Primetime

PRIMETIME di Lance Oppenheim (2026)

Primi anni 2000. La controversa trasmissione televisiva “To Catch a Predator”, ideata e condotta da Chris Hansen, diventa uno dei programmi di punta della NBC. Ma la linea di demarcazione tra senso etico e bieco intrattenimento è destinata a polverizzarsi in diretta.

Sbatti il mostro in prima serata.

Predatori armati di telecamera che danno la caccia a predatori armati di connessione internet, con l’unico scopo di trascinarli sotto i riflettori della gogna pubblica (e solo dopo, farli arrestare). Purificare il mondo dal male, sì, ma solo se garantisce picchi di share memorabili.

È il trionfo dell’intrattenimento spazzatura che si trasforma in un’esecuzione sommaria senza freni né morale — fino a quando la caccia non finisce per fare le sue prime, inevitabili vittime reali.

Lance Oppenheim, documentarista qui alla sua prima opera di finzione, ci scaraventa nell’abisso allucinato dei primi anni Duemila. È l’era della guerra in Iraq, dell’ossessione collettiva per l’isola di Lost, dei primi orrori adescati su MSN Messenger e di una TV spazzatura che giocava con le belve umane senza rendersi conto di essere la piovra più affamata di tutte.

Acido, discontinuo, analogico, ma potentissimo. E con un Robert Pattinson strepitoso, perfetto nei panni della versione viscida e patinata di una televisione eretta a giudice, giuria e boia.

Filmone.