di tre vampiri neozelandesi come se fosse una commedia. E qui sta il colpo di genio. Con tempi comici perfetti, ma senza tradire la tradizione, gli usi e costumi della figura vampiresca, Waititi e Clement (anche attori) ci regalano un film scatenato, esilarante ed intelligente, costruito sulla figura dei 3 protagonisti. Omaggiando lo humor dei Monty Python, assistiamo a tutti i clichè vampireschi già narrati da Bram Stoker e Anne Rice, ma inseriti in un contesto “umano” e spassoso. Il risultato finale è una delle commedie/horror più geniali degli ultimi anni, capace di regale gag straordinarie senza ricorrere a effetti speciali. Affilate i canini, il cult è servito.

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“assente”

cult
“la festa finale con zombie, vampiri e altri mostri”

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The Babysitter (2017)

LA CALDA NOTTE DELLA BABYSITTER SATANICA

Cole, un ragazzino di 12 anni introverso, si innamora perdutamente della sua giovane e bella babysitter. La ragazza però nasconde un terribile segreto e l’unico che può fermarla è proprio Cole. Il regista McG torna sulle scene con The Babysitter, horror/comedy demenziale in stile Blumhouse, realizzata direttamente per la piattaforma Netflix. Se da un lato c’è sicuramente la voglia di realizzare una commedia “cattiva”, dall’altro lato invece la realizzazione lascia molto a desiderare. Omaggiando gli slasher anni ’70/’80, McG realizza un filmetto leggero leggero che sicuramente non annoia, ma non ha una struttura solida per diventare un piccolo cult. E se gli omicidi sono efferati e grotteschi al punto giusto, la parte comica non funziona e non diverte. La sceneggiatura è una fiacca rimasticatura di altri horror e l’azione è troppo prevedibile (peccato non aver sfruttato la strada del satanismo). L’unico punto a favore della pellicola è la babysitter Bee interpretata da Samara Weaving, un concentrato di cattiveria e sensualità. Siamo di fronte all’ennesimo film mediocre prodotto da Netflix, che non ha la solidità per un passaggio nelle sale cinematografiche. Da dimenticare.

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“tutto già visto !!!”

cult
“Samara Weaving”

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Il Rituale (2017)

UN TRANQUILLO WEEKEND DI PAURA

Quattro amici decidono di partire per un’escursione in Svezia. Si ritroveranno ad affrontare un male antico e spaventoso. Il Rituale è uno di quei film che danno grande soddisfazione mentre lo si guarda. Un piccolo film indipendente, che non fa gridare al miracolo, ma funziona alla grande e diverte tantissimo. Omaggiando The Blair Witch Project, Evil Dead, The Witch e Into the Wild, il regista David Bruckner (co-autore dell’interessante The Signal e di un paio di episodi per i film V/H/S e Southbound), ci trasporta in un incubo efficace e coinvolgente, riuscendo a trovare una sua dimensione cinematografica e cambiando continuamente le carte in tavola. Dopo un inizio da thriller urbano, il film cambia continuamente genere, passando per il thriller psicologico, l’horror demoniaco e il monster movie. Oltretutto il regista azzecca alcune idee “visionarie” niente male e affascinanti (le visioni del negozio di liquori). Precisiamo, tirando le somme, Il Rituale non è niente di innovativo e sicuramente abbiamo visto di meglio, ma è un horror sincero, diretto da un regista che ama il genere. Nel panorama horror attuale, avercene di film così.

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“un finale un po’ stiracchiato e una leggera sensazione di déjà vu”

cult
“una bella e inquietante atmosfera”

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Il Filo Nascosto (2018)

