Hope

HOPE di Na Hong-jin (2026)

Nel piccolo paesino di Hope una mostruosa minaccia distrugge tutto e tutti. Alcuni abitanti proveranno ad affrontarla.

Strano film. C’è una minaccia interstellare, c’è un gruppo di coreani armati fino ai denti (uno peggio dell’altro) e c’è una cittadina distrutta. Alieni che inseguono umani e viceversa. Punto.

Na Hong-jin corre a perdifiato tra un paesino sventrato, un bosco e un’autostrada. Fa muovere in continuazione i suoi protagonisti inconsapevoli della minaccia e non si prende mai sul serio. E firma un ambizioso giocattolone (il primo di una trilogia) a tratti esasperante, a tratti imbarazzante, a tratti esaltante (da applausi l’entrata in scena di Jung Ho-yeon).

E tra poliziotti con la fissa delle armi non in regola, cacciatori cowboy a cavallo e anziano con problemi intestinali, arrivano i mostri-alieni, talmente brutti e imbarazzanti che forse era meglio tenerli nascosti.

L’invasione cosmica è solo un pretesto. Na Hong-jin mette la benzina sci-fi in una tanica bucata di commedia grottesca e spinge sull’acceleratore. I mercenari stranieri con le facce da copertina (Michael Fassbender e Alicia Vikander) provano a fare i mostri seri, mentre intorno a loro esplode il caos di provincia.

È la magnifica catarsi del cinema di genere sudcoreano: passare in un fotogramma dal terrore viscerale a una gag slapstick, senza chiedere scusa a nessuno.

Ma questo è il cinema coreano, baby. Libero, delirante, menefreghista, senza freni.

Prendere o lasciare.

Affascinante, ma anche meno.