Resident Evil

RESIDENT EVIL di Zach Cregger (2026)

Durante una notte innevata, un corriere deve trasportare un delicato carico medico verso Racoon City. Ma il viaggio sarà più pericoloso del previsto.

Run. Resident Evil al cinema.

C’era un tempo in cui Milla Jovovich combatteva la Umbrella Corporation a colpi di tamarraggine, diretta dal marito Paul W.S. Anderson per ben sei film (diciamo la verità: sospesi tra il mediocre e il brutto). Poi, nel 2021, è arrivato un reboot “più fedele” già totalmente dimenticato (diciamo la verità: bruttissimo).

Anno 2026, si riparte. Ma stavolta si cambia tutto. Proprio tutto.

Zach Cregger non ha bisogno di presentazioni dopo quel gioiello di Weapons. Prende il leggendario videogame di Capcom e lo trasforma in una scatenata corsa contro il tempo da un punto A a un punto B. Fine della storia.

In mezzo ci sono mostri (tantissimi), sangue (tantissimo), zombie (pochissimi), battute (divertentissime), tensione (altissima), neve e un bravissimo Austin Abrams nei panni del “giocatore per caso” che non sa sparare, non sa scassinare lucchetti e, soprattutto, non vuole diventare padre. La sua fuga contemporanea dal virus e dalla paternità ci riguarda da vicino, sia come (ex) gamer che come esseri umani.

Cregger gioca con Carpenter, Raimi, Jackson e Gunn, ci racconta un’America “coeniana” popolata da idioti e propone un modo di fare cinema tratto dai videogiochi geniale, fresco e controcorrente. Che farà infuriare parecchi puristi — ma peggio per loro e meglio per noi.

Il miglior Resident Evil di sempre, pur senza essere davvero Resident Evil. Figata.