LA CRUNA DELL’AGO

Nella Londra degli anni 50, il rinomato stilista Reynolds Woodcock vive un’esistenza accuratamente pianificata insieme a sua sorella e collega Cyrill. Con l’arrivo di Alma, giovane e determinata ragazza, la vita di Woodcock verrà completamente sconvolta. Amore e ossessione parte terza secondo Paul Thomas Anderson. Dopo l’ossessione del potere ne Il Petroliere, e dopo quella viscerale in The Master, Anderson ci racconta l’ossessione professionale e amorosa. E lo fa con uno stile e una potenza incredibili. L’amore tra Reynolds e Alma, si trasforma continuamente in un rapporto morboso, erotico, malato, tra abiti di alta moda, abitudini maniacali e fantasmi del passato. Anderson “cuce” addosso al suo protagonista l’anima di Woodcock, costruendo un personaggio inquietante e indimenticabile. Daniel Day-Lewis diventa ancora una volta “puro Cinema”, plasmando il suo corpo come se fosse un elegantissimo abito d’alta classe, mentre la rivelazione Vicky Krieps, riesce incredibilmente a tenergli testa. Splendida anche la colonna sonora scritta Johnny Greenwood (fedelissimo di Paul Thomas Anderson dai tempi de Il Petroliere), vero tappeto musicale che accompagna le emozioni dei protagonisti ad ogni minuto. Il Filo Nascosto è un raffinatissimo mèlo magistralmente diretto da Paul Thomas Anderson e incredibilmente interpretato da due attori mastodontici. Uno dei film più artisticamente soddisfacenti dell’anno, ad un passo dal capolavoro. E l’abito è pronto per essere indossato.

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“assente”

cult
“la regia di Paul Thomas Anderson e la meravigliosa coppia Daniel Day-Lewis/Vicky Krieps”

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Mute (2018)

SHUT UP

Ci speravo tanto ragazzi, veramente. Speravo che dopo quella schifezza plasticosa di Warcraft, Duncan Jones tornasse a fare film “toghi” come Moon e Source Code. Purtroppo le cose non sono andate benissimo, visto che il suo ultimo film, Mute, uscito direttamente su Netflix, è grosso passo falso. L’idea iniziale è stata concepita circa 15 anni fa da Jones, e il progetto si è concretizzato solo quest’anno. Mute è il sequel spirituale di quel piccolo capolavoro di Moon. Un cameriere muto di nome Leo è alla ricerca della sua fidanzata nella Berlino del 2052. Sarà costretto a scontrarsi con due strani personaggi. Il grande problema di questo film è la totale mancanza di originalità. Saccheggiando visivamente (e spudoratamente) da Blade Runner, ma eliminando completamente la poesia, il regista prova ad unire noir e fantascienza, thriller e romance, finendo per costruire un pasticcio poco ispirato e poco coinvolgente. La sceneggiatura scritta insieme a Michael Robert Johnson è stiracchiata all’inverosimile, con dialoghi lunghissimi e poca azione. Non aiuta neanche il cast, a partire dall’insipido protagonista interpretato da Alexander Skarsgård e dalla coppia Paul Rudd/Justin Theroux. Un film completamente sbagliato, senza idee e senza “grinta”, che ha l’unico picco emotivo nella dedica finale di Duncan Jones al padre David Bowie. A questo punto è giusto porsi la domanda: Funziona la strategia di Netflix di “finanziare” direttamente film a medio budget di diversi autori? Direi proprio di no. Questo Mute ne è l’ennesima prova (dopo Bright di David Ayer e The Cloverfield Paradox di Julius Onah).

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“la regia piattissima di Duncan Jones e un cast completamente fuori parte”

cult
“la dedica finale a papà David Bowie”

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Personal Shopper (2016)

IL FANTASMA FORMAGGINO

C’è qualcosa di terribilmente fastidioso nell’ultimo film di Olivier Assayas. Forse la sceneggiatura colabrodo o forse Kristen Stewart. Forse Personal Shopper è semplicemente un brutto film. La storia è quella di Maureen, personal shopper per una famosissima influencer di moda, che fa di tutto per mettersi in contatto con suo fratello gemello morto. Sì, è vero, la storia è intrigante, ma Assayas fa lo snob francese e trasforma una buona idea in un polpettone pseudo-chic assurdo. Peccato perchè i primi 5 minuti sono inquietanti e ben realizzati, ma è pochissima cosa rispetto al disastro generale dell’opera. Ci possiamo trovare proprio tutto: ectoplasmi incazzati, omicidi, alta moda, Kristen Stewart che si masturba, rubinetti aperti, bicchieri che volano, Kristen Stewart in topless, fantasmi che chattano su messenger, tanta noia. Un minestrone lento, soporifero, senza senso e senza verve, che porta alla fatidica domanda: “E QUINDI?!?!?”. Lasciamo questi film “autoriali” al blasonato Festival di Cannes, l’unico posto al mondo dove può essere apprezzato. Forse. P.S. Il film ha vinto la Palma d’Oro per la Miglior Regia. Cosa vi avevo detto ?

