DIGGER di Alejandro G. Iñárritu (2026)
Il magnate del petrolio Digger Rockwell viene incaricato dal presidente degli Stati Uniti di “riparare” ad una minaccia mondiale provocata da lui stesso.
Il Petroliere — ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e a trivellare il mondo.
Vecchi fossili e vecchi dinosauri (già morti) continuano a governare il pianeta verso il baratro, fino alla fine dei tempi. Che poi, diciamocelo: la fine è già arrivata da un pezzo e noi stiamo solo guardando i titoli di coda. Non ci resta quindi che fare un bell’applauso e chiudere il sipario.
Delirio caotico/profetico, straordinario quanto magnificamente respingente, firmato Alejandro G. Iñárritu che costruisce una satira/farsa/drama/tragedia per restituirci uno specchio agghiacciante della contemporaneità (e di noi che la subiamo). E siccome all’Apocalisse non si comanda, la fine del mondo non potrebbe dirsi completa senza un “vecchio” Tom Cruise: monumentale, deforme, intento a scavare, distruggere e condannarci tutti.
Ma è anche un meta-racconto in cui la realtà supera la fantasia e la rappresentazione supera l’immaginazione, dritti verso la totale estinzione. O forse siamo già estinti e semplicemente nessuno si è preso la briga di avvisarci? Poco importa: l’importante è andarsene con una bella risata.
Splendidamente sgangherato, arrogantemente potente. Il flop al botteghino è garantito, il titolo di Filmone dell’Anno pure.
Applausi. Sipario.