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“tra le tante scene, l’apparizione del fantasma”

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“Kristen Stewart che mostra le sue grazie”

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Brawl in Cell Block 99 (2017)

BOTTE DA ORBI

L’ex pugile Bradley Thomas, per sbarcare il lunario, si vede costretto a lavorare come corriere della droga. Ritrovatosi coinvolto in una sparatoria tra poliziotti e malviventi, Bradley finisce in carcere dove viene costretto a compiere azioni di estrema violenza. Dopo il western/horror Bone Tomahawk (recuperatelo!!), il regista S. Craig Zahler ci porta all’interno di un’altra storia grondante sangue. Con il solito stile asciutto ed essenziale, Zahler ci accompagna in un vero e proprio viaggio all’inferno, un percorso senza ritorno dove non esiste redenzione. Vince Vaughn (bravissimo) si fa corpo e anima di questo serrato e violentissimo prison-movie, a tratti veramente insostenibile, che non risparmia niente allo spettatore. Il regista costruisce un crescendo emotivo direttamente proporzionale alla rabbia “controllata” del protagonista, fino ad un finale esplosivo e “giusto”. Simpatiche (si fa per dire) le apparizioni di Udo Kier e Don Johnson, che riescono ad aumentare la dimensione surreale della vicenda. Con un look da b-movie anni 70 e una colonna sonora quasi inesistente, si ha l’impressione di assistere a quei film grindhouse tanto amati da Tarantino e Rodriguez. Cinema senza fronzoli e anti-spettacolare, ma terribilmente divertente.

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“teste umane usate per scartavetrare il pavimento. Vi basta ?”

cult
“Vince Vaughn in versione spacca ossa”

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The Disaster Artist (2017)

HOLLYWOOD BRUCIA

Lo “storico” incontro tra Greg Sestero e Tommy Wiseau si trasforma nella creazione di uno dei film più brutti della storia del cinema, The Room. Ragazzi, possiamo finalmente confermarlo: The Disaster Artist è una bomba di film. James Franco dirige e interpreta una commedia divertente e a tratti esilarante che racconta la genesi di un film considerato il “Quarto Potere dei film brutti”. Dopo una prima parte introduttiva che racconta l’amicizia tra i due protagonisti, si entra nel clou della vicenda, ovvero lo strampalato “dietro le quinte” della lavorazione del film. E qui iniziano le vere risate. Lo strepitoso James Franco nei panni di Tommy Wiseau è il vero motore dell’operazione, capace di tempi comici surreali e assolutamente perfetti. Dave Franco invece, che interpreta Sestero, risulta una spalla incredibilmente efficace. Ma The Disaster Artist non è solo una “semplice” commedia. La lavorazione di The Room diventa per Franco un motivo per criticare tutta l’industria cinematografica di oggi. Non a caso utilizza dei “vecchi” grandi attori di Hollywood (da Sharon Stone a Melanie Griffith, fino al produttore Judd Apatow) per piccoli ma “pungenti” camei (geniale l’introduzione con Zach Braff, J.J. Abrams, Lizzy Caplan, Kristen Bell, Adam Scott e Danny McBride nei panni di loro stessi). Intelligente, divertentissimo e magnificamente interpretato. The Disaster Artist è una delle commedie più sorprendenti dell’anno, capace di unire perfettamente lo stile indie con il cinema mainstream. E l’odore del cult è già nell’aria.

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“The Room” di Tommy Wiseau”

cult
“The Room” di Tommy Wiseau”

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Free Fire (2016)

BANG BANG

Boston, 1978. Un capannone abbandonato. Due gang. Uno scambio di armi. Tanti spari. Potremmo sintetizzare così la trama dell’ultimo film del regista cult Ben Wheatley. Dopo il monumentale adattamento del romanzo di James Ballard, High-Rise, Wheatley realizza un piccolo film ambientato interamente in una location. Omaggiando il cinema di Quentin Tarantino e di Martin Scorsese (qui anche produttore esecutivo), Free Fire è un vero e proprio “gioco” d’autore sparato (è proprio il caso di dirlo) a 1000 km/h. Con grande utilizzo della macchina da presa, il regista da respiro e movimento alle scene, nonostante la claustrofobica location. La sceneggiatura scritta da Wheatley insieme alla moglie Amy Jump è un susseguirsi di dialoghi veloci, situazioni al limite dello splatter e tanta british humor, ma tutto perfettamente equilibrato. Straordinario il cast (che comprende Cillian Murphy, Armie Hammer, Brie Larson, Sharlto Copley, Sam Riley), che riesce a restituire un’atmosfera “cool” anni ’70 incredibile. Rapido, sanguinolento e, a tratti, geniale. Ben Wheatley si riconferma autore cult. Un gioiellino.

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“assente”

cult
“il grande cast e un bellissimo look anni ’70”

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Black Panther (2018)

IL RE PANTERONE

Signori, finalmente è arrivato anche il film stand-alone su Black Panther !!! Mentre attendiamo, con grande hype, l’imponente Avengers: Infinity War, mamma Marvel ci regala un antipastino pre-Avengers, raccontandoci le gesta eroiche di Pantera Nera. T’Challa, nuovo re di Wakanda, futuristica città segreta africana, è costretto ad affrontare un complotto che metterà a rischio non solo il suo popolo, ma anche il mondo intero. E l’universo cinematografico Marvel si espande ancora. Dopo aver esplorato il cosmo con Guardiani della Galassia (e Thor: Ragnarok), il mitico produttore Kevin Feige e il regista Ryan Coogler ci portano a conoscere Wakanda. Iniziamo con ordine. Avevamo intravisto Black Panther in azione in Captain America: Civil War, dove aveva dimostrato un grande carisma. Lo ritroviamo ora, in difesa del suo paese, combattere con un nuovo costume e nuovi alleati. Anche questa volta la Marvel non sbaglia la formula. Il giovane regista riesce perfettamente a ricostruire una Wakanda credibile e “nuova”, mescolando sapientemente tradizione e tecnologia. Inoltre, approfitta del “personaggio” per fare un’analisi sulla situazione africana di oggi in maniera semplice ma molto efficace. Funziona un po’ meno quando prova a scimmiottare Il Re Leone (eh sì), tra scene “psichedeliche” e tramonti africani. Tutto il resto è il solito baraccone Marvel, pieno di azione, divertimento ed effetti speciali (non riuscitissimi). Coogler è bravo a gestire il progetto, ma a volte il meccanismo rallenta, soprattutto nella prima parte. Buono anche il cast che conferma Chadwick Boseman come perfetto Black Panther e Andy Serkis un divertente e spietato Ulysses Claw. Tra le new entry degne di nota troviamo un Michael B. Jordan cazzuto e incazzato (ottimo il lavoro di sceneggiatura sul suo personaggio) e una strepitosa Danai Gurira nei panni della guerriera Okoye. Tra James Bond, Iron Man e un pizzico de Il Principe Cerca Moglie (sì, esatto, con Eddie Murphy), Black Panther si rivela un buon film d’intrattenimento che ha qualche difetto, ma è perfettamente inserito nell’universo Marvel. E ora non ci resta che aspettare Avengers: Infinity War.

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“gli effetti speciali poco curati e qualche rallentamento nella prima parte”

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“i nuovi personaggi interpretati da Michael B. Jordan e Danai Gurira”

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Ore 15:17 – Attacco al Treno (2018)

IN CARROZZAAAA !!!

Tornano i “veri” eroi americani raccontati dal grande Clint Eastwood. Dopo lo straordinario Sully e il bellissimo American Sniper, il vecchio Clint porta sullo schermo la storia dell’attentato terroristico del 2015 sul treno Thalys n. 9364 diretto a Parigi, sventato da tre coraggiosi ragazzi. Se nelle precedenti opere, Eastwood analizzava con una lucidità chirurgica il diventare “eroe per caso”, in Ore 15:17 – Attacco al Treno, pecca di eccessiva superficialità. Le storie dei protagonisti, narrate attraverso dei flashback, dovrebbero sottolineare le vite “normali” dei 3 ragazzi prima dell’evento “anormale” che cambierà tutto, ma purtroppo risultano poco interessanti e poco coinvolgenti. Quando si arriva, finalmente, alla scena dell’attentato, Eastwood sbriga il tutto con poca “energia”. Intendiamoci, la sua classe dietro la macchina da presa è indiscutibile, ma questa volta non riesce ad appassionare come dovrebbe. I tre ragazzi, veri protagonisti della vicenda, fanno il possibile per essere credibili a livello cinematografico (e ci riescono), ma una sceneggiatura poco solida e una leggerezza generale non aiutano a risollevare il film. Da vedere solo perchè Clint Eastwood è Clint Eastwood. Evitabile

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“una banalità e una leggerezza imbarazzanti”

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It Comes at Night (2017)

IL BUIO NELL’ANIMA

Il mondo è stato vittima di una misteriosa apocalisse. Una famiglia vive indisturbata in una piccola casetta di legno in mezzo al bosco. Unica regola, vietato uscire di notte. Il giovane regista Trey Edward Shults ci porta all’interno di un nucleo famigliare apparentemente normale, inserito all’interno di una condizione estrema e “pericolosa”. Tutto questo serve a Shults per costruire un’atmosfera carica di tensione, paura e paranoia. E in parte ci riesce alla grande. L’idea veramente geniale della storia è quella di lasciare in secondo piano la misteriosa apocalisse che ha colpito la Terra e di occuparsi esclusivamente dei personaggi e dei loro comportamenti. Non mancano un paio di momenti horror ben costruiti, ma quello che conta è la costruzione delle scene basate sulla tensione e “sull’attesa”. Strepitoso il lavoro tecnico svolto dal direttore della fotografia Drew Daniels (un’atmosfera cupa e in molte scene illuminata solo da una lampada) e dalla scenografa Karen Murphy (la claustrofobica casa di legno), ma il vero mattatore dell’operazione è un gigantesco Joel Edgerton, che con il suo carisma, “illumina” tutto (scusate il gioco di parole). A volte si ha l’impressione che il meccanismo di Trey Edward Shults giri un po’ a vuoto, ed effettivamente qualche problema di sceneggiatura c’è, ma è innegabile la bravura del regista nel creare scene inquietanti e mozzafiato (basti pensare come riesce a sfruttare una semplice porta rossa). Un film da recuperare assolutamente.

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“una sceneggiatura un po’ zoppicante”

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“un’atmosfera incredibile è un Joel Edgerton inquietante”

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Good Time (2017)

THE NEON NIGHT

La vita dei fratelli Nikas, Connie (Robert Pattinson) e Nik (Benny Safdie), nelle ventiquattr’ore di delirio psichedelico innescate da una rapina in banca. Dopo l’interessante Heaven Knows What, i fratelli Safdie tornano con una storia asciutta, veloce e senza fronzoli. La lunga e delirante notte di Connie, in cerca del fratello ritardato, è vista dai Safdie come una corsa frenetica, illuminata dai neon e incalzata dalla musica elettronica anni 80. E funziona. Con grande padronanza delle immagini, i due registi puntano sul ritmo e sugli “eventi” dimenticando in parte la struttura narrativa, ma coinvolgendo pienamente lo spettatore in una giostra coloratissima e allucinante. In ogni scena, si respirano pienamente le atmosfere da thriller urbano e il degrado dei bassifondi, dove regna povertà, droga e criminalità. Peccato che la “corsa” si interrompa in un finale poco soddisfacente e poco ispirato. Straordinaria prova attoriale di Robert Pattinson che, finalmente, si toglie definitivamente di dosso i panni del vampiro per proseguire la sua strada nel cinema d’autore, iniziata con David Cronenberg. Il suo Connie è un concentrato di paura, determinazione e incoscienza. A metà strada tra le atmosfere di Nicolas Winding Refn e il cinema di John Carpenter, Good Time è buon cinema di genere che non annoia e che stupisce per una sua “visione” perfettamente studiata. Se i Safdie avessero curato di più la sceneggiatura, sarebbe diventato un vero cult.

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“un finale troncato e poco funzionale”

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“una bellissima fotografia “colorata” e un Robert Pattinson meraviglioso”

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The Cloverfield Paradox (2018)

CLOVERFIELD HORIZONT

Il franchise Cloverfield, prodotto e ideato da quel geniaccio di J.J. Abrams, è sicuramente uno dei franchise più interessanti e misteriosi di tutta Hollywood. Iniziato nel lontano 2008 con il film omonimo di Matt Reeves (found-footage dove una creatura mostruosa attacca New York), è proseguito un po’ a sorpresa con lo pseudo sequel 10 Cloverfield Lane, gioiellino di pura tensione interpretato da Mary Elizabeth Winstead e da un mastodontico John Goodman. Ora, sempre a sorpresa, è arrivato il terzo capitolo di questa strana saga (disponibile solo su Netflix), intitolato The Cloverfield Paradox. Siamo dalle parti della pura fantascienza. Un gruppo di astronauti viene inviato sulla Cloverfield Station, stazione spaziale che orbita intorno alla Terra, progettata per risolvere una grave crisi energetica con un acceleratore di particelle. Il team dovrà fare i conti con un’oscura dimensione alternativa. La domanda sorge spontanea. Se il film fosse uscito anche nelle sale cinematografiche, come avrebbe reagito il pubblico? Bella domanda visto che questo The Cloverfield Paradox è un fiacco sci-fi movie. Il regista Julius Onah e gli sceneggiatori Oren Uziel e Doug Jung costruiscono un intreccio narrativo senza mordente, collegando tutta la baracca con il primo film (a dir la verità le scene sulla Terra sono un po’ forzate). Per carità, il ritmo c’è e non ci si annoia, ma le scene sembrano veramente copiate da altri film (Punto di non ritorno, Supernova, Alien, Life). In questo progetto manca proprio l’originalità, e se i primi due film riuscivano ad avere una loro dimensione, questo capitolo non riesce a convincere del tutto. Quindi è giusto chiedersi: Il franchise Cloverfield ha ancora qualcosa da dire? Vedremo, intanto dimentichiamoci di questo The Cloverfield Paradox.

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“una costruzione narrativa banale e una regia moscia”

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“la scena finale negli ultimi 5 secondi è divertente”

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The Post (2018)

TUTTI GLI UOMINI DEL PRESIDENTE

Ci sono film che DEVONO essere guardati. Film talmente importanti che vanno al di là del puro divertimento cinematografico. L’ultima fatica di Steven Spielberg, The Post, è uno di quei film. La storia è quella, famosissima, della pubblicazione dei famigerati Pentagon Papers da parte del Washington Post nel 1971 e della difficile scelta presa dal suo editore Kay Graham, prima donna a capo di un giornale. Spielberg ricostruisce perfettamente un momento storico fondamentale per l’umanità, e ci ricorda quanto è importante la libertà di stampa. Il trio delle meraviglie (Streep, Hanks, Spielberg) ci racconta, con una classe senza tempo, una storia di coraggio e di verità, magnificamente girata e splendidamente interpretata. Straordinarie alcune sequenze, come gli ingranaggi meccanici che stampano senza sosta le copie del giornale e la scena mozzafiato della decisione presa al telefono da Meryl Streep. Grande cinema intelligente e “positivo”, come ci ha sempre insegnato il maestro Steven Spielberg. Da vedere per capire il passato, il presente e il futuro.

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“assente”

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“le maestose interpretazioni di Meryl Streep e Tom Hanks”

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I, Tonya (2018)

GHIACCIO BOLLENTE

Tonya Harding è stata una delle sportive più controverse di tutti i tempi; ex pattinatrice sul ghiaccio (è stata la numero 1 al mondo) e talento sprecato, coinvolta in uno degli scandali più famosi degli anni 90. Era impossibile non dedicarle una pellicola. La vita, privata e sportiva, di Tonya, è stata condizionata da diversi fattori: poca istruzione, una madre insensibile e dittatrice, un marito violento. Il regista Craig Gillespie e l’attrice/produttrice Margot Robbie, ricostruiscono la sua parabola in maniera grottesca, creando un’atmosfera 90’s accattivante. Gillespie ci stordisce con un montaggio energico, cinepresa sempre in movimento e tanto black humor. E il risultato finale è veramente stupefacente. A metà strada tra il cinema di Martin Scorsese e quello dei fratelli Coen, I,Tonya è un freak show elettrizzante e politicamente scorretto, dove il sogno americano viene fatto letteralmente a pezzi. La Tonya di Margot Robbie (straordinaria prova d’attrice) è una volgarotta campagnola con un grande talento che viene sciupato da personaggi disonesti e approfittatori: la perfida madre Lavona (una Allison Janney da Oscar) è una psicopatica senz’anima, mentre il marito Jeff (un bravissimo Sebastian Stan) è un violento e vendicativo manager. Una storia tanto bizzarra, quanto tremendamente vera che si conclude con un finale ancora più bizzarro. In conclusione, I,Tonya è uno dei biopic più divertenti e politicamente scorretti degli ultimi anni, capace di regalare due interpretazioni assolutamente da Oscar. Spumeggiante.

trash
“assente”

cult
“le straordinarie interpretazioni di Margot Robbie e Alison Janney”

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L’Ora più Buia (2018)

V PER VITTORIA

1940. Mentre la Germania nazista continua la sua inarrestabile invasione dell’Europa, il nuovo Primo Ministro inglese Winston Churchill sarà costretto ad affrontare decisioni critiche per cambiare il corso della storia mondiale. E bravo Joe Wright. Lo avevamo lasciato sull’Isola Che Non C’è con il sottovalutato Pan, e lo ritroviamo nella sua Inghilterra all’alba della Seconda Guerra Mondiale. Evitando lo stile televisivo, Wright ci racconta con rabbia, parole e ritmo, l’ascesa al potere di Winston Churchill e la famosa Operazione Dynamo. Con uno script così “parlato”, il rischio di trovare un film noioso e prolisso era alto, ma il regista ci incolla alla poltrona con buone idee visive e un montaggio stratosferico. Altro punto di forza del film è, ovviamente, la roboante interpretazione di Gary Oldman, grande favorito ai prossimi Oscar. Il suo Churchill è un concentrato di determinazione, rabbia e fragilità. Interessante come L’Ora più Buia è l’esatto opposto di Dunkirk di Christopher Nolan, anche se condivide il medesimo “momento” storico; se il film di Nolan è un’opera silenziosa e visivamente imponente, il film di Wright è frenetico e urlato, come se la vera guerra venisse combattuta dietro le scrivanie di Westminster. In conclusione; siamo davanti ad un ottimo film, perfettamente confezionato. Forse qualche volta la retorica prende un po’ il sopravvento, ma con un Gary Oldman così monumentale, gli si perdona tutto.

trash
“una leggera retorica di sottofondo”

cult
“la grande interpretazione di Gary Oldman”

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Chiamami col tuo nome (2018)

E LA CHIAMANO ESTATE

Quali sono i film che vi hanno fatto innamorare? Beh, sarò sincero, film che raccontano l’amore “come dio comanda” non ne ricordo tantissimi. Vi dico alcuni titoli: In the Mood for Love, Up, Brokeback Mountain, La Vita di Adele. Ora alla mia mini-lista aggiungo un altro film, Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino. Come un fulmine a ciel sereno è arrivato questo straordinario racconto e la mia mente è esplosa. Letteralmente. Estate 1983, Nord Italia. Elio, ragazzo diciassettenne, vive la sua adolescenza tra musica, amici e ragazze. Ma improvvisamente la sua vita viene stravolta dall’arrivo di Oliver, seducente allievo dei genitori di Elio che sconvolgerà per sempre la sua vita. Guadagnino si dimostra un vero poeta dell’immagine. Con grande padronanza della macchina da presa, ci presenta una poesia carica di luce, energia, amore. Sì, l’amore. Quello vero, potente, indimenticabile. Elio e Oliver formano una coppia autentica e i loro baci ci travolgono in un esplosione di vita. Le straordinarie interpretazioni di Timothée Chalamet (grande rivelazione) e Armie Hammer ci accompagnano in un viaggio sensoriale unico e meraviglioso. Un viaggio attraverso il tempo e i ricordi. Un viaggio nella nostra adolescenza. Un viaggio che si conclude con un monologo mozzafiato di Michael Stuhlbarg. Parole che tutti noi avremmo voluto sentire, almeno una volta nella vita. Splendido.

trash
“assente”

cult
“la coppia Timothée Chalamet/Armie Hammer e lo straordinario monologo finale”

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Black Mirror : la serie (2011 – 2017)

ATTRAVERSO LO SPECCHIO NERO

British black humor. Cinismo fendente. La serie che più di molte altre può causare un violento binge watching e molteplici episodi di fiato sospeso. Come il libro di testo delle medie la serie è un’antologia, ma diversamente da quel libro, le storie narrate sono oscure, satiriche, taglienti e memorabili quanto la prima pallonata in faccia (i cui singoli dettagli possono sfumare nel ricordo, ma il dolore, ah quel dolore). E’ La versione 3.1 di The Twilight Zone, con la stessa profondità e la stessa preoccupante capacità di comprendere la distonia del futuro presente, con quel pizzico di trash che rende il tutto più gustoso.

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“The National Anthem prima serie. Il primo ministro inglese e la scrofa”

cult
“San Junipero seconda serie, per tutti gli inguaribili romantici nostalgici degli anni ’80”

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Morto Stalin, se ne fa un altro (2018)

TEATRINO DEL POTERE E DELL’IDIOZIA

Mamma mia che 2018 !!! Dopo il meraviglioso Tre Manifesti a Ebbing, Missouri, arriva un nuovo film destinato a diventare un cult assoluto. Il regista italo-scozzese Armando Iannucci ci regala un gioiello di comicità dark che prende in giro il potere, quello vero, quello spietato, quello senza regole. Ovvero, il comunismo!! Tratto da una graphic novel di Fabien Nury e Thierry Robin, Morto Stalin, Se Ne Fa Un Altro, ci racconta i giorni dopo la morte del leader russo Stalin e della “guerra” interna tra i suoi fedelissimi per la successione al potere. Può risultare difficile ridere di una dittatura così feroce come quella stalinista, ma la bravura di Iannucci (e del suo cast) sta nel costruire dei siparietti comici formidabili nonostante l’orrore in sottofondo. L’idea geniale (e provocatoria) è la decostruzione in perfetti idioti di tutti i collaboratori storici di Stalin (Khrushchev, Malenkov, Beria, Molotov), veri imbecilli costretti ad affrontare una situazione che cambierà tutto. Con dialoghi spumeggianti e surreali, Iannucci compone un cast da applausi: Steve Buscemi, Jeffrey Tambor, Michael Palin, Jason Isaacs, Simon Russell Beale. Un ensemble incredibile di attori perfettamente calati nei ruoli. Omaggiando i tempi comici dei Monty Python, il regista ci regala alcune scene destinate ad entrare nell’Olimpo della comicità (lo sequenza del ritrovamento del cadavere di Stalin è da standing ovation). Morto Stalin, Se Ne Fa Un Altro è un film importante, intelligente, feroce, divertente, provocatorio, imperdibile. Straordinario !!!

trash
“la reale dittatura stalinista”

cult
“i meravigliosi dialoghi e il cast formidabile”

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